Il processo d’accompagnamento di giovani cileni “trasgressori della legge”

…Il Centro in cui lavoro è denominato "Trattamento in libertà per giovani trasgressori della legge". I nostri "soggetti d’attenzione", come diciamo noi, sono giovani dei quartieri più poveri della città, quindi provengono da famiglie economicamente svantaggiate. La loro età oscilla tra i dodici e i diciotto anni e la maggior parte di loro sono stati inviati al nostro Centro dai Tribunali per i minori, a causa di problemi di condotta o per trasgressioni della legge. Il Centro nel quale lavoro dipende da una Corporazione privata (Corporación de Oportunidad y Acción Solidaria, OPCION) che collabora con il Servizio Nazionale dei Minori, Ente statale cileno. In questo servizio svolgo la mia funzione d’educatore e psicologo, nella capitale cilena, Santiago. Il Centro in cui lavoro è denominato "Trattamento in libertà per giovani trasgressori della legge". I nostri "soggetti d’attenzione", come diciamo noi, sono giovani dei quartieri più poveri della città, quindi provengono da famiglie economicamente svantaggiate. La loro età oscilla tra i dodici e i diciotto anni e la maggior parte di loro sono stati inviati al nostro Centro dai Tribunali per i minori, a causa di problemi di condotta o per trasgressioni della legge.

Prima di continuare a presentare il nostro lavoro, sarà necessario aprire una brevissima ma doverosa parentesi sulla situazione economica e sociale del Paese, a partire, com’è inevitabile, dalla mia percezione, perché tutti i giorni mi confronto con una realtà che difficilmente un turista distratto potrebbe cogliere qui in Cile. Verso la metà degli anni settanta, in Cile iniziò una profonda riforma delle politiche economiche e sociali. Essa si basò sull’economia di mercato, sul ruolo ausiliario dello Stato, su una maggiore integrazione col mondo e su una politica di sradicamento della povertà. Queste politiche, negli ultimi anni, sono state rafforzate dalla crescita economica, dal progresso sociale e dalla continuità del regime democratico del Paese (o forse è meglio dire dalla continuità del processo di democratizzazione che ancora viviamo, dopo la consegna del governo da parte dei militari ai civili, avvenuta nel 1990). Ora, sebbene sembri innegabile che il Paese abbia sperimentato una crescita economica – soprattutto ai livelli macroeconomici -, è molto difficile dire che di questo progresso economico-sociale stiano godendo tutti i cileni. La critica di sinistra a questo proposito è radicale. In effetti la disuguaglianza esistente nella distribuzione delle entrate e nelle opportunità d’educazione – rispetto alle quali esiste una netta e selvaggia separazione tra il pubblico e il privato, naturalmente a vantaggio del secondo – e nella non meno selvaggia separazione tra salute pubblica e privata fanno del Cile un Paese diviso nelle cose più essenziali alle quali ogni uomo ha diritto: l’educazione e la salute. Esiste una piazza, a Santiago, curiosamente chiamata Plaza Italia, che rappresenta ancora, per molti cileni, questa divisione sociale; essa divide la città in due: la zona dei cittadini "di prima classe" (verso est) e quella dei cittadini "di seconda classe" (verso ovest); ciò nonostante, questa piazza è il punto di ritrovo di tutti quando si festeggia qualche trionfo sportivo importante1.

Ritorno ora alla legge cilena sui minori. La nostra esperienza ci permette di dire che essa definisce come un "problema di comportamento" qualsiasi incapacità del giovane d’integrarsi all’ambiente sociale. Invece, per avere un conflitto con la giustizia basta che ci sia solo il sospetto che egli abbia partecipato ad un delitto (grave o meno grave). I primi entrano nel nostro Centro per semplice "protezione" (abbandono famigliare, vagabondaggio ecc.), mentre i secondi vi entrano per cause diverse: furto, alcolismo, tossicodipendenza2; alcuni casi sono etichettati come abuso sessuale o violenza.
A questo punto sarà necessario precisare alcune cose su questa legge sui minori, riprendendo alcuni spunti dai nostri stessi documenti pubblicati3. L’attuale legge cilena sui minori, chiamata "dottrina del minore in situazione irregolare", prevede un trattamento indifferenziato sia per le "infrazioni della legge penale" sia per le situazioni di "rischio sociale"; essa riguarda quindi tutte quelle situazioni che determinano una necessità di protezione per quei giovani che, secondo la legge, si trovano in una situazione di pericolo materiale o morale. Queste disposizioni indistinte per entrambe le situazioni (per l’infrazione della legge e per le situazioni da proteggere) sono giustificate a partire dal fatto che esse non prevedono vere e proprie pene, ma indicano invece mezzi per offrire protezione ai minori; abbiamo quindi un rimedio comune per due manifestazioni molto diverse di una stessa "malattia": il "delitto" ed il "rischio sociale". Dalle argomentazioni di questa legislazione tutelare si può allora dedurre che, siccome la legge stessa offre solamente protezione ed aiuto, i giovani possono essere privati di tutte le garanzie processuali che invece la legislazione penale riconosce ai maggiorenni (a partire dai diciotto anni), costituendo così dei procedimenti giuridici flessibili, senza giudizio, nei quali il giudice ha ampie facoltà inquisitive e discrezionali. Questa legge sostiene che, se il giovane non è nel sistema penale, non è necessario applicare le garanzie giuridiche. Nonostante ciò, l’analisi del funzionamento reale dei sistemi tutelari dei minori permette di constatare che la storica pretesa delle leggi speciali sui minori di escluderli dal diritto penale ha fatto fiasco. Infatti i rimedi costituiscono delle autentiche pene e questo ha permesso per esempio in passato d’incarcerare bambini o giovani in carceri per adulti (oggi vengono internati in Centri chiusi che sembrano delle vere e proprie prigioni). Questa è allora una legge "speciale" che viene solo truccata con un principio apparentemente morale ed etico, perché si tratta di un sistema penale mascherato da sistema tutelare, che non dà nessuna garanzia giuridica e processuale. Il potere del giudice in questo senso è illimitato, con la scusa d’una pretesa sicurezza dei cittadini. Una delle conseguenze di tutto ciò è che questi ragazzi sono considerati oggetti di mero controllo e protezione, non soggetti giuridici, ed ancor meno veri soggetti. La legge con loro può fare quel che le pare. È come se questa legge, per mezzo del giudice, "parlasse"4 al giovane in questo modo: "Ti proteggerò, mi prenderò cura di te, ti potrò anche educare, finché il tuo comportamento non diventi esemplare. Lo farò a mia discrezione, perché so quello che ti conviene. Non dire nulla, non puoi parlare. Sono la Legge, e perciò ti posso castigare. Ti posso rinchiudere. E qualsiasi altra decisione che io possa prendere, tu dovrai accettarla. Ma non temere: faccio questo solo perché mi preoccupo per te". Una legge così concepita è assolutamente paternalistica, e crede davvero d’essere la Legge. Perciò finisce per "divorare i suoi figli"5.

Questa parentesi era necessaria per avere una visone chiara della legge a partire dalla quale si svolge il nostro lavoro. Qual è, esattamente, la nostra metodologia? Riassumerò qui i punti più rilevanti. Abbiamo un "professionista", chiamato con la sigla PRC, che significa "professionista responsabile del caso". Egli può appartenere a qualsiasi ramo delle cosiddette "scienza umane" (può essere cioè psicologo, assistente sociale, antropologo, sociologo) ed ha a suo carico venticinque giovani. Il PRC lavora a tempo pieno ed ha la collaborazione di due assistenti: uno psicologo ed un assistente sociale; questi ultimi lavorano part-time. L’idea è di lavorare in piccole sub-équipes che sono composte da due PRC, da uno psicologo e da un assistente sociale. Le sub-équipes sono tre, quindi i PRC in tutto sono sei. Ogni sub-équipes gestisce centocinquanta casi (venticinque casi a testa per ciascun PRC). I ragazzi, come dicevo, sono inviati dai Tribunali per i minori e quindi sono obbligati a frequentare il Centro. In un primo momento sono sottoposti ad una prima intervista d’ingresso, insieme ad un adulto "responsabile" (generalmente la madre, più di rado il padre). Dopo questa prima intervista il PRC comincia un lento processo d’avvicinamento al ragazzo, in modo da guadagnarsi la sua fiducia. Quest’ultimo, infatti, all’inizio del processo d’accompagnamento, in genere, non ne vuole proprio sapere di noi (anche perché molte volte rifiuta del tutto le accuse che la legge gli rivolge). Questo lavoro d’avvicinamento è molto difficile con alcuni ragazzi, ma sappiamo bene che tutto si gioca su questo vincolo, perché solamente se riusciamo ad avere una relazione con lui sarà possibile pensare di poter incidere, in qualche modo, sulla sua vita, trasformandoci in una presenza significativa per un individuo, che spesso deve affrontare situazioni sociali e familiari che sono davvero complicate. Se non riusciamo a stabilire questo vincolo, l’unica possibilità che abbiamo per insistere ulteriormente con lui è sollecitare l’intervento della legge, per mezzo del giudice, che "sgriderà" il ragazzo, facendogli prendere un po’ di paura (potendo anche utilizzare la minaccia di rinchiuderlo in qualche "internato"), se non si presenta al nostro Centro. Quest’ultima alternativa, la maggior parte delle volte, non serve, perché non ha nessun effetto, almeno per quanto riguarda il vincolo che vogliamo stabilire con il giovane. L’obiettivo della legge (che deve essere anche il nostro) naturalmente è di fare in modo che il giovane non ripeta le sue azioni di trasgressione e che s’inserisca socialmente (per questo gli offriamo corsi tecnici o la possibilità di riprendere i suoi studi di scuola elementare o media, spesso abbandonati; lo aiutiamo anche a trovare qualche lavoretto, quando ce n’è la possibilità). Ma noi facciamo anche molto più di questo, perché, per poter raggiungere questo obiettivo, dobbiamo prima passare per un processo d’avvicinamento (a prescindere dal fatto che la causa dell’arrivo al Centro sia la semplice "protezione" o l’infrazione d’una legge), cioè per un processo fatto di parole ed azioni concrete che devono puntare a "vivificare"6 le parole e le azioni di questi ragazzi, perché esse non lo sono state dalla famiglia d’origine. Infatti, spesso è la stessa famiglia che "gioca contro di noi", anche perché ci troviamo di fronte a genitori che trasgrediscono la legge (soprattutto il padre: alcolista, tossicodipendente, spacciatore, ladro, abusatore sessuale ecc.). Credo allora che il nostro compito sia davvero gigantesco, anche perché il peso che la legge ci pone addosso ci fa credere d’essere i "salvatori" di situazioni che ci trascendono di molto, perché in esse è coinvolta tutta una comunità, dal momento che esse sono l’effetto di problemi politici e sociali nei quali confluiscono diversi fattori, vecchi e nuovi. I ragazzi di questi quartieri vivono in un sub-mondo e per loro uscire dalla povertà e spesso anche dalla miseria umana che circonda tutto il loro sistema sociale e familiare, senza trasgredire la legge, è davvero un’impresa eroica. Ciò di cui ci rendiamo conto è che frequentemente questo è possibile solo offrendo loro "materialmente" quello che possiamo (studio, corsi di formazione tecnica ecc.), ma soprattutto quel vincolo di cui essi sembrano essere ancora più privi: un vincolo d’amore. Noi PRC (ma preferisco dire noi educatori) ci disponiamo a questo vincolo con i giovani di cui ci occupiamo con l’intenzione d’amarli rispettando la loro libertà e le loro scelte, chiedendoci però, allo stesso tempo, se davvero essi hanno delle possibilità di scelta, in quelle condizioni. Sapere qual è il nostro limite, fino a che punto dobbiamo insistere o possiamo incidere su di loro è una delle cose più difficili del nostro compito, perché agendo in questo modo ci confrontiamo ogni momento con i nostri stessi princìpi etici e perciò anche politici. È proprio in questo nostro ambiente sociale, in questa terra lontana, tra una legge giuridica "divoratrice" ed il luogo, reale e simbolico, che noi occupiamo, che ci sembra molto evidente ciò che Ettore Perrella afferma a proposito della legge e dell’amore: la legge non viene dalla colpa ma dall’amore, dall’amore che vuole assumere sin dal primo momento, nell’incontro con il giovane, una posizione etica e non "divoratrice". Questo è ciò che il nostro lavoro testimonia. La domanda è: come restituire questo luogo, reale e simbolico, ch’è di tutti i cittadini, alla comunità e – cosa ancora più difficile – come restituirlo ad una comunità che intanto si limita a sollecitare solo il controllo e la sanzione, in nome della sicurezza dei cittadini, vale a dire in nome della legge, ma di una legge che finora ha fatto prevalere solamente la legge "del più forte"7?

Note
1. Su questo tema non posso dilungarmi ulteriormente. Per chi però volesse approfondirlo (anche se il modo migliore per farlo è quello di venire in Cile non da "turista distratto"), elenco qui di seguito due volumi: Cristian Larroulet y Otros, Las tareas de hoy, Ediciones Zig-Zag, Santiago 1994; Tomás Moulian, Anatomía de un mito, Lom Ediciones, Santiago 1997.
2. La droga che viene più usata nei nostri quartieri popolari sono la marijuana e la pasta base. Quest’ultima è un residuo della cocaina. Entrambe sono vendute a "buon mercato".
3. Corporación OPCION-UNICEF, Problemas teóricos y prácticos del principio de separación de medidas y programas, entre la vía penal-juvenil y la vía de protección especial de derechos, De la tutela a la justicia, Ediciones Helena Hidalgo, Santiago.
4. Lo psicanalista-giurista francese Pierre Legendre afferma che il diritto non è costituito dalla parola d’un soggetto, ma da "una valanga di testi con i quali si riempiono le strutture-istituzioni e si produce così un particolare effetto finzione: il come se le istituzioni parlassero" (cfr. AA.VV. El discurso Juridico. Perspectiva psicoanalítica y otros abordajes epistemológicos, Hachette, Buenos Aires 1982, p. 29.
5. Ettore Perrella, Il mito di Crono, Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 1993.
6. Ettore Perrella, La Formazione degli analisti e il compito della psicanalisi, Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 1991.
7. Nonostante tutto questo, non posso trascurare che ormai è pronto un nuovo progetto di legge, il "Progetto di legge penale sulla responsabilità giovanile", che dovrebbe modificare, in un futuro prossimo (si parla di tre o quattro anni), lo scenario giuridico giovanile attuale. Secondo questa legge i giovani tra i quattordici e diciotto anni potranno avere tutti i diritti e le garanzie giuridiche riconosciute nella nostra Costituzione e dai trattati internazionali che il Cile ha ratificato e che sono vigenti attualmente, ma non rispettati. Questa legge inoltre dovrebbe anche stabilire una separazione di procedure tra casi di "protezione" e casi di "trasgressione della legge". Per quanto riguarda i casi cosiddetti di "protezione", altri Enti statali, fuori dell’ambito giudiziario, dovranno preoccuparsi d’offrire ai giovani un’attenzione socio-educativa. Tutto questo, che nel nuovo progetto restituisce alla legge, per certi aspetti, la sua credibilità, ancora non sappiamo come funzionerà nell’esperienza reale. Si vedrà.

Jorge Toro, psicologo cileno, si occupa dei problemi dei minori a Santiago.
Articolo già pubblicato dalla rivista Arché, periodico dell’Accademia Platonica delle Arti