Il sacro: nostalgia di un’assenza. Un viaggio a cercare persone, non luoghi

Il racconto di un viaggio verso Gerusalemme alla ricerca del sacro.

    Nel giugno dell’anno scorso,  sul fiume Po, tra Ponte Della Becca e la confluenza del Lambro, uno dei punti più solitari, più belli, era una giornata come questa.
C’era una siccità spaventosa, tanto che il giornale mi aveva mandato a coprire la storia di questa grande assenza d’acqua.

Una telefonata nel guado

Era un momento incredibile al tramonto, dall’altra parte del fiume, sul lato nord, c’erano mandrie ferme, l’acqua era ancora abbastanza pulita, e mi venne l’idea demenziale di attraversare il fiume a piedi per vedere se fossi riuscito a guadarlo, tanto bassa era l’acqua. Arrivai oltre la metà quando ricevetti una telefonata, una voce di donna dall’altra parte della cornetta mi diceva: “Paolo, Mino sta morendo”. Mino è un amico caro dell’infanzia che ho perso di vista per quasi 40 anni, che si era rifatto vivo quando sentiva di essere alla fine della vita, malato gravemente. Si era riavvicinato a me proprio perché avevo raccontato una storia di mare.
Lui era un uomo di mare, era il figlio di Lussino, figlio della nostra Dalmazia , nostra nel senso di Adriatica, figlia della nostra stessa  cultura.
Da bambino, io avevo 10 anni meno di lui, andavo a casa sua ad ascoltare da lui, quando spegnevamo la luce nella sua stanza, dormivamo nei due letti vicini, lui mi raccontava storie di mare.
Erano le prime belle storie che mi fecero fantasticare su quelle guerre terribili che erano appena alle spalle, su Bismark, sull’affondamento dell’ammiraglia inglese, sulla lotta degli U-boat. Diciamo che io gli dovevo tantissimo del mio immaginario, della mia fantasia.
Questa voce, dall’altra parte della cornetta, mi diceva: “Mino ho paura che non passerà la notte, ha chiesto di vederti”, ho detto: “Guarda non so se ce la faccio ad arrivare questa sera, però appena mi libero arrivo”.
Viaggiai tutta la notte. Durante questo viaggio di ritorno tutto il rapporto con lui, tutta una serie di ricordi tornarono fuori.
Io ricordo proprio quei mesi in cui i profughi dall’Istria e dalla Dalmazia arrivavano nel ’53 – ’54, e lui arrivò con tutte queste storie dei capitani di Lussino, con tutto un carico di storie, di leggende, di narrazione orale che mi segnò moltissimo.
Mi resi conto, a distanza di tempo, di quanto gli dovevo, e così viaggiando, tornando verso Trieste, verso questo ospedale dove lui era degente, pensai che era venuto il momento di restituire quanto lui mi aveva dato, cioè di raccontargli io delle storie.
E così arrivai, lui si era momentaneamente ripreso, mi misi lì vicino in silenzio, gli presi la mano e cominciai a raccontargli storie. Storie di guerra, altre storie di mare, avevo appena finito da un anno e mezzo il magnifico viaggio a vela da Venezia fino a Lepanto, il luogo della battaglia, dello scontro di civiltà di quattro secoli fa, non abbiamo inventato niente oggi.

La forza del racconto. Mino vive

Mentre parlavo mi rendevo conto che lui stava meglio, mi stringeva la mano, mi diceva: “Ancora, ancora”. E presi l’abitudine di andare da lui; lui non morì, visse ancora molti mesi e avevo la sensazione che parlandogli lui stesse meglio, ma non solo, io stesso stavo meglio.
Ero arrivato al punto di non vedere l’ora di andare in ospedale per parlare a quest’uomo, perché l’energia in termine di attenzione e in termine di carica umana che quell’uomo alla fine della vita mi restituiva, mi dava molto di più di quanto io gli davo, quindi non era solo una restituzione, io andavo lì perché avevo una voglia matta di sedermi accanto a lui e di sentire la sua attenzione. 
Ho cominciato a chiedermi, ormai era luglio dell’anno scorso, il viaggio per Gerusalemme era nella fase terminale della preparazione, avevo letto una quantità impressionante di libri, pensino troppi, e ho cominciato a chiedermi: ma che cos’è che produce tutto questo? Che cos’è che fa sì che quest’uomo in qualche modo rimandi il passaggio, rimandi la morte, e addirittura avevo la sensazione che lui, ascoltando queste storie, ascoltando queste parole raccontate a bassa voce, cercasse la sua strada, cioè cercasse la via giusta, la rotta giusta per andare dall’altra parte.
È possibile che tutto questo sia frutto della mia voce? Se era così, cioè se questo era soltanto un frutto della mia voce e di racconti fatti con il cuore, se era veramente questo, quanto sottovalutata è dalla nostra civiltà, dalla nostra cultura la capacità della parola, del verbo, di essere terapeutica? E quanto imbarbarita era la nostra capacità di ascolto, se tutto questo avveniva, in questo mondo pieno di rumore? Quanto rumore c’era nelle nostre vite bombardate di telefonini, di sgommate e di rumori di ogni tipo?
Ma soprattutto mi chiedevo, visto che stavo per partire per Gerusalemme, questo viaggio demenziale della mia vita, perché era praticamente un salto nel buio in un terreno che non avevo idea di che cosa fosse, mi chiedevo quanto di questa capacità di ascolto e di racconto, quindi di valorizzazione della parola era trasferibile a questa esperienza che stavo per fare, cioè quanto questa capacità di ascolto del silenzio e della parola era trasferibile alla percezione del sacro, della vita dei santi, di una presenza divina che io andavo comunque a cercare.
Mi tornarono in mente delle cose, cioè cominciai a pensare che effettivamente era possibile parlare con l’altrove, e mi tornò in mente una vecchietta di Erto, il paese coventrizzato dal Vajont, che andava ogni giorno a parlare con il marito, con la tomba del marito, per chiedergli anche i minimi dettagli della vita quotidiana, persino se aveva fatto o non aveva fatto un buon affare a comprare un cappone a questo o a quel prezzo.
Mi tornò in mente che una volta nel Cilento, nella profonda campagna quasi in Calabria, un anziano mi disse: “Sì, una volta i morti ci parlavano, ma adesso non li sentiamo più”, gli chiesi il perché e lui disse: “Perché oggi c’è troppo rumore. C’è troppa luce e c’è troppo rumore”.

Il viaggio. E la morte di Mino alla fine del racconto

Ecco, così, con tutte queste domande in mente noi partiamo  per i nostri viaggi in uno stato di grande confusione. Per cercare un minimo di ordine, partii per questa esplorazione più matta della mia vita dopo aver chiuso la porta di casa su una stanza che era ormai ingombra di libri; avevo il letto circondato di libri aperti su qualsiasi argomento che avesse a che fare con Gerusalemme, con il sacro, con i paesi attraversati, una trincea di libri;  me ne andai da casa con quel desiderio di cercare qualcosa di semplice. Avevo letto troppo, avevo visto troppo e l’unica cosa che veramente contava in quel momento era capire se questa intuizione che avevo avuto accanto a quel malato era giusta.
E così sono partito, sono tornato, il viaggio fu infinitamente più facile del previsto, perché i viaggi, anche più spaventosi, più preoccupanti, più complicati poi si rivelano più semplici, perché è il viaggio che si fa da sé, non siamo noi che facciamo il viaggio, è il viaggio che fa noi, sono le persone che incontriamo, che ci vengono incontro sullo stesso sentiero che ci danno il consiglio su dove continuare.
Per cui il viaggio più andava avanti, più arrivava a destinazione, più si avvicinava Gerusalemme e più si semplificava, perché diminuivano i rumori, diminuivano i disturbi, diminuiva l’influsso del consumismo e tutto diventava più semplice. Eri solo tu che camminavi e arrivavi verso la meta.
Al ritorno ho trovato Mino ancora in vita che mi aspettava avidamente di sapere che cosa gli avrei raccontato. Io gli raccontai delle praterie turche, delle luci del Bosforo la sera con le navi che passavano, delle stelle del deserto, degli altopiani e dei monasteri della Siria profonda.
Era smagrito, ma combatteva ancora, combatteva non per rimandare il momento, ma perché voleva essere sicuro di aver trovato la strada giusta per la baia dove avrebbe buttato le ancore.
Morì poco dopo, morì d’inverno, il libro era già stato scritto, in una notte di bora. Io, dopo averlo salutato, andai sulle rive di Trieste, c’era proprio l’ultima luce, c’era un tramonto di quelli strazianti che avvengono proprio sull’Adriatico; dalla parte d’Occidente c’erano le prime stelle che venivano fuori, le Alpi dall’altra parte, una nave turca. Mi ricordo che c’era una nave turca che passava con questa bandiera rossa con la luna calante.
Quando quella nave, sparendo all’orizzonte, mollò l’ultimo fischio con il suo camino capii che avevo fatto un viaggio nel suono, cioè non avevo fatto un viaggio alla ricerca della luce. Il sacro o Dio ci dicono nei catechismi che è luce, io invece avevo trovato un sacro nascosto nelle penombre, nelle cripte, e dentro queste penombre, dentro queste cripte avevo sentito la voce di un suono.

Parti pesante e torni leggero. Io che credevo ….

Vedete, quando parti per un viaggio parti con molti dubbi e chiedi a questo viaggio di darti tante certezze. In realtà, torni da un viaggio molto più povero di come sei partito, nel senso paradossale che parti carico di pregiudizi, carico di conoscenze sbagliate, carico di letture inutili e torni purificato da tutto questo con pochissime certezze, ma sicuramente con un panorama di macerie, di cose inutili buttate via, cioè parti pesante e torni leggero. Questo è il mistero del viaggio.
Quando sono partito credevo molte cose. Credevo per esempio che la genuflessione fosse una cosa islamica, credevo che quelli che pregano con il sedere per aria e con la testa sul tappeto fossero solo ed esclusivamente i musulmani. Mi è bastato arrivare ad un terzo del viaggio in una piccola chiesa nascosta di Istanbul e vedere i greci, i vecchi greci pregare a quel modo, genuflettendosi esattamente come i musulmani per capire che noi in Occidente avevamo dimenticato una pratica religiosa antica come l’uomo, di cui semplicemente l’Islam era diventato il portatore in termini quasi militareschi.
Credevo che le tecniche di respirazione fossero qualcosa che viene dell’Oriente, dallo yoga, dall’India, invece mi è bastato arrivare a Konya, una delle città sante dell’Anatolia, città musulmana e vedere delle donne ansimare ritmando il proprio respiro di fronte al catafalco di velluto verde del santo Mevlana, del santo musulmano Mevlana, grande poeta e grande saggio del ‘500.
Mi è bastato vedere queste donne che respiravano in modo regolare quasi fosse una specie di orgasmo, per capire che quella era una cosa che non era affatto indiana, ma era stata nostra, si chiamava l’Esicasmo, era la ripetizione della stessa preghiera con il ritmo del respiro ed era rimasta viva nel nostro mondo soprattutto attraverso la grande esperienza del monachesimo e dell’eremitaggio russo, che era il grande erede della tradizione bizantina.
Credevo di incontrare dei cristiani ridotti a minoranza, tali erano, perché erano pochissimi, ma essi tutto si sentivano tranne che come gli altoatesini o i friulani o i ladini, chiusi nell’autocontemplazione della loro diversità etnico-linguistica, per niente. L’alieno semmai ero io; ma loro mi vedevano come un fratello, quindi si sentivano parte di una comunità universale in modo molto più forte di quanto noi in Occidente ci sentiamo. Poveri, dispersi nella più profonda Anatolia, ai confini dell’Iraq, erano consci, profondamente consci negli ultimi paesi dispersi dell’Altopiano anatolico di questa loro appartenenza.
Credevo che lo scontro di civiltà fosse tra Occidente e mondo islamico, ma mi è bastato arrivare a Salonicco e sentire le recriminazioni di un greco contro lo scisma tra cattolici ed ortodossi per sentire nella sua anima, nella sua voce una rabbia ancora superiore a quella che avrei potuto sentire in bocca ad un Imam, perché noi eravamo i fratelli degeneri, e non solo quelli dell’altra religione, liberi di appartenere ad un’altra religione. E gridava: “Ma tu come hai potuto, voi come avete potuto dimenticare Costantinopoli? Come avete potuto attaccarci nel 1300, ecc., fare delle crociate contro di noi che eravamo cristiani come voi?”. Cose che non hanno dimenticato.
Credevo che il viaggio fosse alla ricerca dei luoghi, ma i luoghi li trovi anche sulle guide, i luoghi li puoi leggere nei libri dei grandi scrittori di viaggio, ma le persone fanno il tuo viaggio, le persone rendono unico il tuo cammino sulla terra.
Il viaggio è sempre un viaggio nelle persone e più andavo avanti e più mi rendevo conto che Gerusalemme era solo un pretesto, era solo un’immaginazione geografica per darmi l’occasione di fare quello che avrei potuto fare anche davanti alla porta di casa mia, cioè incontrare l’altro con la mente sgombra da pregiudizio.
Credevo che la parte più difficile del viaggio fosse eseguirlo, fosse attraversare questi luoghi: “Chissà che pericoli hai visto, chissà cos’hai trovato”, non avevo trovato niente, tutto era molto più semplice.

Le rivelazioni del viaggio

Credevo che il pericolo aumentasse più mi allontanavo da casa. Ebbene è stato esattamente il contrario. Le situazioni più difficili le ho trovate appena passate il Canale di Otranto, in Kosovo, dove la vita dei cristiani letteralmente dipende dalla presenza dei militari italiani.
Credevo che la Turchia, Paese della NATO, Paese i cui governanti sono amici dei nostri ex governanti, paese che vuole entrare nell’Unione Europea, credevo che la situazione dei cristiani fosse una situazione civile, invece ho trovato dei poveracci, soli, isolati, incapaci di collegarsi gli uni agli altri, situazione da paura, da paura.
Viceversa, quando sono arrivato in Siria, paese canaglia secondo la graduatoria delle grandi alleanze occidentali, ho trovato una classe dirigente cristiana, ho trovato donne cristiane con la croce d’oro sulla scollatura in mezzo alle musulmane velate, senza alcun problema, tacchi alti, con una rappresentazione di sé che non aveva la minima paura dell’altro.
Viceversa, ho trovato a Gerusalemme dei cristiani ormai ridotti ad uno zoo per turisti, pochi rimasti, quasi tutti venuti da fuori per presidiare questa bandierina fondamentale della cristianità, oltre che delle altre due religioni, ho trovato lì sì una minoranza schiacciata, perché i cristiani sono quasi tutti palestinesi, ma sono in quanto palestinesi una minoranza rispetto agli ebri e in quanto cristiani una minoranza rispetto ai palestinesi, quindi non sono nessuno.
Credevo che la forza del messaggio cristiano diminuisse mano a mano che mi allontanavo da casa, invece è stato esattamente il contrario: più mi inoltravo nelle terre dei minareti, più i cristiani erano una presenza minoritaria, sola, meno forte era la tentazione del potere temporale, meno forte era la compromissione con il potere politico e più splendente era il messaggio.
È molto più facile essere cristiani dell’Anatolia profonda o in Siria dal punto di vista della chiarezza del messaggio, che qui.
Credevo che la fine del viaggio fosse Gerusalemme, invece è bastato arrivarci per capire che il viaggio forse appena cominciava, e la sua parte più straordinaria era ancora da fare, il Sinai, la costellazione dei monasteri lungo il Nilo, sulle montagne verso il Mar Rosso e poi la meraviglia dell’Etiopia che abbiamo dimenticato, ma è il più grande paese cristiano dall’Africa dove ho trovato un’interpretazione del messaggio molto più simile a quello del Cristianesimo delle origini di quello che è diventato il nostro.
Credevo che il viaggio fosse un viaggio alla ricerca della luce, invece è stato un viaggio alla ricerca dei suoni.

Raccontare il viaggio: suoni rumori e il vento

Il viaggio nella sua esecuzione si rivelò la parte più semplice di tutta la costruzione di questo libro, molto più difficile fu la lettura che lo precedette ed infinitamente più difficile fu la scrittura di quanto avevo visto, perché una volta che tu entri nella dimensione del viaggio, come fai a renderne partecipi quelli che non ci sono stati?
Come fai a comunicare con un mondo che ti circonda e che non ha la minima percezione della sacralità, con un mondo che è assordato di segnali che gli impediscono di stare solo con se stesso e in silenzio di fronte a queste cose?
Se io dovessi dirvi qual è la cosa che mi sarebbe stata più utile e che non ho portato in questo viaggio non è la penna, non è la cinepresa, non è la macchina fotografica, non è la carta geografica, non è il dizionario delle lingue, ma è un registratore.
Se io avessi potuto in certe situazioni avere il registratore e sentire i suoni che arrivavano, le preghiere che arrivavano, i canti, il rumore del vento di certi luoghi avrei potuto darvi qui in diretta un’immagine infinitamente più completa di quello che vi può dare la povera parola scritta di questo libro.
È bastato arrivare a piedi al Monastero di Bose su queste meravigliose colline moreniche, vicino a Biella, il Monastero di Bose, dovreste saperlo, è uno dei luoghi eletti del dialogo tra cristiani d’Oriente e cristiani d’Occidente. Già arrivare lì ti prende un brivido, tu arrivi lì la sera e senti il canto del vespro che scende dalla montagna portato dalla brezza profumata di neve che scende dal Monte Rosa. È qualcosa di assolutamente unico ed è la parte acustica che è rivelatrice, è quello che ti dice di più.
E poi il viaggio che continua, l’arrivo a Milano in questo sotterraneo della Biblioteca Ambrosiana dove senti il gocciolio dell’umidità su queste pietre che sono le stesse pietre del cardo e del decumano dell’incrocio grande delle strade romane che facevano il centro di Milano.
Quelle gocce cadono sul baricentro perfetto di Milano che nessun milanese conosce, coperto dal traffico delle automobili, banche, fotomodelle, giornalisti, ma lì in quel silenzio senti solo quel gocciolio nel punto centrale di quella croce antica, precristiana, che è l’incontro delle due strade romane, e lì è stata fatta una copia del sepolcro da parte dei crociati tornati nel 1100 da Gerusalemme. Lì, proprio in quel punto, con una sovrapposizione simbolica da brivido.

E poi Bari,  il canto delle badanti ucraine arrivate a Bari, perché a Bari c’è la spoglia del santo più santo dell’ortodossia, e lo abbiamo noi in terra di Santa Romana Chiesa, in una chiesa che una volta alla settimana, il giovedì, viene data in comodato, in condominio ai pellegrini ortodossi che la penetrano, la riempiono con una potenza di canto, di incenso e di candele che noi possiamo immaginare soltanto nelle feste solenni come il Natale. Loro lo fanno ogni giovedì e se potessero lo farebbero ogni giorno.
Questa gente  mi prende per mano e mi dice: “Ma voi non sapete quanto santo è Nicola”.  Tu vedi fuori la città che se ne frega, e  questi invece vengono da migliaia di chilometri. Ho trovato dei siberiani, un vescovo siberiano che ha una diocesi grande come tutta la Francia, che si può spostare solo in elicottero e che è venuto lì perché quello è il polo della sua religione, è Nicola.
E poi il rumore del vento sulla brughiera che scende sull’isola di Zacinto verso un monastero distrutto, abbandonato e semidistrutto sullo Ionio di nome Sant’Andrea, dove mi sono trovato a passare quasi per caso; ero incuriosito da questa piccola croce indicata sui faraglioni verso Occidente di quest’isola dello Ionio. Mi è venuta voglia di andare in questo monastero che aveva lo stesso nome del mio figlio primogenito.
Sono sceso, ho camminato per più di un’ora e sono arrivato in un posto che era da “spada nella roccia”; non c’era nessuno, solo capre, pietre, degli affreschi che ancora visibili e l’ultimo sole, entrando per la porta sfondata della chiesa con il tetto che non c’era più, ha illuminato gli affreschi sul fondo della chiesa che hanno iniziato a muoversi con il barbaglio del riflesso del mare.

La musica dei Balcani, il ticchettio dei monaci

E poi la grande esperienza dei Balcani: il ticchettio – un altro rumore fondamentale del Cristianesimo ortodosso – del martelletto di legno su una tavola istoriata di legno che si chiama Simandron e che serve a chiamare a raccolta per la preghiera.
L’ho sentito alle quattro del mattino in un monastero del Kosovo protetto dai blindati italiani, dove mi ero recato insieme all’artista Moni   Ovadia che era incuriosito dal luogo. Avevamo dormito nella nostra camerata e alle quattro ci ha svegliato questo rumore che sembra lieve, ma in realtà ti strappa dai sonni più profondi per una magia che non so, e che secondo la simbologia ortodossa ricorda lo strumento con cui Noè chiamò gli animali nell’arca.
Provate a chiudere gli occhi e  ad immaginare nel buio il rumore dei piedi e dei sandali degli altri monaci che cominciano pian piano, ancora assonnati, ad andare verso le scale, lo scricchiolio delle scale di legno. Scendono verso il prato del giardino centrale dove c’è una magnifica chiesa, romanica e bizantina nello stesso tempo, dove il monaco nero, balcanico, quindi alto e lungo come un brigante, con questa barba nera, come un giocatore di pallacanestro, che oscillando  batte il suo martelletto di legno come un soldatino meccanico girando attorno alla chiesa.
E tu entri in questa chiesa ancora buia e lentamente assisti allo spettacolo dell’alba attraverso le vetrate dell’abside, nascosta dietro l’iconostasi. E all’interno della iconostasi di legno traforata con delle finestre, con delle porte, che  brulica per l’affaccendarsi di preti, di vescovi, di monaci, di chierichetti e di varie gerarchie, tu vedi come un  incendio che divampa lentamente dentro l’iconostasi, un contenitore pieno di incenso che diventa color oro e ti illumina, e vedi  delle spade di luce che escono in modo concentrico dai buchi dell’iconostasi, e il canto delle donne che sono dentro la chiesa, spostando l’aria con il canto disegna sulle linee di luce come un pentagramma.
Allora capite che conta sempre meno la fotografia in un viaggio così. In una località sopra Salonicco dove ancora si sacrifica un bue, si sgozza un bue in onore delle sante icone ho ascoltato Iil canto dei greci.
Questi sono profughi della Turchia, arrivati all’inizio del ‘900 con le grandi guerre balcaniche e la cosa che si sono portati sono le icone, antiche icone centenarie, pluricentenarie, ne ho vista una del 1400, precedente alla scoperta delle Americhe, incastonate d’argento con dei manici fatti apposta per essere tenute in mano.
Dopo il sacrificio del bue, del toro, del quale vengono seppellite accuratamente, lontano dalla tentazione dei cani che le potrebbero mangiare, in una fossa profondissima, tutte le interiora, la pelle, ecc., quando c’è il momento della festa finale gli uomini e le ragazze  cantano al suono di una musica ossessionante, ritmata da tamburi, qualcosa di antichissimo, richiamando il nome del santo che si chiama Costantino. Cantano ballando con le loro icone in mano abbracciandole come fossero dei neonati, perché lì ci sono gli antenati, lì c’è tutta la loro storia, lì c’è tutto il filo della loro diaspora, e sono venuti da chissà dove, quella è l’unica cosa che hanno.
E poi la Macedonia, la terra della musica, il cuore della musica balcanica. Ci sono arrivato la notte di San Giorgio, i primi di giugno, è il tempo della fioritura.
San Giorgio è, anche per i musulmani di lì, il grande propiziatore della fertilità. Ho visto famiglie musulmane che portavano i loro bambini ad essere infiorati con le stesse corone di garofani e di fiori di campo che vengono messe attorno al collo dei bambini ortodossi, ma soprattutto ho visto questa competizione di sacro e profano.
Da una parte il monastero con suore da una parte e dall’altra parte monaci che pregavano con questo canto ritmato, bizantino, molto lontano rispetto a quello che è il nostro canto di chiesa, e dall’altra parte il paese in preda ad una baraonda non stop di 36 ore, in cui i suonatori zingari hanno tenuto botta per un giorno, una notte ed un giorno ancora, con le giugulari gonfie così, detergendosi il sudore, e poi ancora, quando la festa è finita, andare in una locanda e continuare a suonare solo perché ero straniero.
E poi l’arrivo a Costantinopoli con uno dei canti più belli che abbia mai sentito in una chiesa, un canto a Maria che si chiama “Il canto da fare in piedi”, “Akathistos” in greco.
C’erano trecento, quattrocento persone in questa chiesa minoritaria, una piccola  chiesa,  che quasi si nascondeva, quasi aveva paura di dire: “Esisto in mezzo a questi giganteschi minareti e a queste cupole enormi di un Islam turco trionfante”.
Il canto inizia in sordina e poi  prende forza, diventa quasi militare, forte, dolcissimo, e tu senti che in quel canto c’è un esorcismo quasi, c’è tutta la paura di un popolo di scomparire, la paura dei greci di scomparire come popolo, come usanze e come lingua, ma anche di sparire come cristiani.

Anatolia, Cappadocia; l’ultima campana ha suonato trenta anni fa

Poi il viaggio continua verso l’Anatolia profonda, a Cappadocia, terra dove la campana non suona, l’ultima campana ha suonato più di 30 anni fa. Ora c’è un grande silenzio, interrotto solo dal Muezin.
Eppure a volte tu capisci di più di una presenza dalla sua mancanza; il luogo era pieno di turisti cristiani che non mi davano la sensazione di un’appartenenza cristiana. Non era per niente consolatoria per me la presenza in quel luogo abbandonato di orde di turisti occidentali, cristiani come me.
Chi invece mi ha dato la sensazione di che cos’erano quei luoghi è stato un turco musulmano;  era uno che diceva tutte le volte che il Muezin gridava sopra il suo negozio: “Io se fossi Allah avrei l’emicrania a sentirmi pregare cinque volte al giorno”.
Ho avuto più la cognizione di che cos’era quel luogo da quello strano musulmano che da questi occidentali in bermuda che arrivavano con i camion e gli aerei dei turisti.
Lui mi ha portato dentro le chieste rupestri dove puoi arrivare solo con i sentieri, mi ha fatto chiudere gli occhi, ha acceso delle candele, eravamo di notte, e poi me li ha fatto riaprire e io mi sono trovato di fronte ad uno spettacolo inimmaginabile: mille lumini accesi che movimentavano tutti gli affreschi oramai stinti che c’erano lì dentro.

Ma la vera sensazione è quella acustica.   Voi sapete com’è fatta la Cappadocia, è un dedalo, un labirinto infinito di vallette, di canali, di terrazzamenti, di piccionaie, di sentieri, di gradoni, di chiese, di cappelle, di case, è un mondo completamente sotto quota periscopio, perché tu non lo vedi dall’Altipiano anatolico, è tutto sotto in queste valli.
Potete svegliarvi lì la mattina, chiudere gli occhi ed ascoltare come si sveglia questo mondo, lì canta un gallo, lì risponde un altro, qui si sveglia un asino, un altro gli risponde nella valle più in là, un cane abbaia, un altro cane chiama dall’altra parte, e poi gli uomini che si chiamano.
La topografia sacra di questo luogo era perfettamente percepibile solo a livello acustico, non era necessario un film; eppure anche lì c’erano degli enormi palloni aerostatici, pieni di turisti con la scritta Coca – Cola che navigavano sopra questi luoghi alti senza capire un beato niente.
Mardin voi non sapete che cos’è, è un luogo che consiglio a tutti di vedere. Mardin è un luogo che si dice sia più aggrappato al cielo che alla terra, perché a Mardin l’Altopiano anatolico finisce, si schiude la vista e si spalanca verso la Mesopotamia, verso la terra dei grandi fiumi, quindi verso l’Iraq, verso Babilonia, verso la terra degli Assiri, il luogo dove è nato tutto, dove è nato l’Aramaico, la lingua di Cristo, dove è nata la grande tradizione talmudica degli ebrei, dove è nata la lingua che ha dato poi origine alla lingua araba vera e propria.
In questo luogo – dove la chiesa più recente è più vecchia di mille anni rispetto a San Pietro, c’è una chiesa del 200 d.C. ancora aperta, dove persino i musulmani di fronte all’antichità indiscutibile di queste pietre, chiaramente più vecchia di qualsiasi Islam, entrano  con rispetto – ed è una cosa che ti lascia a bocca aperta e ti dice come certi luoghi, un altro luogo è Sarajevo, un altro luogo è Istambul, hanno una magia in sé che intimidisce chi arriva anche con gli intenti più negativi.
Ed è una esperienza unica  sentire la sera il soffio del vento freddo che scende dall’Altopiano anatolico, dalle nevi dell’Ararat e passa sopra questa gobba, sopra i minareti e sopra i campanili di Mardin e precipita verso le luci che vedete lontano come un arcipelago della grande pianura mesopotamica.
Lì poco prima, quella stessa sera, ho sentito litigare dei bambini, litigare ferocemente, chiaramente si insultavano, usavano delle parole non regolamentari,  stavano giocando a pallone dietro la sacrestia; ebbene c’erano non più di duecento cristiani a Mardin, però quei pochi si facevano sentire, non erano timidi come i monaci del Kosovo che usavano appena il martelletto di legno e non osavano suonare la campana per non irritare gli albanesi.
No, questi gridavano, facevano casino, erano presenti nella comunità locale come tutti i bambini. Il prete di Mardin ha fatto tredici figli per sentirsi meno solo. Sono tutti ottimi cantori, tutti padroni dell’aramaico.
Bene, vedo questi bambini che giocano a calcio insultandosi ferocemente, chiedo al prete, perché non capivo la lingua, perché non era arabo, ovviamente non era ebraico, ma non era sicuramente turco: “Che roba è?”, e lui mi dice: “No, no, beh, aramaico”, dico: “Aramaico? E che cosa si dicono?”, e mi ha ripetuto una serie di insulti che non posso riferirvi.
Volete mettere vedere Mel Gibson che parla un finto aramaico con la faccia coperta di pomodoro, con accento americano e vedere dei bambini che parlano l’aramaico vero giocando a pallone? Scusate, io preferisco i secondi.

Ai confini con l’Iraq e poi di nuovo sul mare

Percorri il deserto, ascolti il vento del deserto, scopri una valle alla fine del deserto che entra in una montagna, in cima a questa valle pietrosa, secca, in questo guado disseccato c’è un monastero del 400 d.C. che è stato ripreso in mano da un frate gesuita italiano che lavora al dialogo; sono ormai quasi ai confini dell’Iraq,  è l’ultimo monastero, quello che ha segnato la frontiera orientale di questo viaggio, Mar Gabriel.
Il monastero di San Gabriele, abitato ininterrottamente dal 400 d.C., ora ripreso in qualche modo, è riabitato da nuovi monaci che arrivano da lontano, e lì ho sentito i canti più incredibili della mia vita, i canti urfalei, sono i canti più antichi della cristianità. Gli specialisti di musica dicono che quelle note – considerando il conservatorismo di queste popolazioni – questi motivi arrivano forse al 300 d.C. e sono assolutamente immutati.
Voi immaginatevi delle nenie martellanti, cantate da monaci barbuti e segnati nel viso come balenieri in fondo ad una chiesa buia come un pozzo, in cui l’unica luce è una finestra dalla parte del sole, ed ha la funzione di una meridiana, cioè di indicare sul pavimento della chiesa il cammino del sole, di scandire le ore, ebbene quel luogo d’ombra che risuonava di note e di parole era in realtà un grande orologio terrestre.

Dietro questo monastero c’è una costellazione di eremi, di grotte dove degli uomini soli hanno deciso di passare la loro vita usando il monastero soltanto come baricentro, come luogo a cui ogni tanto andare per fare delle preghiere corali.
Entrare in quelle gole alla ricerca degli eremi solitari e sentire che uno di loro ti vede arrivare e ti chiama, ed è un francese che ti indica la strada e tu non sai da che parte guardare perché l’eco ti depista e arrivi di fronte ad una caverna e ti trovi di fronte ad un giovane bellissimo, con dei boccoli d’oro come l’Arcangelo Gabriele che ti fa accomodare dentro la grotta che non ha nulla;   e poi parlare con lui e chiedergli: “Ma tu li senti quelli che sono stati in questa grotta prima di te?” e lui che dice: “Certo che li sento”: tutto era una sorpresa; e poi in quel momento il cielo si apre, comincia a grandinare e lui mi dice: “Eccoli che ci hanno sentito” indicando tutto quello che si scatenava intorno a noi, e non pioveva da mesi e il mio arrivo gli aveva portato all’acqua.
Che cos’è stata quella notte, questa gola riempita di quest’acqua improvvisa, il rumore del torrente in fondo, la gioia delle capre che brucavano, il vento che poi ha spazzato via tutto e ha gonfiato tutte le lenzuola appese ad asciugare giù nel monastero, quasi fosse un galeone che navigava verso le stelle? Sono sensazioni che se non ci vai non le puoi capire.

Di là sono ritornato al mare, Antiochia. Ad Antiochia vi viene il mal di testa, i turchi non sanno l’arabo, quindi vengono bombardati cinque volte al giorno da un Muezin che loro non capiscono.
I cattolici pregano in turco, perché essendo gli ultimi arrivati devono in qualche modo fare proseliti e quindi devono usare la lingua più facile, e devono dimostrarsi bravi cittadini turchi.
I greci pregano in arabo perché non volevano riconoscersi in Costantinopoli, ma in un’altra entità più vicina al mondo arabo, quindi essere in qualche modo il tramite tra Occidente ed Oriente.
Gli ebrei, ce ne sono ancora, pregano in greco. Poi ci sono gli armeni che pregano in armeno e poi ci sono gli ultimi moicani che usano ancora l’aramaico. Questa è Antiochia, la terra dove il Cristianesimo ha assunto il suo marchio di fabbrica, dove Paolo ha deciso che era inutile spendere troppa energia a convertire gli ebrei quando era infinitamente più facile convertire i gentili, i pagani.
E poi la Siria. La Siria, Aleppo è la polifonia più complicata, 35 chiese cristiane di 15 confessioni diverse che a tutte le ore sparano litanie e canti in un modo che ti disorienta completamente.
Qui ho assistito alla Pasqua dei greci, tu vedi i sacerdoti con paramenti pesanti, oro, icone, barbe, ecc., e senti nomi inaspettati:  Salam, Alecum, Allah, Akbar, senti esattamente le parole del minareto, ma tradotte nella liturgia cristiana.    Sono cose che ti fanno pensare.

Giordania, monte  Nebo, Gerusalemme

Poi c’è la Giordania che la consumi in un attimo, perché si riduce a un grande balcone straordinario sulla Valle del Giordano, che ti separa ormai soltanto da Gerusalemme che la vedi luccicare dall’altra parte. E poi il Monte Nebo, il luogo dove Mosé vide la Terra Promessa poco prima di morire; lui sapeva, gli era stato profetizzato che non l’avrebbe mai potuta toccare.
Ecco, essere lì prima dell’alba, vedere spegnersi le stelle, vedere il vento che scende giù verso il Mar Morto, le prime greggi che escono, i Muezin che cominciano a chiamarsi, il profumo dei fiori di senape e poi, dopo il check point israeliano, la salita da Gerico verso Gerusalemme è qualcosa di straordinario, godi  di un’ esperienza non solo acustica,  o paesaggistica, ma anche di odori.
Il vento  sale e mano a mano che vai avanti si riempie di voci e dei profumi della città che sorvola, del kebab, del vociare dei bambini palestinesi che giocano per la strada, il rumore del mercato, della città vecchia, il rumore dei metal detector, il frastuono della città coi turisti che arrivano. E poi si aggiunge la competizione tra i segni acustici delle tre religioni, ognuna cerca di fare di più, con le campane, coi Muezin, e con il canto degli ebrei.
Il rumore è tale che tu ti perdi, hai quasi voglia di tornare indietro, perché durante il viaggio hai avuto molto più silenzio, hai potuto distinguere un rumore dall’altro, un suono dall’altro. L’arrivo a Gerusalemme può essere un’esperienza scioccante per uno che ha fatto questo viaggio veramente in silenzio, non in un pullman pieno di gente, ma da solo. Ecco, uno che ha fatto questo viaggio da solo quando arriva a Gerusalemme ci resta male e crede di aver sbagliato luogo, poi ci stai un po’ e cominci a scoprire altre cose.
Per esempio, entrare in una delle  scuole talmudiche degli ebrei e vedere in una sala non più grande di una sala per cento, trovarvi  500 ebrei che leggono a coppie separatamente uno dall’altro ad alta voce pezzi di Testo Sacro, 500 persone in uno spazio proporzionalmente ristretto, voi non avete idea dell’onda d’urto vocale e di pensiero che questo profondo brusio fa uscire anche all’esterno.
Si ha la sensazione di essere quasi in una nube protettiva, in un grande scongiuro che ti protegge da tutti i pericoli esterni, e lì ho capito come gli ebrei, soprattutto gli ebrei ortodossi, riescono a vivere quasi ignorando il pericolo che li circonda e tale è la loro capacità di concentrazione sulle scritture ed è tale la consolazione e l’autosuggestione, il training autogeno che riescono a costruire recitando ad alta voce tutto questo, che è come se i missili libanesi non esistessero.
E poi il sepolcro. Quando i turisti in bermuda se ne vanno, quando smettono i telefonini, quando il grande suq con le magliette “I love Gerusalemme” si chiude, passata l’ora di cena ormai girano solo i gatti e i pellegrini veramente attaccati al luogo, allora risenti la dimensione di Gerusalemme.
Gerusalemme, non saprei dire se è più terreste o celeste, ormai a mezzanotte non hai altro che qualche litania, qualche candela accesa sotto, pellegrini abbandonati, qualcuno raggomitolato in un angolo, altri che dormono seduti sotto degli affreschi, e nello stesso tempo al piano di sopra, sul soffitto del sepolcro hai i monaci etiopi, i più belli, i più puri, i più semplici, i più silenziosi, che dentro il loro mantello nero pregano in silenzio.
Quando la città fa silenzio allora tu capisci che hai fatto tutto quel viaggio solo per quel momento di silenzio e che tutti quei suoni, quelle parole e quei canti che hai sentito durante il viaggio trovano la loro sintesi in quel momento di silenzio;  ed è lo stesso silenzio consolatorio, rasserenante che il mio amico del cuore, Mino,  aveva trovato dopo tutti quei racconti e tutte quelle parole.

Asiago 2 settebre 2006