Il verde e l’erba

Ci si insultava a parolacce. Un paio di vaffa ben dati, al massimo volava qualche sberla e poi amici come prima. Un secolo fa o giù di lì. Oggi passo in cortile e vedo due bambini che bisticciano, i motivi probabilmente sono gli stessi per i quali volavano i miei sberloni e i vaffa dei tempi andati. Quello che appare come il più intraprendente si alza di scatto e se ne va. Improvvisamente si ferma sul portone, si gira e urla: você é um Perdedor! Tu sei un perdente!

Perdente? E che razza di insulto è, perdente? In ascensore rifletto. E di tempo ne ho assai: diciannove piani. Perdedor, perdente… looser, sì, looser, l’insulto preferito nei film americani. E qui siccome al cinema e alla TV via satellite i film non sono doppiati, ma vengono proiettati in lingua originale coi sottotitoli, ecco che i bambini ripetono quello che hanno imparato: looser, perdente, perdedor. Ma che razza di insulto è? Che significa?

Oggi, ventunesimo secolo, la faccia del nostro barbuto-capo è sulle pagine della più importante rivista baciapile. Sorride in poltrona, dietro di lui un enorme mappamondo. Praticamente un re sul trono. Il titolo: Lula personagem do mundo, Lula personalità del mondo. Altro che looser! Non leggo l’articolo. Non mi interessa. So già cosa c’è scritto: tra le tante meraviglie del Brasile contemporaneo c’è pure il record dei centosessanta milioni di telefonini. Mancano venti milioni e poi sarà coperto il cento per cento della popolazione del paese. Urca che bello.

Nemmeno nel Bresciano nel giorno della sagra di san Faustino s’udiva un baccano simile. Sono parole di Mario Rigoni Stern, tratte dal suo libro Il sergente nella neve. Era la notte di capodanno e l’artiglieria russa iniziava l’attacco finale, quello che avrebbe sfondato le linee italiane. Il sergente scrive che “tremava la terra”. E poi ingenuamente ritorna col ricordo al suo paese, il giorno della sagra che assurge qui a metro di paragone per l’avanzata sovietica. Un omino piccolo piccolo sotto le bombe dell’armata rossa: apparentemente un looser a tutti gli effetti.

Il mio amico cerca di convincermi che il quebra ossos, il rompi ossa, esiste ancora ed è pieno di gente. Non è possibile, rispondo. Da fonte sicura so che lo hanno chiuso da un pezzo. La fonte sicura sono io, insiste il mio amico. Il quebra ossos, è una caverna sotto i ponti del grande asse attrezzato che lega il centro alla zona est. Un buco tra il tombino e il marciapiede. Si entra uno alla volta. Dentro è enorme. Grande come un campo da tennis, un campo da calcio, uno stadio intero. Buio anche di giorno. Le entrate laterali sono state murate da tempo. Quante famiglie ci abitano? Forse cinquanta, forse più. Famiglie. In una caverna a due passi dal duomo e dal palazzo comunale. Il mio amico lavora, è pulito – nel senso che non usa droga, non beve – ed ha un telefonino. Quando penso che vent’anni fa, dovetti comprare per tremila dollari la linea telefonica da istallare in casa mia… Cento volte meglio oggi, il mio amico, telefonino in tasca, che insiste a dire che il quebra ossos è ancora aperto. Io sono la tua fonte sicura, dice. Fidati, che io là dentro ci abito. Il mio amico oggi lavora come catador, ha un carretto con cui striscia per le strade alla ricerca di cartoni e ferro vecchio. Un carretto tirato da lui, muscoli da Maciste e telefonino. Mi chiede un grande favore: andare all’ospedale per vedere come sta il figlio di un suo vicino. Abita con lui nella caverna, ma non può lavorare. Investito da una macchina ha perso le forze per sempre. E il figlio si è ammalato. La moglie lavora al suo posto ma non ha tanta forza come lui, meno cartone, meno ferro, meno soldi. Il figlio si è ammalato. Il mio amico chiede se gli faccio il favore di andarlo a visitare, vuole sapere notizie, vuole sapere che cos’ha, se ha la febbre, se mangia, se sta meglio.

L’ospedale è una istituzione che esiste da quattrocento anni e che oggi è punto di riferimento per il paese intero. Il mio amico mi aspetta sul portone. Non ha la camicia e neanche le scarpe. Dice che lavora meglio così, in ciabatte e a torso nudo. Per evitare che lo sbattano fuori, preferisce non entrare. I corridoi sono un vero labirinto. Entro, esco, in fondo, laggiù, scendo. Sotto. Giù. Sotto la scala. Sottoscala. Lo stanzone non ha un letto, solo materassi. Per terra. Materassi per terra. Il ragazzo sdraiato è quasi viola, quasi giallo. Un seggiola sostiene il flacone della flebo. Il ragazzo non sa chi io sia. Gli porto i saluti del mio amico e notizie di suo padre e sua madre. Dico che presto starà meglio e potrà tornare… a casa. Parlo con il medico di turno, dopo averlo scovato in fondo a qualche corridoio occupato da barelle e malati massacrati dall’incuria. L’odore di urina, sudore e sangue. Odore di ospedale della più grande metropoli dell’emisfero sud, l’odore di cento sessanta milioni di telefonini e dell’insulto dei bambini del mio cortile. Il medico dice: esta gente é assim, quando não aguenta mais desaba de fome; questa gente è così, quando non ce la fa più crolla dalla fame. Il ragazzo è quasi viola e quasi giallo, quasi morto. Fame. Il ragazzo è letteralmente un morto di fame.

Ma esiste ancora l’erba verde? Esiste ancora il verde? Erano queste domande che si poneva Il sergente nella neve durante la ritirata nella steppa coperta di morte e ghiaccio. Esistono le cose normali, l’erba, il vento, gli alberi? Io invece non penso a niente, passo per i corridoi in un silenzio impregnato di tutto il fetore possibile. Al mio amico che aspetta in strada accanto al suo carretto porto buone notizie. È solo debole, vedrai presto il ragazzo si riprenderà. Il mio amico mi abbraccia, petto nudo lui, camicia io, sudati entrambi. Dopo qualche passo, il mio amico si ferma: dottore, mi stavo dimenticando di darle il mio numero: eccolo. Dottore, mi dà il suo? Cerco di convincerlo che il telefonino non ce l’ho e non lo uso. Mi guarda, sorride. Forse pensa che non voglio dargli il numero, in fin dei conti io sono un dottore e lui un…

E il verde? E l’erba? Esistono ancora o è normale che sia così, che un ragazzo conosca la fame più fredda dell’inverno russo e più rumorosa della sagra di san Faustino? Che viva sepolto vivo in una grotta a due passi dal duomo e che quando non ce la fa più e crolla venga ricoverato in un sottoscala? E il verde, e l’erba, esistono ancora? Mario Rigoni Stern: “nel libro troverete episodi sereni e crudeli, pacifici e tragici, allegri e disperati; ma vorrei vi soffermaste su quelli dove più veri sono la comprensione, la pietà, la generosità: sentimenti che uniscono gli uomini e che non li dividono.”

Voglio dedicare i “sentimenti che unisco gli uomini” al ragazzo ricoverato, a sua madre e suo padre, al mio amico preoccupato e anche a quei due bambini in cortile che si insultavano chiamandosi l’un l’altro “perdente”. Voglio dedicare i sentimenti che uniscono gli uomini all’erba e al verde che da qualche parte, sono certo, esistono ancora.