Il viaggio come recupero di umane relazioni: la Bolivia

1.

Dopo aver trascorso qualche gelida giornata a Buenos Aires, finalmente sto giungendo a Cochabamba, un nome che riempie a dirlo e nello stesso tempo scuote.

Ed anche questo è quello che ho provato mentre atterravo: una emozione forte, dirompente, come se si sciogliesse qualcosa.

Certo è che lo spettacolo di atterrare nel mezzo di un altipiano della pampa boliviana a 2600 metri di altezza – l’aeroporto di Cochabamba è praticamente in città – non può lasciare indifferenti.

Pur giungendovi nell’inverno, secco ormai da diversi mesi se si escludono le spruzzate di neve già oltre i 4000 metri, queste montagne che fanno da cornice all’altipiano, dolcemente ondulate, sono come ricoperte da un manto marronverdastro ed emanano protezione.

E poi la luce: il paesaggio così imponente con i contorni messi in evidenza da un sole abbagliante, i colori vivi e senza alcuna mediazione, e nel mezzo la gente con i suoi riti ed un senso di pace che comunque, indipendentemente dalle condizioni di vita, si percepisce come realtà diffusa.

Giunta con Daría, che mi aspettava all’aeroporto, alla casa nella quale avrei abitato per 15 giorni, ho percepito come di entrare in una dimensione di vita completamente diversa, ma non vorrei sembrare scontata, certo che è diversa, ma non nel senso modale ma del ritmo: come dice Battiato “…ad un’altra velocità”.

Confesso qualche attimo di disorientamento (ho detto “attimo”) e poi quel ritmo armonico che permette di sentire e di ascoltare si impadronisce di chi ci abita, o meglio di chi – come me – arriva da un altro mondo: sì, viene da stare in silenzio e parlare proprio quando non si può fare altrimenti, e comunque parlare con un tono lieve.

E allora mi dico: che fortuna avere questa possibilità di vita che se pur breve posso sperimentare: Daría, Diego e Dona Felipa, la madre di entrambi, indios di etnia Aymara, sono calmi, sono vivi ed hanno ancora il dono della meraviglia e la vita sembra in sintonia con loro e loro con la vita. Poi arriva anche Anto.

Quando in Italia ho sentito Anto parlare della sua esperienza di vita, a parte le parole, quello che più mi ha colpito è stata l’espressione del suo volto, la corporeità della sua esperienza: nonostante lei non abbia capelli neri e carnagione olivastra, emanava, come tuttora, una appartenenza anche fisica alla popolazione boliviana. E questo per me è segno indubbio di condivisione, assimilazione, identità condivisa.

Non vorrei però dare una visione idilliaca o fiabesca del tutto: esistono anche a Cochabamba caos, traffico, inquinamento, difficoltà materiali quotidiane, violenza, ma quello che sto cercando di descrivere è un approccio umano al ritmo vitale che indubbiamente cambia da cultura a cultura, ma che qui riesce ad emergere perché non si crea una separazione netta tra ritmo vitale e organizzazione del ritmo stesso, tradotta unicamente in termini di produttività.

Quindi, la prima cosa alla quale ho pensato, nei miei primi giorni di vita nella casa era riuscire a condividere gli spazi altrui, nel rispetto della libertà ed autonomia dei propri tempi e compiti ed al contempo aprire una relazione, uno scambio, insomma una conoscenza. E parlare di condivisione è già tanto, forse è più giusto dire “conoscere attraverso altri”.

L’esperienza fatta in diversi Paesi ed ambienti negli ultimi anni, soprattutto quella fatta da sola, mi ha fatto capire che serve tempo ed attenzione, senza anticipare giudizi e/o conclusioni. E poi serve guardare, mirare, rimirare ed imparare.

Nel frattempo con lo sguardo, il cuore e la mente si possono raccogliere spunti di vita vissuta che sono un primo momento di conoscenza, forse quello più intimo, quello quotidiano. Sarebbe come dire io guardo quello che fanno, come lo fanno magari lo faccio anche io – il principio dell’imitazione è quello che ci ha aiutato sin da bambini – e non mi fermo solo a quello che dicono, anche perché magari non dicono niente.

Alla fine la vera magia del viaggiare sta proprio nella relazione umana, nell’incontro personale in ambiti culturalmente molto diversi, ove la lingua e la parola forse sono il punto più facilmente comprensibile; e questo aiuta noi dei cosiddetti “Paesi sviluppati” a recuperare quella dimensione comunicativa profonda che è rimasta schiacciata negli schemi narcisistici ed etnocentrici nei quali siamo cresciuti.

Guardo la mia nuova famiglia boliviana e cerco di percepire il loro relazionare. Bolivia è il mondo indios, un mondo fortemente affettivo, ma comunque misurato, con legami forti e potenti, in parte chiuso all’esterno, che ha riferimenti identitari nei legami familiari e nell’ambiente circostante, anche se mi dicono che tutti divorziano ripetutamente (sempre che siano sposati: la famiglia la fanno i figli) e che tende comunque alla preservazione dei riti, dei legami, della comunità.

La casa è punto di riferimento di tutti i parenti, spesso arriva la sorella di Dona Felipa, Benita, a volte con il nipote, a volte con la figlia e quello che le due sorelle condividono è un pezzo di tempo insieme, le piccole cose quotidiane, il cucinare, il preparare gli ingredienti, dividendo e condividendo attraverso lo scorrere degli impegni quotidiani il proprio affetto, mettendolo in comune come il mais da tostare o quello che serve giorno dopo giorno.

Nell’organizzazione dei quotidiani tempi di vita si realizza il presente. Ognuno si occupa di quello che serve e quello che serve ha una immediatezza evidente. Il che non vuol dire che non esiste nulla con una prospettiva, ma che comunque l’essenzialità di quanto serve per vivere assume un certo peso nello scorrere della giornata.

In più, c’è un rapporto molto stretto tra gli uomini e gli animali che vengono tenuti con grande rispetto, nonostante non vi siano grandi disponibilità economiche per il mantenimento: ci sono tanti cani e gatti che condividono gli spazi abitati. Qui vivono i cani Luna, Caliman, Chico e i gatti Sara, che ha appena partorito 3 piccoli e Cirillo, un bel gattone che passa da casa la sera – quando non ha da fare di meglio – per riempirsi la pancia. La presenza di questi animali definisce una parte delle relazioni nella casa.

Non credo di esagerare se dico che per me la famiglia era fatta da tutti, soggetti ed animali, e quando li ho salutati ed ora li penso, li rivedo tutti insieme pur con le grandi differenze nel modo di essere e di comunicare.

Insomma ho passato questi 15 giorni scoprendo poco alla volta persone e cose, tra la luce di un sole forte, dentro ad un cielo pulito, in mezzo ad un ambiente che è predominante rispetto agli uomini ed alle donne (che non se lo sono dimenticato), ove la terra, le piante e gli animali conservano la loro relazione originaria e tra loro gli umani.

È bello qui cercare un attimo di riposo e di riflessione, noi “occidentali” ne abbiamo un gran bisogno.

E poi è bello vedere come è questo rapporto tra i membri della famiglia: una famiglia che ha “adottato” una italiana o forse (e comunque non si escludono queste due affermazioni) una italiana che ha “scelto” la sua famiglia.

Questa forte amicizia tra Daría e Anto è veramente invidiabile: segna un riferimento affettivo reciproco così raro da incontrare ed allo stesso tempo – pur nella sua intensità – non sbilancia lo scambio con gli altri famigliari. Certo, questo posto, questa situazione, la si potrebbe chiamare “la casa dell’essere libero”: qui ognuno fa con tranquillità quello che vuole, non nel senso dell’individualismo assente di relazione, ma nel senso più profondo della sintonia che non crea limiti a nessun componente, se non quello che uno – da solo – si dà.

2.

Il 6 agosto coincide con la festa della liberazione della Bolivia dall’invasione dei coloni: sono 184 anni che la Bolivia è libera!

In televisione si susseguono i servizi sui festeggiamenti: la parata di gente, un corteo continuo colorato e musicale al quale pare partecipare l’intera popolazione boliviana; quelli che non ci sono con grande probabilità se la guardano in televisione e io sono tra loro. Si sente questo grande senso dello Stato come bene comune, un’appartenenza vera che pone i cittadini in stretta relazione con chi li governa

C’è molta speranza in Evo, e in giro si sente questa continua preparazione a realizzare il meglio.

La casa dove ho abitato si trova subito fuori Cochabamba: collocata tra campi che ora sono secchi, foreste di eucalipto e zone di pascolo.

Le giornate scorrono con una certa tranquillità: pur essendo poco fuori dalla città, è stato veramente importante lasciare lo spazio alla crescita di una relazione tra me, il posto che mi accoglieva ed il ritmo boliviano. Per questo non ho mai sentito il desiderio di visitare ma più che altro di osservare e per quanto possibile di condividere azioni concrete, come sistemare le piante del giardino, la bellissima lavanda, diserbare, curare i fiori, insomma condividere le necessità.

Ho avuto la possibilità di assistere ad una lezione di Anto all’università cattolica (privata) di Cochabamba.

Si è trattato di una lezione di teologia dal tema “dall’Ego all’Eco”.

Gli studenti avevano ricevuto in precedenza alcune letture dalle quali l’insegnante è partita chiedendo di esternare considerazioni, domande e riflessioni provocate dalla lettura stessa. La composizione dell’aula era praticamente maschile: su circa 70 studenti c’erano solo tre ragazze, due delle quali seminariste.

Indubbiamente l’accesso universitario è prevalentemente maschile. Le giovani donne diventano madri presto e questo ne definisce la prospettiva anche se il discorso cambia molto a seconda della classe sociale di appartenenza.

Tornando alla lezione: l’attenzione era notevole, il contributo studentesco alla riflessione denotava impegno e interesse. Ciò che mi ha stupito era la grande serietà che avevano gli studenti: sembrava quasi un ambiente scolastico più che universitario. Certo io ho il ricordo dell’università a Bologna, all’epoca in cui io la frequentavo, culla della libertà giovanile, qui sembra la culla di chi ha un futuro più protetto di altri.

La lezione è stata molto interessante: l’insegnamento è un compito davvero impegnativo, riuscire a suscitare amore per lo studio, per l’apprendimento, e per l’autonomia di pensiero è una bella sfida. Anto è veramente brava, trasferisce passione ed il concetto che l’apprendimento dura tutta la vita.

3.

La visita al Barrio Primero de Mayo e alle donne del corso di cucito.

Il Barrio Primero de Mayo si trova fuori Cochabamba ed è composto principalmente da famiglie che scendono dal campo e si trasferiscono in città per permettere ai figli di frequentare la scuola. È chiaro quindi che le donne si trovano a svolgere un compito gravoso: permettere l’istruzione dei figli, trovare modo di seguirli, curarli sul piano sanitario e alimentare, ed al contempo tentare di guadagnare qualcosa, tutto compatibilmente con le proprie capacità.

Qui, in tale realtà Darìa ha immaginato e creato un progetto concreto di appoggio al mondo femminile, quello che gestisce in concreto la famiglia. L’intuizione è stata forte e precisa: attraverso la sua sensibilità ed intelligenza di giovane infermiera, terminata la laurea Darìa inizia a riunire alcune donne della zona, ben conoscendo la grande precarietà delle stesse nel contesto descritto. La criticità del vivere in questo ambito, infatti, non è unicamente data dalla povertà ma anche e forse soprattutto dalla condizione globalmente intesa, sul piano fisico e sociale.

Darìa mi riferisce che ha compiuto uno studio sulla salute delle donne, ed ha verificato che il cancro all’utero è una delle cause più alte di mortalità della donna boliviana. È per questo che il progetto prende inizialmente il via proprio da un’azione nell’ambito della informazione, formazione e prevenzione. Le donne incominciano a partecipare e ad entrare in un piano di controllo del cancro all’utero incentivato in collaborazione con il centro di salute Pucarita, più vicino al Barrio Primero de Mayo.

Le donne vanno alla visita e già questo significa che iniziano a prendere cognizione delle malattie e della importanza che assume essere a conoscenza dei rischi, ridimensionando paure, timori e vergogna, oltre che impotenza e rassegnazione.

La prima fase del progetto quindi ha riguardato la prevenzione e soprattutto la formazione. Chiaramente il problema della mancanza di fondi richiede uno sforzo di volontariato e si aggiungono anche i corsi di formazione sull’igiene della persona, della casa e soprattutto corsi di formazione che possano dare vita a piccole cooperative che producono e quindi creano fonti di ingresso economiche per non dipendere solo da aiuti esteriori e dallo sforzo del volontariato.

I corsi comprendono i seguenti temi: alfabetizzazione, diritti delle donne e dei bambini, educazione all’igiene e applicazione dei concetti teorici nella vita quotidiana: migliorare le proprie condizioni igieniche nelle proprie case, creare possibilità di sussistenza economica attraverso il lavoro.

E qui sta la “genialità” del progetto: per incentivare le donne alla partecipazione o permettere che i mariti le lascino frequentare questi corsi, quando è possibile economicamente si iniziano a dare alcuni alimenti di prima necessità (farina, latte…) una volta al mese. E poi si organizzano i corsi di cucito, nell’ambito dei quali oltre a produrre per esempio i grembiuli scolastici che poi vengono venduti ed altri indumenti, si confezionano vestiti per i figli.

Il corso di cucito ha quindi un duplice obiettivo, insegnare un lavoro, colmare una necessità: insomma unire la formazione, che in futuro può rappresentare guadagno con la realizzazione nell’immediato un prodotto da utilizzare e del quale non si può fare a meno.

Attraverso questi incontri poi si va ben oltre la formazione professionale; il tutto avviene con la creazione di una forma di simil cooperativa: le donne devono riuscire ad auto finanziarsi nel tempo attraverso la vendita dei prodotti, in tal modo garantendo il mantenimento dell’insegnante, i costi dello spazio e del materiale necessario. Quindi la formazione che ricevono supera il lavoro che imparano a svolgere, contribuendo a renderle autonome e in grado di gestire una piccola attività artigianale.

In tale ambito poi si cerca di dare anche una informazione che miri alla tutela della salute con particolare riferimento alla salute femminile: il problema della diffusione di malattie a trasmissione sessuale spesso dovute alla scarsa igiene ed informazione, il grave rischio di tumore al collo dell’utero, tumore diffuso, l’obiettivo della educazione sanitaria preventiva.

Daría che ha fondato questo gruppo, trasmette passione e dedizione nella creazione di una forte relazione con il gruppo di donne che vengono ad imparare, a lavorare e a parlare delle loro necessità e degli impegni quotidiani: i bambini anche molto piccoli sono con loro e ne seguono i progressi, anche se solo guardando le loro madri impegnate – veramente tanto – ad andare avanti.

La mia visita a questo progetto è stata il più possibile “esterna” nel senso di rimanere per esempio fuori dalle loro riunioni formative ed organizzative, per magari usare alcuni momenti per tentare una conoscenza, magari attraverso i bambini di queste donne forti, semplici e comunque a loro modo determinate.

Tra loro dona Modesta, che vive a fianco del posto nel quale si tiene la scuola, si incontrano le donne, si fanno le riunioni del gruppo; mentre anche lei partecipa, conduce il suo negozio (la tienda) che vende generi alimentari: la sua passione e la sua determinazione sono un chiaro riferimento per tutte le altre.

4.

Sono stata più volte nella città di Cochabamba, che ha alcune belle piazze, dei bei mercati ed è abbastanza caotica. Si colloca come ho detto in una conca incorniciata da campi e colline, attorniata da montagne imponenti, primo fra tutte il Cerro Tunari che supera i 5000 metri. Ogni mattina quando mi alzo gli do una sbirciatina e a volte vedo maggiori punti innevati che poi con il potente calore del sole poco a poco spariscono.

Questa città è anche famosa per la cosiddetta “guerra dell’acqua”, che ha visto un forte impegno anche della famiglia che mi ha ospitato, come mi è stato raccontato. Nel 2000 gli abitanti protestarono vigorosamente contro i rincari del prezzo dell’acqua e diedero vita ad una lotta che ha di fatto anticipato una attenzione ad un problema che riguarda ormai il mondo intero: la privatizzazione di un bene comune.

Invece che cercare il finanziamento per costruire un acquedotto che attraverso le montagne avrebbe portato l’acqua in città, la Banca Mondiale che allora controllava quasi interamente l’economia boliviana, non aiutò il governo costringendolo di fatto a vendere il servizio alla Bechtel statunitense, che, ovviamente aumentò i prezzi dell’acqua. La gente però si oppose con forza organizzandosi e nel febbraio del 2000 iniziarono gli scioperi e le mobilitazioni di massa. Ci furono violenti scontri sino al culmine dello sciopero generale nel mese di aprile. Nell’occasione la città venne invasa da quasi centomila persone e nel caos generale la polizia uccise un manifestante.

La Bechtel a fronte di una mobilitazione popolare venne costretta a lasciar perdere e a rimborsare una cifra consistente, con un costante ritorno ai prezzi precedenti. Certo che l’acquedotto ancora non c’è ma l’acqua è tornata ai boliviani!

5.

I festeggiamenti per la Virgen di Urkupiña.

Si racconta che la Vergine sarebbe apparsa per diverse volte ad una giovane pastorella ai piedi di una collina chiamata Calvario e la giovane all’apparizione gridava “Orkopina” – che significa “là sulla collina”- indicando ad abitanti del villaggio, che si trovavano presenti, la Vergine che ascendeva al cielo. Fu poi scoperta in cima alla collina l’immagine scolpita su pietra della Vergine.

Siamo a Ferragosto e prima di salutare la mia famiglia colgo questa bella occasione di festeggiamento, che come ogni anno si svolge nel piccolo paese di Quillacollo ad una decina di chilometri da Cochabamba.

Ma non bisogna lasciarsi influenzare dal nome della festività: c’è molto di pagano nel festeggiamento.

Sono due giorni di grandi sfilate delle diverse scuole di danza e musicali che, con componenti di tutte le età e con i costumi tipici ed in tema, danno prova della loro abilità danzante e musicale.

Insieme quindi a Darìa, Diego e Dona Felipa, con il pranzo preparato per l’occasione, si parte per Quillacollo, nella mattina. Poi si cerca nelle scalinate prefabbricate, ai lati del corteo, un posto giusto per rimirare il tutto. Passiamo quindi l’intera giornata a guardare danze, musica, costumi e tanta partecipazione appassionata della gente, intere famiglie, che partecipano con entusiasmo a questo momento di festa

Gli stili di danza o meglio le danze alle quali fanno riferimento sono tanti: alcune danze post coloniali vengono eseguite con intenti satirici, allo scopo di prendere in giro i colonizzatori.

I costumi sono veramente spettacolari, alcuni dei quali sicuramente pesano decine e decine di chili ed è incredibile la resistenza dei danzatori che li indossano per più di dieci ore mentre danzano senza tregua. Fra le danze pre Spagna più diffuse ci sono la “Morenada”, la “Tarqueada”, la “Sicuriada”. Poi ci sono le fraternidades che eseguono quasi tutte le danze come la “Diabalda”, la “Llamerada” con costumi veramente ricchi.

Che spettacolo di suoni e colori, veramente emozionante: tutta la Bolivia sembra avere raggiunto Quillacollo e il corteo non si ferma mai.

6.

Diego è un biologo e passa tante ore durante il giorno nel suo laboratorio a studiare e a sperimentare, ma anche a produrre estratti dalle piante. Nella casa c’è anche una stanza adibita ad essiccatoio delle piante.

La Bolivia è una terra ricca di piante che hanno importanti effetti curativi e possono quindi essere impiegate come medicinali. Gran parte della popolazione boliviana si è curata e si cura attraverso questa tradizione di medicina naturale, di fatto una realtà che si tramanda tra le generazioni. Diego mi spiega che le piante contengono innumerevoli composti chimici che possono essere classificati in due grandi gruppi, metabolico primario e metabolico secondario: i primi hanno una azione in tutto l’organismo, i secondi sono di minore valore per l’organismo.

Il discorso è lungo e complesso, ma estremamente importante poiché pone l’essere umano con le sue manifestazioni patologiche all’interno del contesto ambientale e naturale nel quale vive. Un recupero quindi della tradizione curativa naturale oltre che un utilizzo delle piante anche come base per prodotti industriali indubbiamente meno invasivi per l’ambiente. Lo studio quindi che sta portando avanti è indubbiamente impegnativo. Dona Felipa sicuramente ha una conoscenza ereditata di grande valore e comunque la tradizione del tramandare oralmente tali conoscenze va rispettata ma non deve essere abbandonata. Poi si sa, certi segreti non si possono diffondere……

Ciao Cochabamba, ciao Bolivia, il tuo entusiasmo e la tua serena semplicità mi hanno rinfrancato e disintossicato, e se pur in poco tempo mi sono sentita parte della famiglia che mi ha ospitato

“En tiempos inmemoriales se erigieron montana, se desplazaron rios, se formaron lagos. Nuestra Amazonia, nuestro chaco, nuestro altipiano y nuestros llanos y valles se cubrieron de verdores y flores. Poblamos esta sagrada Madre Tierra con rostros diferentes, y comprendimos desde entonces la pluralidad vigente de todas las cosas y nuestra diversidad como seres y culturas. Asì conformamos nuestros pueblos, y jamas comprendimos el racismo hasta que lo sufrimos desde los funestos tiempos de colonia.

El pueblo boliviano, de composicion plural, desde la profundidad de la historia, inspirado en las luchas del pasado, en la sublevacion indigena anticolonial, en la independencia, en las luchas populares de liberacion, en las marchas indigenas, sociales y sindacales, en las guerras del agua y de octubre, en las luchas por la tierra y territorio, y con la memoria de nuestros martires, construimos un nuevo Estrado….”

(dal preambolo alla Nuova Costituzione Politica dello Stato 2008)