Invettiva per l’Europa

Che significa che un filosofo illustre come Manlio Sgalambro e un cantautore famoso come Franco Battiato definisce “plebaglia” i catanesi che votano per il centro-destra? Che significa che Sabino Cassese parla del caso Catania per denunciare il conflitto di interessi fra i piccoli impiegati che si candidano alle circoscrizioni per integrare il loro reddito? Che significa che Guido Rossi denuncia il carattere feudale della nostra economia, che non riesce ad adottare le regole di trasparenza del capitalismo americano? Lo spunto per queste riflessioni mi viene dalla lettura di un articolo di Barbara Spinelli di commento al voto francese sulla Costituzione Europea. Secondo Lei questo non nasce da una reazione viscerale di una parte del popolo francese che ha cominciato ad avere la Nausea, il Disprezzo, lo Schifo verso la politica dei ceti dirigenti (francesi ed europei). Condivido gran parte della sua analisi e penso, però, che essa vada estesa oltre i confini della Francia e, in particolare, alle nostre province venete e meridionali e a taluni risultati elettorali delle ultime amministrative italiane.
I francesi che hanno votato contro l’Europa sono giovani, operai, contadini e cittadini di piccoli centri, mentre Parigi e la grande parte della borghesia illuminata, degli intellettuali e di dirigenti politici dei partiti (ad eccezione di Fabius che ha chiaramente operato una scelta opportunistica) ha appoggiato il si con tutte le argomentazioni razionali possibili.
C’è chi ha anzi trionfalmente affermato (su Repubblica) che Parigi ha votato si e che solo questo conta e non il voto di emarginati e reazionari nostalgici. L’irresponsabilità dei nostri commentatori non conosce limiti. Non si può immaginare un’Europa senza popoli, gestita in nome e per conto della competitività globale di una cerchia ristretta di tecnocrati, professionisti, managers, finanzieri, giovani rampanti e politici senza scrupoli, senza mettere nel conto il collasso democratico degli interi stati europei, il declino culturale e la perdita di vitalità di tutte le tradizioni e le forme di vita che abitano il nostro complesso e multiformi continenti.
Molti anni fa per aver ripreso la tesi di C. Lasch sulla secessione delle élites sono stato definito un romantico reazionario. Ciò nonostante continuo a ritenere che in questa formula c’è la spiegazione della degradazione politica e morale del nostro paese e dell’Europa.
Che significa che un filosofo illustre come Manlio Sgalambro e un cantautore famoso come Franco Battiato definisce “plebaglia” i catanesi che votano per il centro-destra? Che significa che Sabino Cassese parla del caso Catania per denunciare il conflitto di interessi fra i piccoli impiegati che si candidano alle circoscrizioni per integrare il loro reddito? Che significa che Guido Rossi denuncia il carattere feudale della nostra economia, che non riesce ad adottare le regole di trasparenza del capitalismo americano? Che significa che Panebianco esulta perché Fassino si identifica con l’Occidente senza distinzioni e D’Alema si associa al progetto di esportazione della democrazia anche con le armi? Che significa che Visco, Bersani, Rutelli, Prodi e gli altri amici e compagni del centro-sinistra dichiarano preventivamente che bisogna avere il coraggio di fare scelte impopolari? Insomma chi autorizza costoro a dare lezioni e giudizi sul popolo e cos’è il popolo a cui tutti vogliono dare voce scambiandola sempre con la propria?
A Napoli qualcuno ha teorizzato che come a New York bisogna ormai accettare che ci sono due mondi incomunicanti: i bassi, i quartieri spagnoli, il Bronx e la city, Manhattan, il circolo delle anime belle. Non c’è più Pasolini, ma sono scomparsi anche Eduardo e Carosone, le Cinque giornate di Napoli, i fasci siciliani, gli scrittori, i poeti del Sud. È tornata in campo la plebe hegeliana, malata, turpe, capace di efferati delitti, da sottoporre agli specialisti che popolano i salotti di Bruno Vespa ogni volta che è possibile lavorare con la morbosa compiacenza del pubblico sull’ultimo infanticidio”.
Il popolo è volgare, ottuso, privo di principi morali, promiscuo, incestuoso, stupratore, violento, pronto al linciaggio. Anche i preti non lo amano, hanno dimenticato il comandamento del Vangelo di porgere l’altra guancia, e perciò come Don Ciotti armano crociate contro i mafiosi e i criminali che spacciano droga e trafficano in prostitute solo in questa nuova Africa europea che si chiama Meridione. Oppure si trasformano in bacchettoni moralistici che immaginano che tutti i concepimenti debbano essere affidati allo Spirito Santo e che le prostitute possono essere arruolate come suore di complemento.
Chi può dire che il popolo è marcio senza fare l’esame di se stesso e denunciare anzitutto i mille conflitti d’interessi di cui è portatore sano; dove stavano questi critici-critici, come li chiamava Marx, quando le loro lobby facevano incetta di potere accademico, politico, finanziario, mediatico, ecc.? Nessuno parla dello scandalo dell’Università, delle Corporazioni professionali, delle tangenti, delle speculazioni finanziarie, di Parmalat e di Banca Italia. Perché l’Italia è rappresentata da “cento” persone che girano affannosamente fra Vespa, Ballarò, l’Infedele, per dare voce a tutti coloro che provano Nausea di fronte ai portavoce della banalità del male, senza mai interpellare gli attori reali della vita quotidiana. Lotte di schieramento, settarismi e persecuzione dei non allineati.
Non si può dire che Berlusconi ha ragione quando vuole riformare una Costituzione che non funziona più perché nessuno la “pratica”, senza essere accusati di tradimento, così come non si può dire che il governo di Berlusconi ha favorito il più colossale trasferimento di ricchezza dai ceti meno abbienti a speculatori, finanzieri e faccendieri senza essere accusati di comunismo. Ma chi è legittimato a parlare a nome degli altri che pensa di rappresentare, non se lo chiede nessuno. Chi può parlare a nome della Confindustria se Montezemolo non ha alle spalle alcuna vera impresa, chi può parlare del mondo del lavoro se Epifani non ha un vero sindacato del lavoro, chi può parlare di giustizia se i Magistrati non amministrano Giustizia in tempi ragionevolmente brevi, chi può parlare di competenze se i professori universitari hanno trasformato il tempio del sapere in mercato di parentele e nepotismi?
So bene che qualcuno dirà che è il solito catastrofismo meridionale, che si dice che l’uva è acerba quando non la si può raccogliere. Ma credo che il confronto con la realtà non sia un lusso di chi non ha più niente da perdere. Non c’è un tema pubblico che venga affrontato con spirito di libertà e verità. Il referendum su cui andiamo a votare è un coacervo di calcoli e integralismi. Gli interessi politici, economici, di potere sulle anime sono nascosti dietro i balletti della scienza e l’ipocrisia moralistica di preti simoniaci. Bisognerebbe far parlare davvero le donne che hanno sperimentato l’inseminazione assistita: non affidarsi soltanto a Veronese e Ruini. Io voterò tre si e il quarto no. Ma non ho potuto spiegare le ragioni perché questa posizione non va bene a nessuno.
Contrariamente a chi “gioca” con le fratture sociali, immaginando l’arca di Noè per i bempensanti e il diluvio per il resto delle popolazioni dimentica che il destino delle civiltà è sempre unico e il declino travolge tutti.
La società è sempre una sola, come una sola è la cultura, così ci hanno insegnato Gramsci e Pisolini. Se qualcuno prova Nausea e Disprezzo vuol dire che questa sensazione è immanente al malessere di questa società. Come diceva ancora Pasolini polemizzando con Vittorini non solo i fascisti seviziavano e torturavano, ma anche i bordatari. Il problema è di capire perché Accattone è divenuto fascista (il che significa, spero lo si capisca, non praticare un antifascista retorico e strumentale).
Cacciari, Bonomi e De Rita hanno scritto un libro per chiedersi dov’è finita la borghesia italiana. Credo che bisogna chiedersi piuttosto perché la borghesia liberale ha fallito il progetto di unificare il paese sotto l’egemonia piemontese e ancora continua a tagliare tutto ciò che non le assomiglia: da Bossi, che prima era una costola della sinistra, al catanese Lombardo, che prima era un saggio democristiano.
L’Italia è un paese anomalo perché una borghesia incapace di rischiare in proprio e intellettualmente limitata, ha messo sotto scacco ceti medi, proletari e sottoproletari in nome di una di rivoluzione passiva che non ha mai fine.
Solo Sergio Romano (e qualcun altro) ha lo stile e l’intelligenza per analizzare la realtà. Il resto è chiacchera e trucco. Il rischio come sempre è che il fallimento del progetto borghese tecnocratico, illuministico e liberale apra la porta (dopo una confusa ammucchiata di destra e sinistra) a una nuova destra imprevedibile, assai diversa dei Bossi e degli Storace. Il banco di prova sarà ancora una volta il rapporto fra Nord e Sud, fra Europa e Mediterraneo, perché una Potenza Europea non ha senso se non viene avvertita dalla “plebe” delle valli o dei bassi napoletani come un comune racconto di una lunga storia di cui tutti sono protagonisti con la loro specificità. Un Europeo orgoglioso della propria storia, e perciò capace di accogliere le diverse culture, è la sola speranza per cui vale ancora la pena di stare in campo.

Pubblicato da “La Sicilia”, concessoci dall’autore