Invito al convegno di Macondo

Ci sono ancora dei posti liberi (pochissimi) affrettatevi a iscrivervi!

Pove del Grappa, 4 luglio 2009

«Quando Dio si stancò di donare amore,

inventò le madri».

[Pensiero ebraico]

«La nostra sicurezza non sta nella cecità

ma nell’affrontare il pericolo».

[Friedrich Schiller]

Amiche e Amici carissimi,

mentre attingeva l’acqua, una donna vide nella fontana un magnifico frutto roseo. Immerse la mano per prenderlo, ma il frutto sempre spariva. Allora la donna prosciugò la pozza, ma quando non ci fu più acqua, nemmeno il frutto c’era più. Desolata, alzò lo sguardo al cielo e solo allora scorse il frutto che pendeva da un ramo. Non cercare in basso ciò che sta in alto [favola di Zanzibar].

Sono nato in montagna e ho imparato che le stelle alpine si possono guardare, mai toccare. Alla festa nazionale di Macondo ho imparato ad ascoltare la mescolanza di lingue, a osservare la diversità di volti, a vivere sentimenti di gioia e di meraviglia, mai spiegare l’evento.

I profumi sono delicati e forti, le voci s’intrecciano e si richiamano, i battimani si alternano alle voci dei bambini e dei testimoni. Tutto fa calore, tutto fa umanità. Un’umanità che cammina, un’umanità che spera, un’umanità che sa coltivare la giustizia con lo sguardo trasparente della bontà, anche quando impreca.

Giusta è sempre la bontà. Non il pareggio, ma l’aggiunta, è la giustizia maggiore. La bontà è aggiungere bene al mondo. Essere più generosi dell’altro. È ancora poco non colpire, non offendere, non abbandonare. Bontà è interpretare al meglio, dare possibilità e fiducia, perdonare sempre; non lasciare che il male impedisca di vedere il bene. Chi riceve bontà, può diventare buono. Se non diventerà buono, tu hai fatto intanto la tua parte, che non si perde, per sollevare il mondo. Non s’insegna la bontà con una predica, ma con l’essere buono. Il buono non è ingenuo, né stupido: è creatore, con il rischio di tutti i creatori.

Ora, mentre tutto tace e si sente solo il tuono nel cielo poco illuminato, coperto com’è da nubi che fanno a gara con le stelle e con la luna, riprendiamo la china, magari un po’ sbilanciati, camminando adagio perché le ossa sono fragili come si addice ai vecchi.

La sonora vittoria della Lega ci riporta brutalmente dentro a una realtà confusa e indecifrabile. Ci obbliga, da una parte, a rispondere a questo populismo demagogico e reazionario, a questo “pensiero oscuro” che sta nutrendo la maggioranza del paese, dall’altra a misurarci su fatti e problemi concreti (l’umano e il quotidiano, costantemente evasi), da dove trae alimento il “pensiero oscuro” e dalle cui risposte germina.

Ci rendiamo conto di questo clima torbido e insipiente? Temo di no. Temo che non ci accorgiamo abbastanza del fascismo modernizzato che infetta l’Italia.

Razzismo, potere personale, uso politico della paura, esclusione e disprezzo dei più deboli (questo è il cuore del nazismo), intangibilità delle ricchezze, corruzione nella gestione dei beni pubblici. La leadership d’opposizione è debole proprio su questo piano assolutamente primario: carenza di valori fondanti, superficialità e vacuità degli obiettivi. Manifesta sia negli ex-comunisti, sia negli ex-popolari, una subalternità culturale prima che politica ai paradigmi e alle soluzioni della destra, della quale adotta le stesse ricette, con la sola variante di un declamato riformismo (mai parola fu tanto abusata ed equivoca) fatto coincidere con il moderatismo.

Si continua (goffamente) a ripetere che i ceti popolari, presi dalle necessità primarie della vita, con le difficoltà attuali, non possono essere riflessivi, come le classi economicamente tranquille e dunque sentono il nuovo problema degli stranieri sulla nostra terra solo con le emozioni e le pulsioni elementari del sospetto e della paura.

In realtà, il sentimento popolare è stato a lungo e sistematicamente corrotto dalla “padronocrazia” televisiva, con le armi di distrazione di massa. Il movimento operaio, alle origini, faceva cultura popolare, mentre questo capitalismo post/moderno fa corruzione popolare. «Qualsiasi ostentazione esteriore di potenza – scriveva Dietrich Bonhoeffer nel 1942 -, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. La potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri».

Chico Capponi, l’amico prete che vive in Brasile, in risposta all’inquietante atteggiamento presente in Italia di fronte alla crisi economica e politica, mi scrive: «Gli italiani (miei concittadini) da lontano sembrano un branco di ragazzi viziati e spreconi, colti alla sprovvista da una grossa bestia che irrompe nel bel mezzo della festa (una tigre in discoteca) e loro, senza nemmeno sapere che animale è, quali intenzioni ha, si preoccupano soltanto che non faccia la cacca sui tappeti».

Esaurito il grande Blob, in cui tanti e tanto sembrano inspiegabilmente rispecchiarsi, ritorna urgente la responsabilità della cultura, il ritorno (noi che operiamo fra le idee e i processi educativi) alla nostra origine. Senza lo spessore delle idee, del pensiero (oggi domina il “fare”), senza il corporeo senso tragico dell’umano, saremo riportati alle vergognose disposizioni del “pacchetto sicurezza”. Fare leggi ingiuste per strappare basso consenso è contro la politica e non solo contro la morale.

C’è la necessità di idee forti e operose, misurate e salde, capaci di pensiero e di confronto, di battaglia, non inghiottite nel non-tempo per la riflessione e nel non-luogo per la cultura a cui la politica si è arresa.

Se la politica si è arresa all’insipienza, servono alternative sapienti

è il tema scelto quest’anno per il Convegno di Asiago, in continuità con quello dello scorso anno sull’amore politico. Un tentativo, il nostro, di vivificare le energie che legano tra loro il quotidiano, la cultura e la politica.

Non è sufficiente guardare ed elencare i problemi che esistono ma scoprire anche il positivo che, oggi, resta impensato e insperato. Al male che ci sta di fronte occorre individuare un’alternativa positiva, sognarla, sperarla. Spesso ci sentiamo impotenti ad affrontare questo sistema di dominio, questa grande mistificazione che, biblicamente, potremmo chiamare idolatria. Sappiamo, d’altra parte, che l’idolatria va in crisi appena si affaccia la vera speranza. Ogni cultura degenera, muore, si riduce a schema comportamentale di sopravvivenza se non recupera un orizzonte di speranza, se non è credibile. Oggi è prioritario aiutare la società a vedersi in quegli spazi che normalmente non percepisce e per fare questo è urgente avviare dei processi educativi, senza i quali nessuna azione politica riuscirà a generare futuro.

«Solo la primavera dei cuori – come scrive Giovanni Colombo – spiazza e libera le nostre possibilità. Non è questione di clima o di stagione, la primavera può scaturire nel punto più nero dell'anno o della storia. La primavera dei cuori è operazione ardita: ogni margherita, per sorridere lì in mezzo al prato, contenta dei suoi colori, ha dovuto attraversare notti e deserti, ha dovuto ingaggiare battaglie senza pietà. Per guarire non c'è niente come perdere la propria vita di sempre, quella con lo stesso volto di sempre, scommettendo sulla novità che ci abita. Fiorire, dunque, perché fiorire è profonda responsabilità».

Su questa capacità di riflessione e di memoria, di cultura e di libertà e ampiezza di coscienza si gioca il futuro democratico e ospitale dell’Italia e dell’Europa.

Senza questo che identità mai potrà venirne? E quale futuro? Questo è davvero il nodo. E questo è il momento.

Vi invito – di più, Vi supplico – a partecipare tutti, o almeno in tanti, dal 28 al 30 agosto ad Asiago a questo momento di riflessione, a questo appuntamento annuale di approfondimento su questioni di grande attualità. Alcuni relatori sono noti, altri saranno una sorpresa meravigliosa.

Lo so che è difficile, ma è doveroso e necessario, direi inevitabile e, infine, urgente.

Vi aspetto, gioiosi e carichi di felicità. Venite con le famiglie, con i figli e tanti amici. Siamo ospiti in un luogo incantevole, nell’ambiente dolce e mite dell’Altipiano di Asiago.

Vi abbraccio tutti con affetto e tenerezza,

Giuseppe Stoppiglia

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