Irene e Isabel, Isabel e Irene

La storia che vorrei raccontare in realtà sono due. Oppure è la stessa storia vista da angoli diversi. Oppure no. Ma c’è qualcosa che mi interrompe. Sono le lacrime di gioia. Abbiamo le olimpiadi, ragazzi! Abbiamo le olimpiadi. Nel 2014 la coppa del mondo, i mondiali di calcio, o mundial. Due anni dopo le olimpiadi. A Rio. Vai con le lacrime.

Ma la storia che sono due, oppure è una, ce l’ho qui sulla punta della lingua, anche se è passato tanto tempo. Hanno quasi cento anni, Isabel e Irene. Fragile, bianca, sottile e sorridente la prima; grassa, traboccante, nera, faccia truce la seconda. Quasi cento anni. Isabel vive in una casetta che un tempo apparteneva alla aristocrazia cittadina, oggi in franca decadenza. Irene in un istituto pubblico per indigenti, ma, al contrario di quello che si possa pensare, molto ben organizzato. I quasi cento anni non hanno intaccato la verve di Isabel, una vecchietta tutta pepe, sempre in vena di scherzi e di raccontare. Irene invece l’età la sente tutta, non sa più chi è né da dove viene, spesso grida ai fantasmi, urla un malessere, insulta i presenti, oppure ride felice appena ti avvicini per salutarla. Le piace cantare la stessa canzone, o samba do delegado, il samba del commissario. Isabel non canta, racconta, eccome racconta!

Le lacrime di gioia e di esultanza bagnano le guance di tutti noi, le olimpiadi ci metteranno finalmente al centro delle attenzioni, faranno vedere a tutti di cosa siamo capaci. Il mondo ha già visto come ci emozioniamo, come saltiamo di gioia e come ci abbracciamo di felicità.

Arrivò in Brasile negli anni cinquanta. Suo marito, famoso pittore, entrò subito in contatto con i notabili locali e lei, Isabel, veniva invitata a feste e ricevimenti da una società che si autoproclamava “alta” e che con la sua presenza lo sarebbe stata ancora di più.

Irene negli anni cinquanta stava impazzendo. I figli, quei figli che era riuscita a crescere in una baracca miserabile di una favela miserabile di Rio, i suoi stessi figli la costringevano a prostituirsi. Cadde in una retata, prese tante botte, pugni e calci che dormì per una settimana. Si svegliò cantando a squarciagola o samba do delegado.

Isabel ha una gamba rotta, ma neanche questo le impedisce di voler camminare. Racconta che con Clark Gable, sì proprio lui, organizzava sfilate di moda francese nelle case di Beverly Hills. Si spostava da Parigi a Los Angeles, semplicemente perché poteva farlo. In Francia ci arrivò giovanissima, come profuga dalla Russia.

Irene abitava in una delle ultime baracche in cima alla montagna, e con un secchio in testa portava l’acqua in casa scalando migliaia di gradini e pestando la polvere dei sentieri. Figlia e nipote di schiavi, lavorava a servizio nelle case borghesi che la pagavano in vitto e alloggio. I figli li lasciava con i vicini di casa che spesso li abbandonavano ad altri vicini. Tornava un volta alla settimana con i soldi per pagare quei vicini che le avevano badato i figli e per comprare le quattro cose di cui si accontentano i poveri.

Gli impianti sportivi sono quasi tutti pronti. Basta dare una mano di bianco qua, una là e la cosa è fatta. Sono stati costruiti tre anni fa in occasione dei giochi panamericani. Ad un prezzo mille e cinquecento volte superiore a quello stabilito in partenza. Mille e cinquecento volte superiore. Gli uomini del comitato olimpico saltano e piangono di gioia. Dobbiamo costruire ancora – pensano – le residenze degli atleti, dobbiamo integrare i trasporti, i parcheggi, la metropolitana – no, questa no, questo è un affare che riguarda il sindaco e il governatore, che stanno piangendo ed urlando di gioia insieme a noi – dobbiamo organizzare gli appalti, le date, le sfilate, le feste, le medaglie, dobbiamo lavorare ed essere onesti come lo siamo stati tre anni fa quando abbiamo aumentato di mille e cinquecento volte i prezzi di tutto, dal cemento ai bulloni, dalla mano d’opera al prezzo del biglietto. Lula dice che chi critica sono i soliti disfattisti contro il paese, contro lo sviluppo, contro il popolo, contro la dignità e la felicità. È per questo che noi piangiamo ed esultiamo. Noi siamo con lui e lui è con noi.

Isabel non sopporta e non sopportava i comunisti, non li ha mai sopportati. Per colpa loro venne incarcerata insieme alla famiglia a San Pietroburgo. Per questo si arruolò come crocerossina volontaria nella fila dell’esercito di Franco. Non sopportava i comunisti dovunque essi fossero, in Russia o in Spagna. Se la fece tutta la guerra. Tornò a Parigi dove evitava di discutere con Picasso, amico del marito. Sì sa come sono gli artisti, mentre lei curava le ferite dei combattenti, loro, gli artisti, incarognivano negli atelier. Lei in guerra e loro a dipingere.

Irene invece non lo hai mai saputo che in Spagna si combatteva, Irene vedeva la vita passare impietosa sotto i suoi piedi nudi. Le scarpe gliele noleggiava la portinaia del palazzo dove era a servizio. Scendeva dalla montagna scalza, lavava i piedi nel garage, si infilava le scarpe altrui e cominciava a pulire, lavare e stirare per altri. I soldi evaporavano come la sua giovinezza: l’affitto della baracca, le scarpe, pagare i vicini, comprare qualcosa per i figli, il poco che rimaneva… niente, non rimaneva niente. I figli si ritrovarono adulti senza accorgersene. Lavorare come lavapiatti, muratore, autista, guadagnare una miseria per continuare a vivere come tutti. No, esistono altre strade, più rischiose, ma più facili.

Lula garantisce che gli effetti benefici delle olimpiadi dureranno dai dodici ai vent’anni. Come a Barcellona. Lula garantisce che nel 2016, a suon di miliardi, le favelas, tutte le favelas di Rio, non ci saranno più. Lo ha detto, lo ha promesso. Ed ha pure previsto che l’attuale sindaco e l’attuale governatore saranno rieletti. Ecco perché l’attuale sindaco e l’attuale governatore saltano impazziti di felicità e abbracciano Lula in lacrime.

Isabel vive intensamente. Odia i comunisti, ma non sopporta chi invade la casa degli altri. È per questo che entra nella resistenza francese. I tedeschi non avrebbero mai dovuto invadere la sua Parigi, città che tanto ama, città che la accolse a braccia aperte quando fuggì giovanissima dal carcere di San Pietroburgo grazie all’aiuto di un manipolo di bolscevichi che fino a qualche mese prima lavoravano come camerieri e giardinieri nel palazzo di suo padre.

I figli di Irene diventano veri maestri del racket. Le cose procedono, i soldi arrivano. Irene però continua a lavorare nelle case borghesi per abitudine, semplicemente per abitudine. Finché la cacciano. Il padrone la scopre mentre beve un goccio del suo cognac preferito. Via, fuori. I figli, maestri del racket, la tengono con loro. A patto che lavori. In strada. E Irene comincia una nuova vita. Le strade di Rio, i bordelli. Ma Irene ha cinquant’anni mal portati e mal vissuti.

La festa organizzata sulla spiaggia di Copacabana è solo un microscopico assaggio di quello che verrà. Il mondo, stregato dalle immagini del documentario divulgativo realizzato dal regista Fernando Meirelles – guarda caso, lo stesso che ha guadagnato fama e prestigio internazionale con il favela-movie Città di Dio, in cui si raccontano storie e storiacce della nostra gente che abita da sempre le favelas che nel 2016 non ci saranno più –, il mondo vedrà il vero volto di Rio, gente allegra e felice, dedita al samba, alla festa, al libero amore.

Isabel è fiera del suo passato e della sua storia della storia della sua famiglia. Racconta sorridendo che la madre ebbe un breve ma intenso affaire con Rasputin e che il marito perdonò. Maliziosa, abbozza un sorriso, “e chi poteva resistergli?”. Nelle fotografie sparse per la casa, passano alcuni protagonisti del ventesimo secolo, c’è Clark Gable, Borgart, Edith Piaf, ci sono brasiliani illustri. E c’è lei Isabel, bellissima, alta, sottile, un cappello enorme, pettinata alla charleston, una sigaretta, i guanti lunghi fino al gomito.

Le poche foto di Irene sono recenti, per Natale, Pasqua, o qualche festa comunitaria. Irene ha lo sguardo allegro, anche se tanta gente intorno la disturba, alle feste è sempre contenta. Se poi si canta aumenta l’allegria, batte le mani in un ritmo tutto suo, dondola il corpo e ignara del pericoloso cigolio della seggiola a rotelle, accompagna la canzone al suono del samba do delegado.

Sulla spiaggia di Copacabana, si esulta. Il telone trasmette le immagini del sindaco e del governatore abbracciati agli uomini del comitato olimpico. Pelè e Lula in lacrime. Alcuni atleti sottolineano l’importanza dell’evento. Nessuno si azzarda ad emettere una opinione contraria, ad esprimere un dubbio, una benché minima riserva. La creazione del consenso è stata finalmente raggiunta. Coppa del mondo e Olimpiadi. Era successo, con l’ordine degli eventi invertito, in Messico nel 1968 e nel 1970. Anche là le favelas sono scomparse, e di poveracci in giro non se ne trovano più da un pezzo. Anche là le olimpiadi e il mundial hanno garantito investimenti, prestigio, proiezione internazionale e lavoro per tutti, anche là le olimpiadi e il mundial hanno trasformato il paese in potenza sportiva da competere alla pari con America, Russia, Cina.

Le fotografie di Isabel: un uomo in divisa, spada e medaglie, con in braccio una bambina tutta boccoli su un cavallo bianco. Irene sorride. La bambina sono io. L’uomo in divisa con spada e medaglie non c’è bisogno di dirmi chi sia. La sua foto è sui libri di storia di ogni paese. Morì in un sottoscala trucidato dai bolscevichi insieme a tutta la famiglia. Isabel era già in Francia, i servi del padre le aprirono la cella e la fecero scappare con sua madre e tutta la famiglia. Scapparono pure loro. Ebbero compassione, o forse paura del futuro. Un’altra foto: una bambinetta vestita di bianco, tutta boccoli, seduta su una panchina in un grande giardino, accanto a lei un vecchio, un gigantesco vecchio con una barba infinita e un libro. Lo riconosci? Mi chiede. Sì, lo riconosco. È il creatore di Anna Karenina, di Guerra e Pace. La bambinetta di allora sorride commossa della mia commozione. Andiamo, andiamo a lavorare, dice.

Irene non vuole fare il bagno, ogni volta che l’infermiera la spoglia, urla con tutta l'energia accumulata nei suoi quasi cento anni. E la pazzia, e le notti in prigione, e le botte dei figli che la picchiarono a sangue quando lei si rifiutò di battere per loro e la abbandonarono incosciente ai margini di una strada qualunque della periferia, lontanissima dalla spiaggia di Copacabana e dalla sua favela che oggi esiste ancora, ma nel 2016 non ci sarà più. Dopo la doccia, Irene va a letto, ho mal di testa, dice, ho mal di testa. Per addormentarsi canticchia una ninna nanna, si consola così, con una canzoncina, sempre quella, sempre la stessa, l’unica che conosce, l’unica che ricorda. L’unica che canto quando penso a lei.

Prendi, prendi, te li regalo. Disse Isabel, consegnandomi due cucchiaini di argento. È quello che rimane del regalo di nozze dei miei genitori di quell’uomo in divisa della foto. È per te, tienili come mio ricordo. Dalle mani di Nicola a quelle della madre di Isabel, dalle sue alle mie.

Irene è morta dormendo in una casa di riposo. L’ho saputo in una mattina di pioggia come questa. Isabel invece era in poltrona a casa sua, tra i suoi libri e le suo foto, improvvisamente, un colpo di tosse e poi più nulla.

Le mie due amiche non ci sono più.

Il paese che hanno conosciuto e che le ha trattate in modo così diverso c’è ancora. E continuerà ad esserci nel 2016. Come sarà non lo dico, lo immagino, lo so, ma non lo dico.