Juliano e il giudice

Art. 17. O direito ao respeito consiste na inviolabilidade da integridade física, psíquica e moral da criança e do adolescente, abrangendo a preservação da imagem, da identidade, da autonomia, dos valores, idéias e crenças, dos espaços e objetos pessoais.

Art. 18. É dever de todos velar pela dignidade da criança e do adolescente, pondo-os a salvo de qualquer tratamento desumano, violento, aterrorizante, vexatório ou constrangedor.

Art. 17. Il diritto al rispetto consiste nell’inviolabilità dell’integrità física, psichica e morale del bambino, la preservazione della sua immagine, l’identità, l’autonomia, i valori, le idee, gli spazi e gli oggetti personali.

Art. 18. È dovere di tutti salvaguardare la dignità del bambino e dell’adolescente, mettendolo in salvo da qualunque trattamento disumano, violento, terrorizzante, umilianate o imbarazzante.

– ECA, Estatuto da Criança e do Adlescente. (Statuto Del bambino e dell’adolescente)

Hoje você é quem manda, falou tá falado não tem discusão, a minha gente anda falado de lado olhando pro chão. Oggi sei tu che comandi, quello che dici è un ordine non si discute, la mia gente cammina parlando sottovoce, lo sguardo a terra.

In quel momento cercavo di pensare a tutt’altro. E per fortuna ci sono riuscito. Mi rifugiavo in altri pensieri, per un attimo volavo in paesi lontani o tra ricordi lieti di gite al mare e di riunioni in osteria tra panini e lambrusco a cantare con gli amici le canzoni di Pierangelo Bertoli: eppure il vento soffia ancora, soffia l’acqua alle navi sulla prora… Poi però la sua voce arcigna, la sua cravatta marrone, la sua giacca marrone, la piega marrone dei suoi pantaloni marroni erano più forti di ogni mio pensiero, ogni lieta rimembranza e venivo a forza riconvocato alla realtà che avevo davanti. Non era vento quello che soffiava. Era l’umidità del sole nel deserto, l’alito della putrefazione. E per salvarmi lasciavo il mio sorriso ebete spiattellarmi in faccia l’espressione imbecille di chi ascolta impassibile qualunque cretinata senza reagire. A dire il vero la reazione c’è stata, educata, rispettosa: il luogo e l’interlocutore, cravatta giacca pieghe pantaloni marroni, lo imponevano: un lieve dondolìo della testa, lievissimo, impercettibile dondolìo. Un pensierino al Grande Lombardo, il mio amico vendicatore e Salvatore degli oppressi: se ci fosse lui, pensavo, magari un bel cazzotto tra i denti glielo dava diretto, senza pensarci due volte. Io no, sono un vigliacco. Muto restai. Olhando pro chão, lo sguardo a terra, occhi bassi, magari ho anche accennato con le sopracciglia come se fossi d’accordo. Eppure era l’occasione buona, era il momento di dirgli in faccia tutto quello che pensavo, di urlargli tutta la mia frustrazione, la mia rabbia Você que inventou esse Estado, inventou de inventar toda escuridão, você que inventou o pecado esqueceu-se de inventar o perdão. Tu che hai inventato questo Stato, che hai inventato di inventare tutta la oscurità, tu che hai inventato il peccato hai dimenticato di inventare il perdono. Sì, sarebbe stato bellissimo se avessi trovato il coraggio di diglielo. Lui di scrupoli non se ne faceva nemmeno uno, giocava con la sua autorità, giacca cravatta e pantaloni, senza alcun ritegno. Anzi, lui era perfettamente a suo agio. L’intruso ero io, e io che lo ascoltassi. Il predicozzo era tutto per me.

Il discorso nacque da una semplice contestazione del sottoscritto sul procedimento adottato e su quello che invece sarebbe stato giusto (ossia nei termini previsti dalla legge, che, solamente in caso di pericolo imminente prevede l’uso di…) adottare. Ma in quel luogo, la legge, diceva il cravatta e pantaloni, era lui. E se usava il metodo che usava era perché loro se lo meritavano e il minimo che si meritavano era proprio questo: manette. E poi, una volta ritornati in carcere ci avrebbero pensato i sorveglianti ad incrementare il castigo.

Lui però non parlava così, non usava quelle parole. Il tono era tra il mellifluo e suadente, l’esaltato e il ce l’ho più duro io. Un paio di parolacce condivano il tutto.

Il ragazzino ammanettato olhando pro chão, guardando per terra fissava il pavimento, non come me che lo facevo per libera scelta, ma perché era obbligato. È così che si cammina nel carcere minorile, o in tribunale, mani dietro la schiena e olhando pro chão, alla faccia dello Statuto. Non importa se sei un ragazzino. Dura lex sed lex. Hai sbagliato e devi pagare. Sei alto così ma criminale rimani e come tale sarai trattato. Quando chegar o momento esse meu sofrimento vou cobrar com juros, juro! Quando sarà il momento, questa mia sofferenza te la farò pagare con gli interessi, te lo giuro! Non so se era il pensiero del ragazzo, o il mio. Parole di rabbia e impotenza, sentimenti di buio. Che pericoli poteva offrire quel ragazzino alto così, quale tipo di rischio all’integrità fisica del luogo e dei presenti? Lui signore e padrone del destino di quel ragazzino. Lui era la legge. E lo ha detto chiaro e tondo: io sono un giudice linea dura, che queste bestie scompaiano dalla faccia della terra!

Você que inventou a tristeza, ora tenha a fineza de desinvetar, você vai pagar é dobrado cada lagrima rolada deste meu penar. Tu che hai inventato la tristezza adesso fammi la gentilezza di “disinvetarla”, tu pagherai in doppio ogni lacrima versata di questo mio soffrire.

E per me sarebbe bastato così, sarei andato a casa, avrei chiuso baracca e burattini. La testa bassa del ragazzino, le manette, il blaterare del giacca cravatta e pantaloni con le pieghe marroni… non ne potevo più. Io sono un vigliacco, un coniglio, una intile ombra, un cagone. Volevo andare a casa, via, lontano, volevo un buco in cui infilare la testa e nascondermi per sempre. Ma il predicozzo e il discorsino continuavano, per me, esclusivamente per me, perché una volta per tutte imparassi per benino la lezione. Ormai mi trovavo rinchiuso in un guscio di autismo, incapace di sbozzare una reazione, anche educata e rispettosa, una parolina, un “qualcosa di sinistra”. Niente. Il predicozzo e il discorsino spaziavano ora su argmenti e parole a me familiari…

… meninas… prostitutas… clienti… due soldi… responsabilità… le bambine prostitue responsabili per aver adescato clienti… clienti che non hanno colpa se le bambine gli si gettano al collo…. come si fa a resistere… un uomo è sempre un uomo… la prostituzione infantile è una questione culturale… sono loro, le bambine che si offrono… e poi dicono che bisogna punire i clienti…

Ma io ormai ero partito, rifugiato, rannicchiato in me stesso per non soffrire, per non pensare, strisciavo come un verme accanto ai muri immondi del tribunale, scendevo la scalinata per inerzia, attraversavo i ponti e le strade alla ricerca di un cesso per poter vomitare.

La piazza enorme accoglie i diseredati dell’umanità, i derelitti, i dannati della terra. Il muretto fa sedere su di sé centinaia di disoccupati, barboni, mendicanti. Juliano è grassoccio, cicciotto e sorridente come un girasole. Jiuliano mi abbraccia, mi chiama Tio, zio. Juliano non sniffa più, adesso è grande, la colla è roba da bambini. Juliano è più grande di me. Dieci anni fa lo portavo a cavalluccio di notte per le strade del centro. Adesso è lui che mi tira fuori dal buco. Vive per la strada, ma che importa! Non è morto, non è stato ammanettato dal giudice, non si è prostituito, è sopravvissuto. Come me. Riprendo fiato e vita. Riprendo ad alzare la testa. Riprendo a guardare il mondo come deve essere guardato. Eppure il vento soffia ancora e mi porta i versi della canzone di Chico Buarque quando dice Apesar de você amanhã há de ser outro dia, ainda pago pra ver o jardim florescer qual você não queria. Malgrado te domani sarà un nuovo giorno e non vedo l’ora di vedere il giradino fiorire come tu non permettevi. Você vai ter que ver a manhã renascer e esbanjar poesia. Dovrai vedere il mattino risorgere e scoppiare di poesia. È vero, domani, malgrado tutto, sarà un nuovo giorno, che per me comincia ora, qui e adesso. Grazie Juliano.