L’essenza della felicità

Scritture a confronto: la Bibbia

«Nel giorno della felicità sii allegro

e nel giorno della sventura rifletti,

tanto l’uno quanto l’altro li ha fatti Dio,

affinché l’uomo non scopra nulla

di quello che sarà dopo di lui».

[Ecclesiaste 7:14]

Uno dei principi del pensiero ebraico è che Di-o desidera la felicità e il benessere delle sue creature, non solo, ma tutto quanto fu creato per il piacere e la gioia dell’uomo. Questo è lo stato dell’ Eden (paradiso), che in ebraico significa piacere, delizia. La prima parola nel libro della Genesi bereshìt, in principio, può essere letta come bet osher, cioè “la casa della felicità”. Il giardino dell’Eden simboleggia lo stato di armonia tra forze opposte e contrastanti, tra “i cieli e la terra”. Dal termine osher, felicità, derivano le seguenti parole: yashar, dritto, diritto, rettificato, onesto e ishur, conferma, shir, canto. Infatti, nell’Eden l’uomo viveva in contatto diretto con il suo Creatore e con la natura, com’é scritto: “Affidati al Signore con tutto il cuore, e non appoggiarti soltanto alla tua intelligenza; in tutti i tuoi passi pensa a Lui, ed egli appianerà i tuoi sentieri”(Proverbi 3:5-6).

Il paradiso nella testa

Quindi, chi è l’uomo felice? Colui che vive in uno stato di integrità e verità con se stesso e l’ambiente, colui che si sente degno di approvazione evitando di cercare l’ assenso degli altri alle proprie scelte. Tutto questo processo avviene nella testa; infatti, invertendo le lettere di osher, otteniamo rosh, testa. Il paradiso e l’inferno dell’uomo hanno sede nella sua testa: fin a che livello i pensieri producono vita o contrariamente, immagini fervide e distorte della realtà, origine della sofferenza umana? Fin a che punto siamo a “Sua immagine e somiglianza” (Genesi 1:27) o cerchiamo di imporre agli altri la nostra immagine così com’è stata imposta a noi dai genitori, dalla società, dal compagno di vita, o da altri? Lo stato di rottura con l’immagine divina, fonte di berakhà, benedizione, avvenuto quando “il serpente, il più astuto fra tutti gli animali” ha inserito il dubbio e un’immagine distorta della parola: “Di-o vi ha proprio detto: ‘Non mangiate di nessun albero del giardino?’”(Ibid. 3:1). L’uomo, per libero arbitrio scelse di seguire la parola sviante del serpente e di conseguenza perse la retta via e fu cacciato dall’Eden. Solo allora, per la prima volta, appaiono nel testo biblico le seguenti parole: sofferenza e tristezza, desiderio e dominio, fatica e sudore, spine e pruni.

In che consiste allora il peccato? Nell’aver causato un “danno” e uno squilibrio nella creazione che hanno introdotto la tristezza e la povertà causa di ogni male, poiché «dove non c’è farina, non c’è Torà» (Abot 3:21). Quando manca la giustizia, tzedakà, sociale e la sussistenza materiale lo spirito non è libero per istruirsi e per godere dell’abbondanza divina che ci circonda. Ogni essere umano si sente pienamente vivo quando è fertile, produttivo e prospero, quando il suo potenziale si rende manifesto, quando gode i frutti del proprio lavoro, quando rende contento l’altro, quando partecipa alla gioia di altri.

«Chi è ricco? Chi si contenta della propria parte; com’è detto: Quando mangi della fatica delle tue mani, felice tu sarai, in questo mondo, e sarai benedetto nel mondo avvenire» (Abot 4:2).

La cosa importante è la moderazione e la giusta misura in ogni cosa: evitare gli eccessi ma anche l’astinenza, fare buon uso dei beni che Di-o ha riservato per l’umanità entro i limiti introdotti dalla Legge.

L’aspirazione dell’Eden

Nell’uomo è rimasta la nostalgia dello stato di completezza e benessere dell’Eden, e infatti, una cosa accomuna tutta l’umanità in tutte le generazioni: la volontà di essere felici e accettati. E allora perché siamo così infelici? Forse perché cerchiamo la felicità nell’immagine e non nel contenuto. Ogni essere umano ha il suo proprio linguaggio della felicità, ciò che rende felice uno non fa gioire l’altro; e non solo, ciò che ci rende soddisfatti in un determinato momento potrebbe essere la causa di un malessere futuro.

La felicità condizionata ci rende sempre più sofferenti: «Quando terminerò i studi, sarò felice… quando troverò lavoro… quando mi sposerò… quando nascerà il figlio, quando sarò ricco…». Quindi, parafrasando una frase dei saggi: «La felicità che dipende da qualcosa, viene annullata, se la cosa viene a mancare; quella che da nulla dipende non s’annulla mai». Ci siamo distaccati dalla gioia della vita originaria, del nostro essere bambini allegri per natura che ritengono soddisfatti i propri desideri.

Non esiste l’uomo che non aspiri alla felicità e tutte le nostre azioni sono finalizzate a questa, varia solo la modalità: chi la cerca nell’abbondanza materiale e chi nello spirito, chi nell’appagamento immediato degli istinti e chi nel arduo lavoro sulla propria persona riconoscendo e ringraziando per ciò che si è, per ciò che si ha.

«La Shekhinà (la presenza divina) non splende in mezzo alla vanità, alla tristezza, allo scherno, alla leggerezza o alla futile ciarla, sibbene in mezzo alla gioia del dovere religioso» (Pesachìm, 117a).

Alla presenza del Santo

La gioia ci unisce all’altro, la tristezza ci separa e ci isola, perciò: «Non v’ha tristezza in presenza del Santo benedetto; com’è detto: “Forza e gioia sono nel suo luogo”» (Chaghigà, 5b).

L’uomo non è stato cacciato dall’Eden, ma è l’uomo che ha cacciato l’Eden dal suo mondo perché ha perso di vista l’albero della vita, la via del cuore, e si è concentrato sull’albero della conoscenza del bene e del male.

Felice è colui le cui azioni terrestri sono in “nome del cielo” perché in questo modo ripristina il paradiso in terra. Beato è colui che in ogni sua azione è accompagnato dal profumo del giardino dell’Eden.

Il profumo è una miscela di essenze odorose opportunamente dosate, ma anche manifestazione delicata e gradevole di una condizione spirituale: ogni uomo ha la sua miscela d’arte nel preparare e cospargere di profumo la propria persona. Il profumo è un vapore così come lo spirito, come la felicità, come quel “vapore umido che saliva dalla terra e bagnava tutta la superficie del suolo” nell’Eden (Genesi 2:6). Se nella prima parola della Genesi il termine “felicità” è velato, contrariamente nel libro dei Salmi, il libro di lode e di invocazione a Di-o, viene cantato dai fedeli: «Felicità all’uomo che non suole procedere secondo il consiglio dei malvagi, né fermarsi nella strada dei peccatori, ma che invece si compiace dell’insegnamento del Signore e sulla Sua legge medita giorno e notte. Egli è come un albero piantato lungo ruscelli d’acqua, che dà il proprio frutto a suo tempo e il fogliame del quale non appassisce» (Salmi 1:1-3).

Canta colui che si sente integro e libero, colui che ha inteso che “non c’é rosa senza spine”.

E sa trasformare i propri “ahi!” e “ohi!” di lamento in melodia.

Yarona Pinhas

laureata in storia dell’arte e linguistica,

università ebraica, Gerusalemme

lettrice all’orientale di Napoli