L’età dell’innocenza

«Amo la vita così ferocemente, così disperatamente, che non me ne può venire bene: dico i dati fisici della vita, il sole, l’erba, la giovinezza…: e io divoro, divoro, divoro… Come andrà a finire non lo so».

Trent’anni fa la fine predestinata – iscritta nella sua carne e nella sua poesia – dell’intellettuale bastardo Pier Paolo Pasolini. E fino alla fine, con i suoi scritti corsari sul Corriere della Sera, aveva scomodato e scontentato tutti: destra, centro e sinistra, chiesa cattolica e chiesa comunista, benpensanti e sessantottini dell’ultima ora.

Alla fine, come all’inizio, giovane maestro nel Friuli preindustriale. Maestro, poeta, frocio e comunista. Espulso dalla scuola. Espulso dal partito.

Non so cosa rimane di Pasolini. Del resto, le ricorrenze sono occasioni d’oro per non fare i conti col passato. Il grande blob post-moderno ha digerito tutte le sue provocazioni: «Altri tempi… altra storia… altra Italia…».

Io consiglio di rileggere le sue poesie. Soprattutto Le ceneri di Gramsci. E ricordo la sua feroce e disperata ricerca della innocenza perduta (la scomparsa delle lucciole); la sua appassionata ascesi, la sua “passione”, tutta in salita, verso una felicità che non si fa cogliere.

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In un famoso articolo, Pasolini, davanti agli scontri nelle università e nelle piazze, prendeva le parti dei poliziotti celerini contro i capelloni contestatori del Sessantotto nostrano. I primi, figli di operai e di terroni, i secondi; giovani e viziati rampolli della borghesia.

Si prese l’epiteto di fascista. Un’altra medaglietta da appendere insieme alle altre sopraccitate.

Ma Pasolini non faceva politica. Di mestiere, faceva l’intellettuale. Aveva anche scritto: «Fare bene il proprio mestiere è già un atto rivoluzionario». E far bene l’intellettuale significava – o significa ancora oggi? – togliere i veli, alzare le maschere, porre interrogativi, riconoscere, o almeno intuire, quello che si muove nel profondo di una comunità e di una nazione.

C’era però anche una precisa scelta di campo. Il campo degli ultimi: i diversi, gli esclusi, i periferici, i borgatari, i marginali. Una scelta evangelica più che di classe, ché quel bastardo anticlericale di Pasolini era anche appassionato in Cristo.

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Parigi brucia. E io non riesco a non pensare a Pier Paolo Pasolini.

Parigi brucia. Il popolo dei diseredati prende d’assalto il cuore d’oro della metropoli. Dieci parigini stanno in centro: stanno benone, bene, o almeno benino. Dieci quasi-parigini stanno nelle sterminate e claustrofobiche periferie dormitorio. Non hanno niente. E niente hanno da perdere.

Dopo dieci notti di disordini, sassaiole, migliaia di auto bruciate, la polizia chiede più poteri. Il presidente Chirac si decide a dar ragione al ministro degli interni, occorre giocare l’ultima carta, il coprifuoco. Come durante i disordini per la guerra d’Algeria. Come nelle notti dei bombardamenti degli alleati. Tutti a casa dopo il tramonto. Zitti e muti.

La rivolta, mentre scrivo, sembra defluire. Ma d’ora in avanti nessuno potrà più dormire sonni tranquilli. Arriverà un’altra onda, e un’altra, e un’altra. Fino a quando un’onda perfetta, più alta della Torre Eiffel…

Parigi è il paradigma delle nostre città fondate, pensate, costruite, governate sul principio della disuguaglianza. È l’immagine attuale dell’antico fallimento di Babele.

La ricostruzione delle nostre città, ecco una grande opera sulla quale puntare. Al suo cospetto, la costruzione, peraltro scellerata, del ponte sullo stretto di Messina appare come un modellino fatto di stuzzicadenti. Non basterà una legislatura a compiere l’opera: non ci sono aziende da premiare o pacchi di voti da prenotare. Ma c’è qualche governante, c’è qualche governato, che ha voglia di mettere la prima pietra?

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La prima pietra?

Impregilo ha vinto l’appalto del “Ponte dei Ponti”. L’opera più inutile, costosa, devastante e “muscolare” che la storia d’Italia abbia mai conosciuto.

Il Cavaliere fiuta l’aria di elezioni e ritrova lo smalto perduto del condottiero. Ma occorrono fatti concreti. E, in mancanza di quelli, almeno “gesti simbolici”. Per lui è una lotta contro il tempo: deve riuscire a porre la prima pietra del ponte (una foto, prego!). E deve farlo almeno una settimana prima delle elezioni politiche di primavera.

Aveva fino ad ora ignorato, deriso, sbugiardato, sbaragliato tutti i bastiancontrari della sinistra, estrema e non. Era riuscito ad aggiudicare la gara, pur con qualche polemica. Aveva raccomandato, anzi, ordinato di accelerare a più non posso. Insomma, tutto sembrava infilarsi per il verso giusto: chi poteva fermare un carro armato lanciato a tutta velocità?

Gli uccellini. Giusto quei maledetti uccellini invocati da Fulco Pratesi davanti all’Unione Europea. Gli enormi sbancamenti necessari per le rampe del ponte, l’insieme del colossale manufatto, le file di treni e macchine e merci, avrebbero pregiudicato la sopravvivenza di due aree protette per la tutela delle specie rare ed in via di estinzione.

L’Unione Europea ha dato ragione alla Lipu e ha chiesto all’Italia uno stop per valutare l’impatto ambientale.

E se basta qualche uccellino a far saltare i nervi, e i piani elettorali, di Silvio Berlusconi, qualche speranza può cominciare a nutrirla anche l’armata sfilacciata del centrosinistra.

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Quattromilioni e trecentomila elettori alle primarie del centrosinistra. Si sperava di superare un milione di votanti. Qualcuno azzardava due milioni. Nessuno, proprio nessuno, si aspettava un tale concorso di popolo. Le file interminabili e tranquille davanti ai seggi: chiacchiere, pacche sulle spalle, incitamenti, battute.

Ha vinto, anzi, ha stravinto, Romano Prodi. Rutelli ha perso ed è tornato sui suoi passi. Bertinotti è andato così così. Mastella ha protestato, si è ritirato, ci ha ripensato ed è rientrato.

Ma insomma. Le notizie non sono queste. Prima delle elezioni assisteremo ancora a parecchi giri di valzer. L’eterna questione dei radicali sì o radicali no, per esempio. La vera notizia – l’evento, lo spettacolo inedito – è stata proprio quella fiumana di gente, con la voglia di uscire di casa, la gioia di incontrare le persone, di parlarsi, di contare, di esserci…

Un segno di buon augurio? Una prima vittoria del centrosinistra foriera del trionfo finale? Può anche darsi, ma a me è tornata in mente una vecchia canzone di quel guastafeste di Giorgio Gaber: «libertà è partecipazione…”» Per Gaber la libertà non era né di destra né di sinistra. Non abitava in nessuna casa. Preferiva stare in strada.

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Dicevano che era un “cretino di talento”. Ha stracciato tutti i record di ascolto, ha mandato in palpitazione il direttore di Rai 1 (Del Noce: «Mi dissocio dal mio canale perché non posso controllare Cementano»: da ridere), ha dato la stura a durissime polemiche tra centrodestra e centrosinistra, ha ridato fiato a un Vespa ormai sfiatato.

Davanti alle quattro interminabili puntate di Rockpolitik l’Italia si è fermata. Tutti i canali televisivi, tutto il parlamento, tutta la stampa, tutte le sedi di partito, tutti i bar, tutti gli autobus commentavano il programma; o commentavano il commento del commento al commento del programma di Adriano Celentano.

A me, per il poco che ho visto, non è piaciuto. Non mi ha mosso nulla: né fuori né dentro.

Tutto il resto – tutto l’enorme fumo mediatico che c’è girato attorno – invece mi ha fatto molta paura. C’è qualcuno che, come me, di Celentano “francamente se ne infischia”?

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L’inchiesta di Rai News sulle bombe al fosforo lanciate dagli americani sulla popolazione di Falluja ha fatto il giro del mondo.

È stato un raro esempio di giornalismo attento e coraggioso. Anche se non servirà a nulla. La forza dell’Impero americano può negare l’evidenza delle prove raccolte. Le foto di corpi bruciati dal fosforo bianco, un’arma chimica espressamente vietata dalla convenzione di Ginevra. Le testimonianze raccolte tra militari e funzionari americani. Nonostante lo scandalo delle date: prima si aspetta la certezza della vittoria di Bush alle presidenziali, poi, a partire dal 9 novembre 2004 si comincia a bombardare la città maledetta… è assolutamente improbabile che si apra un’inchiesta seria sulle violazioni alle convenzioni internazionali.

In ogni caso il cerchio è chiuso. Tutti ricordano la propaganda sulla guerra giusta e inevitabile: Saddam aveva gli arsenali pieni di armi chimiche ed era quasi pronto a utilizzare armi nucleari.

Si è scoperto che non era vero nulla. Le cosiddette prove erano state fabbricate dai servizi segreti (anche l’Italia diede il suo bravo contributo).

Ora c’è la prova che, come in Vietnam, sono stati gli americani a usare armi chimiche direttamente sui civili.

L’antiamericanismo sta dilagando nel nord e nel sud del mondo. Non riesco a gioirne: è un segnale di divieto, non un segnale che indica una nuova strada. Ma è possibile, oggi, davanti alla propria coscienza, non dirsi antiamericani?

Anche per gli Stati Uniti è finita l’età dell’innocenza. Ci fu un tempo in cui furono visti come «i salvatori del mondo». Quel tempo è finito per sempre.