L’Europa ha radici cristiane

Ma il vangelo non è un accessorio

«Non ho paura delle parole dei violenti,
ma del silenzio degli onesti».
[Gandhi]

«Dio non ha altre mani che le nostre».
[G. Bernanos]

Alla ricerca del tesoro

Ai piedi di una montagna viveva accampata una tribù di Indios. Era vissuta sempre lì. Quella montagna pelata, battuta dal vento, faceva parte della sua storia.
Tutti la conoscevano come la montagna sacra, ed il suo mistero faceva parte della vita di quella gente. Alla sua ombra gli Indios si sentivano protetti e sicuri.
Un giorno il capo della tribù si ammalò gravemente. Sentendo che la sua fine era imminente, chiamò i tre figli e disse loro: «Sto per morire e uno di voi dovrà succedermi. Salite sulla montagna sacra: sarà mio successore quello che mi porterà il dono più bello».
I tre partirono alla ricerca del tesoro. Ci vollero molti giorni per attraversare la montagna, cercando quello che potesse piacere al vecchio capo e desse alla tribù la garanzia di essere affidata in buone mani.
Il primo tornò portando un fiore. Era un fiore esotico, raro e prezioso, mai visto in quei luoghi. Nascosto tra le pietre, era sfuggito ai venti e ai temporali.
Il secondo portò una pietra. Una pietra speciale, liscia e rotonda, pulita dalla pioggia e dal vento. Pareva un’opera d’arte, lavorata dalle mani di uno scultore.
Il terzo arrivò a mani vuote, dopo essere andato per molti giorni su e giù per la montagna sacra. «Sono salito sul punto più alto della montagna – raccontò al padre – ed ho scoperto nell’altro versante della montagna una pendice meravigliosa di prati verdi ed un lago cristallino. Sono rimasto tanto entusiasta di quanto avevo visto che non ho più voluto cercare altro. Ho pensato che se la tribù si trasferisse là, potrebbe esserci un’altra qualità della vita, sia per le persone, sia per gli animali. C’era infatti grande abbondanza di verde e di frutti».
Al vecchio padre, dopo aver ascoltato i tre figli, si illuminarono gli occhi e pronunciò la sentenza dicendo al terzo figlio: «Il capo della tribù sarai tu, perché hai portato la visione di un futuro migliore».

Separare la religione
dalla cultura e dalla politica

Ritorno triste da un dialogo con un amico musulmano che viaggia per i suoi commerci fra oriente ed occidente ed è molto interessato ai temi religiosi.
Il nostro dialogo è stato cordiale e pacifico, pizzicando uva passa e bevendo un’acqua tonica. La tristezza mi viene da una sua affermazione: «È molto difficile separare cristianesimo da capitalismo. E questo spiega l’animosità di certi gruppi islamici contro il cristianesimo».
Per chi è nato e cresciuto nella nostra cultura, è quasi impossibile separare la religione dalla cultura e dalla politica. Solo può farlo chi conosce direttamente le fonti cristiane. Inoltre, per quello che conosco, il protestantesimo americano ha legato il suo progresso economico alla religione. Non lo scrivono anche sul dollaro?
Il mondo cattolico non ha mai rifiutato con i fatti questo connubio. La tristezza non è calata in me, per le profezie apocalittiche di futuri scontri, ma per il tradimento dei vangeli nello spirito e nella lettera, che risulta dall’identificazione: società cristiana è uguale a società capitalistica.

Un cristiano animato da speranza

Confesso che sono stato travagliato da una crisi religiosa che mi ha accompagnato nel lungo cammino dell’esistenza. Voglio raccontarlo essendo nell’età in cui si perdono certi pudori che, visti da vicino, non sono poi che la paura di essere giudicati.
Sono stato educato nella chiesa cattolica in un’epoca, mai tramontata definitivamente, in cui prevaleva il linguaggio apologetico, che celebrava il cattolicesimo come fondatore di civiltà e anima dell’Europa, centro del mondo. Nella mia famiglia ricevevo la spinta a guardare il mondo dalla finestra della casa e, come ho scritto altre volte, le immagini che mi trasmetteva il mondo erano di violenza e di competizione.
Ciò che mi ha salvato dal pessimismo e da altre reazioni è stato quel luogo interiore, quell’invisibile e intraducibile Luce che non si spegne mai e che mi ha portato fin qui, continuando ad amare la vita e a non temere la morte. Direi di essere un cristiano animato da speranza, ma ho sempre sentito un’allergia profonda verso le opere d’apologetica.
La storia dell’Occidente cristiano contiene fatti e persone d’incontrovertibile grandezza umana, ma è anche vero che l’occidente cristiano non è un modello dell’evangelizzazione.

Due morali incompatibili

Sulle comuni radici cristiane dell’Europa», la mia domanda è: la cultura europea è ancora cristiana? «Come conciliare, infatti, la cultura cristiana che (soprattutto oggi nella sua accentuata contrapposizione alla cultura islamica) tutti individuano come forma dell’Europa e, per estensione, dell’Occidente, con il livello di ricchezza e abbondanza raggiunto dalle società occidentali? Come conciliare l’etica della moderazione, che il cristianesimo ci ha insegnato in tutta la sua storia, caratterizzata da un’economia di sussistenza, con l’opulenza offertaci dalla produzione e dal consumo di beni, dove la soddisfazione dei bisogni (e non la moderazione) è un fattore economico? Come si fa ad essere cristiani e quindi morigerati in un’epoca dove la società è aggregata dall’economia, che per la sua sussistenza non chiede moderazione, ma consumo e soddisfazione?» (U. Galimberti).
Per far esplodere la contraddizione di chi afferma che il Cristianesimo è una religione, mentre l’economia è una forma di scambio con cui si regola la produzione e la distribuzione dei beni, U. Galimberti insiste: «Il Cristianesimo è una morale (della moderazione) e l’economia è un’altra morale (della soddisfazione smodata): le due morali sono incompatibili, per cui parlare di un’economia cristiana ha lo stesso significato e spessore logico di un circolo quadrato», con buona pace di tutti i benpensanti che ritengono di poter far quadrare il cerchio.
Come si concilia tutto questo con il messaggio cristiano che parla di amore, di fratellanza e di aiuto ai più bisognosi della Terra? L’Europa forse non è più cristiana e la sua irreversibile laicizzazione è solo la conferma che il Cristianesimo in quella sua vera essenza che è l’amore per il prossimo, lontano o vicino che sia, in Europa non ha più casa, né chiesa, né luogo dove trovare espressione. Nel momento in cui la società è passata dallo stato di bisogno allo stato di soddisfazione smodata del bisogno, la morale del Cristianesimo ha finito la sua storia e quindi o emigra nel Terzo Mondo, dove vive la mortificazione del bisogno, o sparisce.

Libertà ed emarginazione
dello spirito critico

Assistiamo quotidianamente a episodi di solidarietà a volte eroici, ma continuiamo a vivere in una società ferocemente antisolidale.
Quasi mezza Italia ha scelto, due anni fa, in un referendum che chiamerei “presidenzialista”, un modello umano negativo. Ha subìto il falso mito del ricco, abile e spregiudicato, insofferente della legge, fanatico di se stesso. Il problema è ben più che politico, come asseriscono con leggerezza, alcuni dirigenti della “sinistra”: è antropologico, etico, di civiltà.
L’era democristiana, che ha spalancato le porte all’ateismo religioso capitalista, per paura di quello empio sovietico, e la debolezza etica originaria della sinistra, che dissociava fini e mezzi, intrisa di machiavellismo a fini di “giustizia”, hanno preparato da lungo tempo questo disastro.
Il “liberismo etico” inficia tutto, anche la sinistra, sebbene contraria (ma, proprio per questo, troppo debolmente) al liberismo economico. La “libertà selvaggia” ha prevalso sulla giustizia anche in molti che non vorrebbero accettarne le conseguenze economiche e sociali peggiori.
Libertà oggi significa pensare a se stessi, cercare il proprio utile, soddisfare i propri desideri, qua e ora, per raggiungere la felicità, “star bene” e curare la propria “immagine”. Sono le forme della “libertà privatistica” espressa dal liberismo selvaggio. Il resto, società, politica, mondo, interessano poco, restano sullo sfondo.
Una libertà frutto di questa organizzazione del potere e funzionale alla sua stabilità ed espansione, è accompagnata dall’emarginazione di fatto dello spirito critico. In questo modo il potere ottiene il consenso della maggioranza e, congiuntamente, giustifica se stesso. Si dà una legittimità morale perché assicura la libertà e promuove la crescita economica e il “benessere”.
Ad una osservazione immediata le nostre società sono quanto mai libere: non c’è nessuna censura, polizia politica, Stato etico, un partito unico e totalitario, ciascuno vive come vuole, circola, fa esperienze, dice quello che pensa, vota come gli pare e così via, tutte forme irrinunciabili di libertà, ma nell’insieme è ridotta, se non a volte assente, la capacità di autonomia e quindi di operare scelte altre da quelle indotte. Una libertà addomesticata attraverso condizionamenti socioculturali indiretti, sottili, sofisticati e proprio per questo potenti perché non emergono con chiarezza alla coscienza.
È questa una china tremenda è da risalire: quella che fa apparire cittadino realizzato il rampante per sé, non il cittadino attivo per gli altri. Questo veleno culturale è penetrato in tutte le vene italiane.

L’inculturazione del vangelo
nella cultura occidentale

La nostra cultura è violenta alle sue radici, perché il pensiero che ha guidato per secoli il nostro cammino intellettuale è idealista, in pratica separa il pensiero dalla vita creando uno scollamento fra pensiero e l’azione. Il metodo narrativo dei vangeli che trasmettono la storia di un inviato da Dio che lo scopre negli avvenimenti, è stata travolta da questo metodo tipicamente razionalistico. La formazione religiosa ha guidato l’uomo verso le azioni di carità, ma non ha contribuito alla formazione dell’uomo solidale.
Sono cosciente di semplificare, ma sono convinto che l’inculturazione del vangelo nella cultura occidentale ha oscurato la scelta fondamentale di Gesù: quella dell’umano reale e dell’umano totale.
È vero, la Chiesa si è schierata contro il capitalismo, ma ha lasciato l’uomo religioso, suo discepolo, totalmente disponibile al progetto capitalistico. La Chiesa combatte le idee, ma non difende l’uomo dalle insidie che ostacolano il raggiungimento della sua vera identità. Lo aiuta a liberarsi dai cattivi pensieri contro la fede e la morale, ma non lo aiuta a maturare come persona autentica che in definitiva significa l’uomo solidale, un vero figlio di Dio, come Gesù.

La mitezza è un potere tremendo

Sto scrivendo in un momento storico delicatissimo, sono consapevole di vivere una notte d’incubo, ma che va verso l’alba. Il contenuto della mia speranza sta nella scoperta delle tracce del futuro, tracce che si scorgono solo avventurandoci fra i crolli provocati dal ciclone che in questo momento storico si è abbattuto sull’umanità.
«Smettetela, o gente, di temere chi ha solo il potere di annientarvi fisicamente. Prendete sul serio solo Dio». Solo chi vive secondo questa affermazione di Gesù è davvero libero. Non può essere più intimidito. Vale ciò che ha detto Dostoevskij: «La mitezza è un potere tremendo».
Per il ghiaccio eterno non c’è pericolo più grande del vento che soffia da sud. Se ribaltiamo con la dinamite e con le vanghe blocchi di ghiaccio, possiamo sì trasformare il panorama del paesaggio, ma non cambiamo la realtà: è pur sempre inverno.

Pove del Grappa, agosto 2003