L’infanzia rivisitata

Vedendo i giochi di Alberto, sento affiorare un sentimento che credevo sopito da tempo. Lo lascio emergere, non voglio resistergli, e mi accorgo che quasi mi mette a disagio, perché mi sembra un desiderio inconfessabile: ho ancora voglia di giocare!
Mi studio e mi analizzo, e trovo che la cosa non sia affatto banale: voglio ancora cimentarmi col salto, con la corsa, con l’abilità in una prova che sia fine a se stessa, che non scriverà il mio nome su nessun foglio importante e che il giorno seguente mi permetterà di provare di nuovo.
Voglio divertirmi. Voglio ridere come un bambino eccitato dalla sfida, e poi se non mi piacerà, cambierò gioco.
Torno in me, e vedo che invece sono su di un treno che viaggia in un’unica direzione. Fatico a scorgere percorsi diversi. Vivo il peso dei miei sbagli che qualcuno puntualmente annota e so che, al momento opportuno, me li farà pesare.
Vorrei cancellare il punteggio dal tabellone… e ricominciare il gioco daccapo. Senza dubbio sto vedendo nero, mi chiedo se i giochi di Alberto sono solo il desiderio di un caldo rifugio dalle difficoltà del quotidiano, il desiderio di non crescere, di non affrontare le prove decisive… O se piuttosto il mio riflettere può assumere i toni di una cerimonia rispetto ad una vita troppo veloce, troppo competitiva e spietata, che finisce col perdere ogni senso autentico.