La Colombia minacciata di vietnamizzazione dal delirio bushiano

L’abbattimento di un aereo degli USA nelle selve della Colombia, il 13 febbraio scorso, ha aggravato la crisi endemica nel paese andino e può determinare dei cambiamenti nella strategia di Washington nei confronti della regione. L’abbattimento di un aereo degli USA nelle selve della Colombia, il 13 febbraio scorso, ha aggravato la crisi endemica nel paese andino e può determinare dei cambiamenti nella strategia di Washington nei confronti della regione.

L’apparecchio apparteneva al Comando Sud degli USA e a bordo c’erano quattro agenti della CIA con statuto militare. La missione era di spionaggio, nell’ambito di combattere la guerriglia delle FARC-EP, che controllano gran parte di quel dipartimento, il Caquetà. Sono sopravvissute tre spie. Nel comunicato divulgato il 24 febbraio, lo Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP ha informato che questi uomini sono stati catturati e li considera prigionieri di guerra. Ha anche chiarito che accetterebbe uno scambio con i combattenti guerriglieri incarcerati nei presidi governativi, mediante l’accettazione di Uribe delle definite condizioni.

La notizia, trasmessa da un portavoce della Casa Bianca, di un contigente di 150 uomini di truppe scelte inviato in Colombia per tentare di recuperare i tre uomini della CIA, ha impresso un carattere esplosivo allo sviluppo della crisi.

Le strutture dello Stato colombiano, debilitate dall’incapacità di troncare l’insurrezione guerrigliera, sono state scosse dall’accaduto. Sul governo piovono critiche; le voci dell’opposizione legale si sommano a quelle provenienti da settori sociali molto differenti.

Il dibattito sul Piano Colombia e i suoi obiettivi inconfessati sta assumendo aspetti tempestosi.

Protettorato.
Il governo di Uribe -proprio come fece quello di Pastraña -si incaponisce a negare l’ovvio, cioè, il carattere imperialista del Piano Colombia, concepito per servire la strategia di dominazione continentale del sistema di potere degli USA. Invocando la necessità di sradicare le coltivazioni di coca e il narcotraffico e di promuovere lo sviluppo del paese, questo piano ha come fini concreti la lotta contro l’insurrezione guerrigliera e vede, a lungo raggio, il controllo da parte USA del complesso della regione amazzonica, zona condivisa da sei paesi.

L’ALCA e il Plano Puebla Panamá sono, d’altronde, iniziative indissociabili dal Plan Colombia nell’ambito di una strategia integrata di ricolonizzazione totale dell’America Latina.

In questo contesto, la prigionia dei tre agenti della CIA ha scatenato molto mal di testa a Washington e Bogotá.

Improvvisamente, i governi hanno quasi dimenticato la propalata guerra al narcotraffico. Sarebbe ridicolo tentare di relazionare la missione di spionaggio dell’aereo del Comando Sud con temi del mondo della droga.

Nella sua colonna della rivista ‘Semana’- la più importante del paese-, il prestigioso analista Antonio Caballero afferma che la Colombia vive attualmente sotto un regime di Protettorato. Lo compara con quelli esistenti in Kossovo e in Afghanistan. Non senza ironia, ricorre alle analogie storiche che hanno fatto l’orgoglio dell’oligarchia: "era così che gli antichi romani governavano in Macedonia e Numidia e i britannici in Egitto e in Sudan".

Per incomodo del presidente Uribe, distaccate personalità della destra hanno riconosciuto che l’entrata nel paese del contingente delle truppe speciali vìola in modo flagrante compromessi assunti. Il Congresso USA, inoltre, ha fissato in 400 il numero massimo di militari nordamericani in Colombia. Questo tetto è stato superato. Con una peculiarità: la presenza di questo personale sarebbe in relazione esclusivamente con missioni di appoggio logistico alle Forze Armate e di addestramento. Nel Dipartimento di Arauca, 70 berretti verdi disimpegnano missioni di assistenza assieme alle truppe colombiane ivi stazionate per evitare attacchi all’oleodotto che lo attraversa. Ora è differente. La decisione unilaterale di Bush e del Pentagono calpestano la costituzione del paese, configurando un’offesa all’indipendenza stessa della Colombia.

È naturale che, a Bogotà, in un Congresso abitualmente passivo, si sono elevate voci esigendo dal presidente una presa di posizione in difesa della sovranità nazionale. Saranno appelli inutili. Uribe Vélez non oserà criticare la metropoli del Protettorato. Prendendo le distanze ha affermato di identificarsi pienamente con l’invio delle truppe speciali statunitensi.

Ma, chissà, l’attitudine di Washington può portare a vedere un finale molto diverso da quello desiderato dal presidente e dei generali del dipartimento della Difesa.

Rincorrendo la memoria, Caballero ricorda che il tentativo rocambolesco di recuperare i sequestrati statunitensi in Iran dal governo di Khomeini finì male, amareggiando gli ultimi mesi del mandato di Jimmy Carter.

Crimini ripugnanti
Il presidente Uribe sta accumulando fallimenti.

Ha preso il potere reclamando che le Forze Armate erano preparate per porre fine alla guerriglia. Nell’alto comando dell’Esercito, ha collocato generali identificati con il suo progetto dai contorni fascisti. Ma, trascorsi sette mesi, le annunciate vittorie non si vedono. L’Esercito non è riuscito ad abbattere o catturare un solo comandante guerrigliero, nonostante la collaborazione ricevuta da un corpo di "rospi" (infiltrati, n.d.t.) formati da un migliaio di buffoni pagati dal Tesoro. Le FARC-EP passeranno dalla difesa all’attacco, vibrando duri colpi alle forze di repressione.

L’immagine dell’Esercito, che durante il mandato di Pastraña ha attribuito le missioni più sporche ai paramilitari, si è degradata molto tra la popolazione. Ora non è solo complice di crimini mostruosi, li esegue direttamente.

Nei caseggiati di Caquetà e di Meta, una ex zona demilitarizzata, la semplice presenza dei militari provoca la fuga massiccia degli abitanti.

Questo panico è giustificato. Distacchi speciali, dopo aver assassinato contadini sospettati di simpatia per la guerriglia-secondo quanto relazionato da un comandante delle FARC-, tagliano i corpi a pezzi e poi, percorrendo i villaggi, chiedono ai contadini se "desiderano carne fresca".
Il Presidente della Repubblica incentiva la violenza irrazionale invece di combatterla. Il sviluppo della violenza , quando sindaco di Medellin, con il re della droga, Pablo Escobar, è comprovata da un’abbondante documentazione. È stato destituito dall’incarico del servizio che allora prestava. Come governatore del Dipartimento di Antioquia, ha promosso le nominate Associazioni Comunitarie – CONVIVIR, che eseguirono la parte fondamentale nelle campagne di assassionio massiccio di contadini e operai. In quell’epoca ha incentivato anche il paramilitarismo.

Già come presidente ha instaurato lo stato di assedio (con un nome differente), ha promulgato leggi fasciste e ha chiesto agli USA che assumessero il controllo del mare territoriale del suo paese e, gradualmente, quello dell’Amazzonia. Questa apertura alla penetrazione di Washington nella regione amazzonica ha allarmato particolarmente le Forze Armate del Brasile.

Non sorprende che George Bush sia arrivato alla conclusione che esista una grande empatia tra lui e il presidente colombiano.

Uribe ha fallito anche nei suoi sforzi perchè l’Unione Europea responsabilizzasse le FARC (nonostante l’inesistenza delle prove) dell’attentato contro il Club Nogal, nonostante queste negassero qualsiasi coinvolgimento in quest’azione terroristica.

In America Latina, il presidente pose grandi speranze nella Conferenza Continentale convocata a Panama, nella quale pretendeva che i paesi presenti approvassero una risoluzione condannando le FARC come organizzazione terrorista. L’iniziativa è stata un fiasco. Nonostante la presenza di presidenti dell’America Centrale, una regione dove, con rare eccezioni, la violenza dei diritti umani è routine.

La via alla vietnamizzazione
Sino al momento in cui scrivo, sono arrivati in Colombia 49 militari USA dei 150 annunciati. Questa informazione è stata data da Washington da una fonte del Senato che non ha saputo chiarire qual’è la missione esatta di questi uomini in appoggio ai 4000 colombiani impegnati nell’operazione di liberazione degli agenti CIA. A Bogotà la stampa ha pubblicato la notizia ma il governo e l’esercito si sono astenuti dal commentare.

Un velo di mistero avvolge l’arrivo del distaccamento delle truppe speciali degli USA. Inizialmente, è stato detto che si tratta di elementi del corpo dei Marines. Ma poi, si sono successe notizie contraddittorie, che hanno aumentato la disinformazione, scatenando un fiume di speculazioni.

Quanti militari ha inviato, infine, il Pentagono, chi sono e come parteciperanno nella ricerca che si sviluppa in un’area di otto mila chilometri quadrati? Si ignora.

Negli USA, i grandi giornali e la televisione stabiliscono paralleli con l’Afghanistan, ammettendo la possibilità di un intervento diretto che potrebbe determinare una svolta nel conflitto colombiano, internazionalizzandolo.

Adrian Isacson, uno specialista del Centro di Politica Internazionale, prevede un inasprimento. Nella sua opinione, i militari colombiani devono rispondere al ruolo "dell’Alleanza del Nord in Afghanistan. Noi addestriamo, noi armiamo e partecipiamo alle operazioni in determinate zone".

Lawrence Ferguson, il comandante della XVIII Brigata dei "berretti verdi", installata a Arauca ha un discorso similare: "Guardiamo all’Afghanistan -suggerisce-. La ragione dell’esito laggiù è stata la nostra collaborazione piena con le truppe locali[1]".

Dalle supposizioni analoghe tra Afghanistan e Colombia, traspare l’ignoranza storica e il vuoto di formazione politica dei suoi autori. Riflettono l’incultura del militare statunitense tipico. Intanto, analisi come quella di Ferguson incontrano grande recettività nel corpo degli ufficiali dell’esercito USA.

LA Colombia non è una società centro-asiatica multinazionali. In essa non vi sono comunità come i Tagichi e i Paschtum, coinvolti in guerre secolari. Il gioco delle alleanze che lì è stato possibile non è comparabile.

La US Army, la US Air Force e la US Navy lanciarono decina di migliaia di tonnellate di bombe e missili su Kabul, Kandahar, Herat, Kunduz, Mazar-i-Charif, Gahzni e altre città afgane. Non possono bombardare Bogotá, Medellin, Cali, Barranquilla, Cartagena de Índias, né qualsiasi altra metropoli colombiana.

Washington ha promosso la distruzione di molti villaggi afgani e le sue truppe avevano compiuto massacri ripugnanti. Se in Colombia fosse ripetuta la ricetta, spianando villaggi nelle montagne, nelle valli e nelle forreste, scateneranno un fiume di rivolta non solo del popolo colombiano, ma in tutta l’America latina. Per questo, Per questo molta gente negli USA non vuole l’invio di truppe operative verso la Colombia.

Frida Gihits esprime nell’influente ‘Los Angeles Times’ la posizione di coloro che temono la vietnamizzazione della guerra civile. "Come reagirà- domanda- l’opinione pubblica quando saprà che il sangue nord-americano scorre in Colombia? Sarà che assisterà ad un’altra Somalia o un altro Vietnam?"

Incertezze.
Bush ha dichiarato enfaticamente che gli USA condannano la forma di scambio di prigionieri proposta dalle FARC. Ma ha aggiunto che ricorrerà a tutti i mezzi necessari per liberare i suoi compatrioti, cioè, i tre agenti della CIA. Quali mezzi ha in mente?

Questa attitudine rigida ha reso ancora più difficile la posizione di Uribe. Nonostante si sia sempre rifiutato a discutere seriamente il tema dello scambio dei prigionieri, il presidente si ritrova, per pressioni convergenti, costretto a negoziare con la guerriglia, come ha fatto Pastrana.

Fra gli 80 prigionieri che le FARC si prefiggono di liberare nell’ambito di un accordo garantito da istituzioni internazionali, figurano- oltre a 57 ufficiali e sergenti dell’esercito e della polizia- 23 civili, tra i quali influenti personalità, come Ingrid Bentancourt, ex candidata alla presidenza della Repubblica, Giberto Echeverry Mejia, ex ministro della Difesa, sindaci, parlamentari e verificatori. La cattura dei tre agenti della CIA ha contribuito a rinforzare le pressioni delle famiglie.

L’alternativa alla accettazione del dialogo suscita preoccupazioni tra le stesse Forze Armate. L’Esercito e la Forza Aerea sono state collocate davanti a un dilemma, in cui le uscite probabili sono tutte negative.

La liberazione dei "gringo prigionieri", come dice il popolo, assurge come ipotesi molto improbabile. Secondo il difensore del popolo Eduardo Cifuentes ha dichiarato a ‘El Tiempo’, gli uomini della CIA debbono essere ritirati dalla zona. Nel giugno del 2001, le FARC si riunirono a La Macarena, un villaggio perso nelle foreste di Guayabero, nel Dipartimento di Meta, 304 prigionieri e li consegnarono alla Croce Rossa. Questi uomini, tutti militari, venivano da luoghi molto distanti. Le FARC li fecero passare autenticamente in barba ai nemici, attraverso fiumi, montagne, pantani e selve.

Ero lì. Ho assistito allora alla cerimonia della loro liberazione e alla parata militare che soglò l’avvenimento: una sfilata di 4000 combattenti delle FARC-EP. I quali hanno dimostrato capacità logistica verso tale prodezza che deve aver trovato per i tre agenti CIA un nascondiglio sicuro.

Ma ammettendo che ancora si trovano nella regione dove furono catturati, in qualche luogo di difficile accesso, la loro liberazione rappresenterebbe problemi quasi insuperabili. Non è, altresì, da escludere l’ipotesi in cui vengano ad essere vittime di qualche bombardamento, come è avvenuto con operazioni precedenti di ricerca di prigionieri.

L’entrata in scena delle truppe speciali degli USA può contribuire per aumentare lo scontento popolare se l’operazione sfocia in un fallimento.

Nell’Esercito colombiano, la cooperazione con i militari statunitensi non è desiderata. Molti generali preferirebbero che essi non andassero oltre alle missioni di supporto. Come combattenti possono esssere d’impedimento più che d’aiuto.

La selva colombiana non è un luogo dove la guerra si sviluppa come nei film di Hollywood. I rivoluzionari delle FARC-EP sono formidabili guerrieri, che conoscono a palmo il terreno e vi si muovono come un pesce nell’acqua. Non lo sarà per i militari USA. I Rambo entreranno in una succursale dell’inferno, scopriranno nemici sconosciuti: zanzare, serpenti, pantani, dissenterie, malattie endemiche, piogge diluviane, un’umidità che distrugge i polmoni.

Che avverrà a questo distaccamento delle truppe scelte se- il che è ancora dubbioso- fossero inviate a Caquetà al suono di trombe? Le FARC hanno già dissipato i dubbi. I militari gringo sarebbero ricevuti come invasori e come tali combattuti. La guerriglia di Manuel Marulanda assumerebbe la difesa della sovranità nazionale.

L’internazionalizzazione della guerra non altererebbe la strategia delle FARC-EP. Continueranno- come ricorda il comandante Raul Reyes in ‘Rivista Resistência’- "a sviluppare la sua invariabile politica di combinare tutte le forme di lotta rivoluzionaria fino a conquistare il potere politico per costruire con i nullatententi e gli esclusi della nostra patria, un nuovo Stato, con un regime politico che garantisca i diritti e le libertà dei cittadini e faccia della Colombia una nazione indipendente e sovrana, senza fame, con lavoro e salario in linea con i prezzi, nella quale lo Stato assicura gratuitamente la salute e l’educazione."

Il margine del potere decisionale di Bush è molto minore di quello che sembra. Ma, in questo caso, sarà stato lui- secondo gli organi di comunicazione- il responsabile della decisione di inviare un piccolo contingente di truppe da combattimento in Colombia.

Nel suo delirio megalomane, questo leader politico e di scarsa intelligenza può, spinto dalla sua fame di violenza e di vana gloria, aver creato le condizioni per una nuova tragedia: la vietnamizzazione del conflitto colombiano.

NOTE
[1] notizie ricavate dal giornale ‘El Tiempo’ di Bogotá.

[2] in Resistência, n.º 30, luglio-ottobre 2002

Miguel Urbano Rodrigues, giornalista portoghese specializzato in politica internazionale.

Tratto da ‘correio da cidadania’ ed. 337-338. Nostra la traduzione.