La crisi della democrazia e l’impolitico

Contro i pericoli del consenso demagogico, per un recupero della partecipazione

La rinuncia alla politica attiva
La democrazia si fonda sulla partecipazione dei cittadini e il declino di quest’ultima, che è un dato tanto vistoso e diffuso da non aver neppure bisogno di essere sottolineato, è per essa fondamentale motivo di sofferenza. Si tratta, senza dubbio, di una condizione paradossale. Caduto il Muro, instaurati regimi fondati sulla competizione elettorale nell’Europa centro­orientale, spezzatosi il regime di apartheid nell’Africa del Sud e dissoltesi anche le ultime dittature militari in Sud America, non tutti perciò se la sentono di cantare davvero vittoria. Quasi che lo sviluppo della democrazia in estensione si sia accompagnato ad un preoccupante declino d’intensità. La democrazia, forse, mentre si diffondeva su spazi più ampi, si diluiva. E tante sembrano essere le conferme di tale diluizione. A cominciare dal declino dei cosiddetti diritti sociali: in particolare dei diritti dei lavoratori.
Badiamo bene. Come tutte le cose umane, la democrazia è un regime necessariamente imperfetto e sofferente. Il dato più inquietante dell’attuale situazione sta però non nella consapevolezza della necessaria imperfezione dei regimi democratici, ma nella rinuncia — rassegnata per alcuni, liberatoria per altri — ad ogni disegno di perfezionamento. La democrazia non è stata mai troppo bene, nemmeno al tempo di Pericle. Ma vi è sempre stato un qualche ideale democratico, modesto magari, che si contrapponeva alle imperfezioni del presente. Ciò che contraddistingue questa fase storica è viceversa il convincimento — dominante, ma non senza contraddittorio, per fortuna — che le colonne d’Ercole della democrazia attuale siano costituite da ciò che vediamo e che è impossibile spingersi oltre. Anzi, c’è da aspettarsi, e qualcuno pure lo auspica, un restringimento ulteriore d’orizzonte.

Disincanto e delusione
Una democrazia senza cittadini: così può probabilmente definirsi la democrazia diluita di questi tempi. I cittadini non contano, conta chi ne manipola le emozioni e le paure. Contano i grandi potentati economici e mediatici. Contano le lobbies. Contano le tecnoburocrazie, nazionali e sopranazionali. E i cittadini — razionalmente — si sottraggono ad una vita democratica che così drasticamente li emargina. Non dobbiamo mitizzare il passato. Anche in passato la vita democratica contava il suo gran numero di delusi, di scontenti, di insofferenti, di renitenti alla partecipazione.
L’unica cosa è che in passato di questo stato di cose non ci si appagava affatto e apposite agenzie — i partiti, la scuola pubblica, ecc. — si adoperavano per ovviare a questo inconveniente, per prevenire lo scontento, per canalizzarlo, per conferirgli un qualche senso politico. E invece, al presente, disincanto e delusione non solo sono divenuti i sentimenti prevalenti, ma hanno anche acquisito un autonomo valore politico: ed è, questa, l’"antipolitica".

La via della demagogia
Interessante fenomeno, l’antipolitica. Interessante, almeno quanto inquietante. Intanto, neanche nuovissimo.
Esiste un’antipolitica d’élite, che vanta illustri precedenti nell’antiparlamentarismo fiorito in tutta Europa a cavallo tra XIX e XX secolo, ma anche nella più recente polemica contro i partiti e nel mito della "rivoluzione dei manager" (o del governo dei tecnici). Ma c’è poi un’antipolitica intesa come insoddisfazione e scontento dei cittadini, che spesso diviene una materia prima eccellente per imprenditori politici pronti a manipolarla: ci sono i politici convenzionali (quelli che una volta davano senso al malcontento vagheggiando grandi progetti di riscatto sociale), che tentano così di colmare, mediante la sistematica denigrazione della politica, dello Stato, del "pubblico", dell’azione collettiva, il proprio vuoto di proposta politica; ci sono i politici non convenzionali, e più propriamente "antipolitici", spuntati come i funghi in quasi tutte le plaghe d’Europa, per perseguire, eccitando il malcontento, le loro ambizioni e una definitiva torsione delle istituzioni democratiche in senso demagogico­plebiscitario, magari al contempo attizzando altri spregevolissimi sentimenti quali l’intolleranza e il razzismo.

Se la politica è ridotta a gioco di potere
Né il disincanto, né il rifiuto della politica sono per fortuna atteggiamenti stabili. I cittadini non rifiutano la politica irrazionalmente, né razionalmente le preferiscono, come una parte della letteratura politologica pretende, i propri affari e affetti privati, delegando ai professionisti della politica la conduzione della cosa pubblica. La politica i cittadini la rifiutano scientemente e sistematicamente, perché essa li emargina, perché vanifica le loro aspettative, perché i politici, e una minoranza di loro interlocutori privilegiati, l’hanno sequestrata e sottomessa ai loro fini, essi sì privatissimi. La politica è ormai uno spazio separato, di cui al più i cittadini possono godere — passivamente — lo spettacolo. Che è uno spettacolo di contrapposizioni frontali, di concorrenza senza esclusione di colpi — horse race la definiscono gli specialisti anglosassoni –, ma anche di oscure collusioni sottobanco, che tratta i loro problemi, i problemi della vita di tutti i giorni, ma anche quelli delle generazioni future, esclusivamente in funzione delle ambizioni elettorali delle classi dirigenti politiche e dei ristretti giochi di potere interni all’establishment.

Desideri non conformi di coinvolgimento politico
Guai però a dare la partita per chiusa. Intanto, i cittadini quando li si interroga con maggior cura, e almeno i settori istruiti e informati della cittadinanza, manifestano per la politica una persistente disponibilità all’attenzione. In secondo luogo, persiste una disponibilità a mobilitarsi ogni qual volta la loro azione abbia qualche apprezzabile chance di efficacia. Si tratterà di forme di mobilitazione monotematica, le quali però sono interpretabili non solo in chiave negativa (è una forma di partecipazione miope ed asfittica), ma anche in chiave positiva (se magari se ne desse la possibilità, la partecipazione si estenderebbe anche a temi più ampi e ambiziosi). A riprova di quest’ipotesi si possono addurre non solo la vitalità delle forme di partecipazione alla vita collettiva che si esplicano al di fuori della sfera politica (il volontariato, ad esempio, o l’associazionismo), non solo i livelli comunque elevati di informazione politica, ma anche le nuove forme di mobilitazione su vasta scala che stanno manifestandosi dappertutto (i movimenti no global, il risorgere del pacifismo, per non guardare all’interessante laboratorio italiano, dove all’afasia dell’opposizione ufficiale si sta di prepotenza opponendo un vastissimo movimento d’opposizione prepolitico ed extrapolitico, ma non antipolitico).