La democrazia rappresentativa e la democrazia partecipativa

Passando per Loche e Rosseau, il già sindaco di Porto Alegre (RS – Brasile) discute le origini e la crisi del sistema rappresentativo e mostra come il liberalismo non ?sinonimo di democrazia. Il tema centrale di questo seminario è presente nel dibattito politico dell’umanità già, come minimo, da due secoli. Le radici dei sistemi politici di rappresentanza si incontrano nei regimi costituzionali degli Stati Moderni. I regimi politici antichi e medievali, dall’esistenza in società schiave o servili, non possono essere identificate con le situazioni inaugurate con lo Stato Moderno. Lo stesso vale per l’Assolutismo, dove l’idea di "contratto" già appare e il suddito è ormai portatore di alcuni diritti, ma la sua condizione ancora è distante dalla qualifica di cittadino.

Le origini dei sistemi rappresentativi nascono da concezioni liberali che esprimevano lo sviluppo e la maturazione delle società mercantili e delle condizioni oggettive per il sorgere del capitalismo – l’accumulazione dei capitali e l’esistenza del lavoro libero.

Questo processo non fu lineare, ne’ simultaneo, nell’Europa o nel Nuovo Mondo. Le contraddizioni e i conflitti sociali che permearono il sorgere del modo di produzione capitalista si espressero attraverso varie correnti toeriche.

Semplificando, per effetto di questa presentazione, possiamo ridurre a due grandi correnti ideologiche il pensiero borghese che giustifica la necessità dello Stato e lo legittima.
Entrambe partono dal diritto naturale dell’uomo alla libertà e dalla critica dello Stato assolutista. Quest’ultimo giustifica la sua esistenza dal diritto divino delle monarchie o dal "contratto" attraverso del quale gli uomini – per uscire dal permanente stato di guerra in cui, naturalmente, si trovavano -, abdicavano dalla loro sovranità e la trasferivano in forma assoluta a un re. Questa era, per gli assolutisti, l’unica condizione per la quale gli uomini potevano vivere in armonia: tutti abdicavano la loro sovranità per un Stato tutto potenza che, col timore e col potere coercitivo, garantiva la pace e la vita nella società.

I due liberalismi.
La prima di queste correnti, la concezione liberal proprietaria, possessiva segna il pensiero di John Locke (1632-1704) che critica l’Assolutismo non per il suo carattere contrattuale (che già appariva nell’opera anteriore di Thomas Hobbes), ma per la giustificazione del diritto divino nella quale i monarchi cercavano di giustificare il loro potere assoluto. Il diritto naturale per Locke è il diritto alla libertà che, unito con il lavoro, sorregge il diritto alla proprietà: lo Stato ha come obiettivo difenderla. E ancora: questa deve essere la funzione essenziale dello Stato sotto il controllo dei rappresentanti delegati con il diritto di fare le leggi e applicarle.

L’altra corrente è la concezione liberale "egalitaria" di Jean Rosseau (1712-1778). Per lui, il contratto sociale presuppone l’idea del diritto naturale alla libertà, ma anche dell’eguaglianza come condizione umana.

Questa introduzione non è, dunque, una divagazione teorica. Essa cerca di situare le origini del nostro dibattito sulla delegazione del potere e permette di comprendere che questo non è un dibattito recente, ma che si è costituito nei secoli in una sfida per l’umanità.

Le differenti spiegazioni teoriche e ideologiche di questo processo esprimono interesse sociali distinti lungo la storia e ha, fino ad oggi, conseguenze differenti nello sviluppo politico dell’umanità. Questo dibattito esprime interessi distinti di classi e frazioni di classe nel passaggio da una società di piccoli produttori, artigiani e agricoltori uscendo dal giogo feudale, verso il consolidamento di una nuova elite dominante tipicamente capitalista.
Esso da la dimensione storica di cui questi concetti rispondono a un momento dell’umanità e che non sono eterni, come non le furono le motivazioni del mondo del feudalesimo e della transizione all’assolutismo. Sono relazioni della società e dello Stato che possono essere alterate dal protagonismo degli agenti storici.

Ciò valeva per quell’epoca e vale, evidentemente, per i giorni d’oggi. La concezione di proprietà si basava nell’idea che il diritto alla libertà è il diritto alla proprietà. Lo Stato è il "contratto" per garantire la manutenzione della proprietà e di altri diritti.

In questa concezione sullo Stato di Diritto, tanto in Locke come nelle formulazioni di Kant (1724-1804) si presuppone i cittadini con diritti diseguali in funzione della proprietà, "cittadini indipendenti e cittadini non indipendenti". A questi, dalla loro condizione di nullatenenti, di non proprietari, non si poteva concedere il diritto di voto, il diritto alla rappresentanza nel potere dello Stato, della preferenza parlamentare.

Locke, malgrado la sua visione laica e della difesa della tolleranza in un’epoca di intransigenze confessionali, vedeva lo Stato (la società politica che risulta dal contratto) come quello che esprime la sovranità e il potere coercitivo, incluso quello di condannare a morte!

Il liberismo egualitario di Rousseau
L’altra concezione, il liberismo egualitario di Rousseau, si basava nella visione che "gli uomini nascono liberi e uguali", nonostante egli constatasse pure che, nella sua epoca, "in ogni luogo (gli uomini) si riscontravano piegati sotto i ferri".

Se la frase tracciava la realtà del mondo in cui viveva, dove gli uomini non nascevano liberi e uguali, come "desiderava" il pensiero di Rousseau, questo pensiero è valido per sorreggere il suo pensiero basato nella piccola produzione e artigianato, la realtà delle piccole località e/o regioni che rapidamente cominciavano ad essere superate dall’accumulo capitalista.

Questa realtà vissuta dall’autore fu sufficientemente forte per cui egli difendesse la sovranità del popolo, formato da individui "liberi e uguali" che non poteva essere trasferita dalla necessità o per scelta ad un monarca come volevano gli assolutisti, ne poteva essere delegata, in un contratto, allo Stato Parlamentare.

Diceva Rousseau che all’atto nel quale si realizza il contratto della società politica, dove il popolo costituisce un governo, esiste un momento anteriore che è quello in cui il popolo è popolo, e questa condizione è la condizione fondamentale, la quale stabilisce una sovranità che non può essere trasferita, delegata o divisa.

Per cui se manteneva le condizioni di libertà e di uguaglianza, dove nessun cittadino perde la sua sovranità nel processo di formazione della volontà generale, questa non può essere delegata o trasferita, per investire qualcuno ad esercitarla, senza che i mandati siano revocabili in qualsiasi momento.

La concezione utopica di Rousseau era irreale in un mondo che rapidamente si trasformava con l’ accumulo dei capitali, ma preannunciava la grande sfida per qualsiasi progresso democratico all’interno dei concetti liberali.

Liberismo non è sinonimo di democrazia.
A partire da queste grandi correnti si divergevano, lungo quasi questi due secoli, sistemi politici rappresentativi con caratteristiche proprie, con differenziazioni, ma basati in maniera predominante nella visione del liberismo proprietario, possessivo.
Si sdoppiavano nelle forme delle repubbliche o monarchie costituzionali parlamentari, dove la sovranità popolare veniva delegata al parlamento, che unificava le funzioni esecutiva e legislativa a partire dai rapporti di forza all’interno delle istituzioni. Si esprimevano anche nelle repubbliche presidenziali ove la divisione dei poteri e delle competenze è più nitida e dove l’Esecutivo e il Legislativo sono eletti da criteri distinti.

In questa lunga esperienza storica dei paesi liberali, ora abbiamo un elemento di dibattito e scambio di informazioni nel nostro seminario: i sistemi elettorali. Questi esprimevano differenti stadi di sviluppo economico e gradi distinti nell’organizzazione politica delle classi, e frazioni di classe, nella disputa degli spazi e rappresentanze nel sistema liberale.

Ma, principalmente, questo processo storico ha dato visibilità cristallina al fatto che il liberismo, lungo questi due secoli, non è stato e non è sinonimo di democrazia.

In qualsiasi paese, nel secolo passato e in questo, il diritto all’organizzazione politico-partitica e al suffragio universale sono state conquiste duramente raggiunte. Durante il liberismo, l’esercizio del voto fu elitario, esclusivo e limitante: il voto sul censo, basato sulla proprietà e/o sulle imposte dominò il secolo XIX.

Nel Brasile-Impero si escludevano i negri schiavi, gli indigeni, le donne, i poveri, insomma, la maggioranza soprafatta della popolazione – situazione che si è prolungata per le prime decadi del secolo XX. Va da sé che tutti costoro non poterono essere definiti "cittadini indipendenti", come pensavano Locke e Kant, lo era esclusivamente l’oligarchia fondiaria.

Le lotte sociali per il diritto alla sindacalizzazione, al partito politico e alla universalizzazione del voto procedevano assieme alle lotte per la ore lavorative giornaliere e le condizioni di lavoro in genere.

Il socialismo e la critica della rappresentanza.
Le nuove contraddizioni, i nuovi conflitti, le nuove relazioni di classe produssero nuovi concetti politico-ideologici sia di concezione del mondo sia delle relazioni tra la Società e lo Stato. Al pari delle rivendicazioni e conquiste sociali si sviluppò una nuova idea nel mondo: il pensiero socialista.

Questo pensiero non è stato univoco, ma nella concezione marxista fa la critica al concetto liberale, affermando -in forma schematica- il carattere di classe dello Stato, la sua relazione e subordinazione agli interessi predominanti nella società nella sfera della produzione.

L’uguaglianza dello Stato di Diritto non oltrepassa l’uguaglianza giuridica del cittadino e solo tenta di nascondere l’enorme diseguaglianza presente nella società civile in funzione della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Eccetto la condizione insostituibile che il socialismo richiede per il superamento della società di classi, ossia della fine della proprietà privata, il marxismo non sviluppò una concezione dello stato socialista, nel senso di teorizzare delle nuove istituzioni e su come sarebbero basate le relazioni politiche nella nuova società.

Furono esperienze concrete come quella brillante della Comune di Parigi (1871) e poi della Rivoluzione russa (1917) che permisero le sistematizzazioni teoriche e permisero anche le proposte che ripresero il problema della rappresentanza politica e della delegazione del potere.

La brevissima vita della Comune, soffocata dopo poco meno di due mesi, non permise alle classi popolari che la promossero, sviluppare un nuovo tipo di Stato. Ma già cercarono, almeno, di costruire nuove relazioni politiche dove predominavano criteri per diminuire le deleghe del potere, ampliare la revocabilità dei mandati, smantellare le forze armate sostituendole da cittadini armati e diminuire le differenze di stipendio tra dipendenti pubblici, controllando di non creare privilegi e favorire burocrazie.

La vittoria della Rivoluzione russa inaugurò una nuova tappa nella storia dell’umanità; essa si propugnava di costruire le relazioni politiche di un nuovo Stato, la cui grande pretesa e obiettivo era, anche, auto estinguersi assieme alla fine della società di classi.

Il governo basato in consigli (soviet) -che riprendeva il vecchio tema della delega del potere- si propugnava di superare la mera eguaglianza giuridica e la distanza del potere dalla maggioranza della popolazione. Attraverso i soviet desiderava fondere in un’unica persona il produttore e il legislatore.

L’esperienza sovietica non sopravvisse alla guerra civile e al processo di autoritarismo e burocratizzazione che prevalse nella lotta interna in Unione Sovietica. Il partito unico e l’identificazione di questo con lo Stato centralizzatore e di tutto il potere, allontanò la possibilità della fortificazione dell’autogestione, dell’autoorganizzazione e del controllo democratico su uno Stato pianificatore solo "delle cose" e non uno strumento di dominio di classe , "della gente".

Il "socialismo reale" dell’Est europeo e della Cina e dei loro seguaci minori, soffocarono questo dibattito nel mondo della sinistra nel corso del secolo e il lungo predominio delle esperienze social-democratiche, o delle democrazie borghesi liberali, consolidarono la democrazia rappresentativa come apice dello sviluppo politico dell’umanità.

Il loro lustro fu offuscato, certamente, dal rosario di dittature militari e di autoritarismo populista che si succedettero in America, Africa e Asia. La stessa Europa non rimase incolume, confermando che il secolo XX ancora non era il secolo della civilizzazione.

Nelle ultime decadi, il fine della "guerra fredda", il collasso delle esperienze dell’Est europeo e il fallimento della "dottrina della sicurezza nazionale" in America Latina, consolidarono la democrazia rappresentativa in un grande numero di paesi. Nei casi in cui si sostituirono alle dittature, esse costituirono importanza nelle conquiste politiche di queste società.

La crisi della legittimità del sistema di rappresentanza.
È innegabile, oggi, che nella maggioranza dei paesi della democrazia liberale, il sistema di rappresentanza vive un processo di crisi di legittimità, che si esprime nell’astensione elettorale, nell’apatia e nella non partecipazione politico-sociale e nei bassi indici di adesione ai partiti.

Le cause variano tra i diversi paesi, ma si può affermare che i principali risiedono:
-nel processo di burocratizzazione e nel carattere autoritario delle amministrazioni e parlamenti;
-nella mancanza di controllo degli elettori e/o del partito sugli eletti;
-nei sistemi elettorali che distorgono la rappresentanza, frodando la volontà popolare, attraverso dei meccanismi distrettuali e/o sbarramenti che ostacolano i partiti minori;
-nei cambi di schieramento senza perdita di mandato;
-nell’incapacità di questi sistemi di garantire la riproduzione del capitalismo con legittimità di fronte all’evidenza che quest’ultimo è riproduttore di diseguaglianza e di sfruttamento sociale.

La nostra esperienza di democrazia partecipativa.
È in questo quadro che la nostra esperienza di undici anni di democrazia partecipativa, a Porto Alegre, acquisisce senso e importanza. Senza disconoscere i limiti delle esperienze locali, anche la nostra esperienza pratica deve essere inserita in un progetto maggiore, che pensa il paese dentro una nuova concezione di mondo, non si esaurisce con l’incrociare le braccia e aspettare che tutti i problemi teorici e strategici vengano risposti dal potere attuale. Alla fine, come dice Eduardo Galeano, l’utopia, proprio quando sembra allontanarsi ha come funzione di obbligarci a camminare per raggiungerla.

In questa ultima decade, abbiamo costruito, governo e movimento popolare, una ricca esperienza partecipativa. Essa ha il suo centro nel Bilancio pubblico, l’elemento più importante, ma non l’unico, in una gestione municipale. Certamente il grado di comprensione e coscienza è differenziato tra i partecipanti, ma chi vive questa pratica difficilmente non acquisisce altra visione dello Stato, del suo funzionamento e del suo carattere. Quello che importa, però, dal nostro punto di vista è che nella pratica sviluppata risaltano esperienze che compongono o hanno la potenzialità di comporre un progetto maggiore in cui venga ripreso il vecchio dilemma di come costruire e garantire una democrazia coscientizzatrice e trasformatrice di se stessa.

Non pretendo riprendere la dinamica e i meccanismi di funzionamento di questa esperienza.
Le sue commissioni regionali e tematiche, la sua organizzazione a partire da un Regolamento Interno prodotto dai partecipanti e che si perfeziona lungo la decade del 90, sono stati oggetto dei primi incontri di questo seminario. Il nostro obiettivo, in questo momento è tentare di chiudere l’anello di una esperienza completa con questo dibattito teorico storico sulla democariza rappresentantiva e partecipativa.

Un metodo di attuazione politica.
Per noi, questa questione è principalmente programmatica, costituendosi in una riflessione e in una pratica del campo politico democratico-popolare, che le forze e partiti socialisti pretendono di rappresentare. La questione democratica è centrale in qualsiasi processo di resistenza e superamento al neoliberismo imperante. La democrazia pertecipativa, per il suo potere mobilitante e coscientizzatore, permette ai cittadini di essere parte dello Stato, amministrarlo e stabilire un legame tra le questioni teorico-programmatiche e il metodo di costruzione di una esperienza di democrazia partecipativa nei suoi elementi costitutivi.

Così, le principali caratteristiche della nostra esperienza possono essere riassunte in alcuni aspetti suscettibili di servire come riferimento e metodo, indipendentemente dalla conoscenza insostituibile di ogni realtà, per altre esperienze.

La prima di esse è la partecipazione popolare, diretta o indiretta, come nel caso di Porto Alegre, come la partecipazione diretta nel Bilancio Partecipativo, regionale e tematico, che va in parallelo con una rete di consigli municipali formati da partecipanti di entità e associazioni che hanno influenza, anche forte, nelle politiche pubbliche.

La seconda caratteristica è la pratica diretta, l’azione insostituibile dei cittadini nelle riunioni, discussioni e momenti di conoscenza dei dati, perché le persone si appropriano degli elementi necessari per decidere, formano comissioni di controllo, di fiscalizzazione e hanno lo spazio per la riscossione e la critica. Quanto più ciò è fatto direttamente, senza delegare ad altri, siano essi leader comunitari, sindacali o altro, più o meno rapido sarà lo sviluppo della coscienza democratica.

La terza caratteristica è l’auto-organizzazione, espressa nell’auto regolamentazione costruita e decisa dagli stessi partecipanti in un sano esercizio di sovranità popolare che non resta sempre alla mercè di leggi e decreti decisi da altri. L’esperienza dell’autoregolamento è stata ricchissima, incorporando criteri che venivano dall’esercizio pratico, come per esempio, consiglieri con deleghe impositive e sostituzione e revoca dei mandati quando i consiglieri o supplenti abbandonano o non coprono le funzioni assunte.

Da questa forma, l’esperienza e il dibattito di partecipanti portò a stabilire anche che funzionari dell’aministrazione con incarichi di fiducia del governo non possono essere consiglieri.

Il regolamento ha incorporato, ugualmente, criteri di proporzionalità per quando la comunità non trova consenso e la disputa coinvolge vari candidati al ruolo di consigliere, e ha incorporato uno spirito di solidarietà nel momento di definire variabili (quali la densità di popolazione, carenza di strutture pubbliche) per rendere prioritari opere e servizi.

In conclusione, desidero riaffermare che la nostra esperienza non è una ricetta o un modello esportabile, ma una pratica che si somma ad altre e con le quali vogliamo dialogare e apprendere nella riccerca di nuovi cammini per le nostre comunità.

La nostra convinzione si fonda nel processo storico che ci insegna che non ci sono verità eterne e assolute nelle relazioni tra la società e lo Stato. Queste si fanno e si rifanno dal protagonismo degli esseri sociali. La ricerca di una democrazia sostanziale, partecipativa, retta da principi etici di libertà e uguaglianza sociale continua, essendo questa il nostro orizzonte storico e la nostra utopia per l’umanità. Grazie.

Raul Pont è sindaco di Porto Alegre (RS – BRASILE)
Discorso tenuto nel Seminario Internazionale sulla Democrazia Participativa, realizzato a Porto Alegre (BR) il 11/11/1999.
tratto da Biblioteca das Alternativas del Fórum Social Mundial 2001 (www.forumsocialmundial.org.br)
Nostra traduzione