La deriva dell’Università: una diagnosi e una proposta

Se si analizza l’attuazione della riforma universitaria si resta allibiti di fronte all’assurda proliferazione di corsi di laurea, siti decentrati, dottorati di ricerca, master di primo e secondo livello. 1) Se si analizza l’attuazione della riforma universitaria si resta allibiti di fronte all’assurda proliferazione di corsi di laurea, siti decentrati, dottorati di ricerca, master di primo e secondo livello. Non esiste nessuna vera programmazione, nessun luogo reale di confronto fra le diverse facoltà e i diversi dipartimenti, nessun vero tentativo di coordinamento interdisciplinare. Il decentramento si realizza seguendo spinte localistiche e spesso sulla base di sollecitazioni di interessi elettorali dei vari “notabili” e grandi elettori. La distribuzione dei fondi pubblici segue la linea della distribuzione a pioggia, il finanziamento dei dottorati non privilegia né la ricerca interdisciplinare, né la rilevanza scientifica del progetto.
Si potrebbe continuare con il quaderno delle doglianze gestionali fino all’uso dei fondi delle singole facoltà per il reclutamento precario di personale amministrativo ausiliario che ha dato vita a una vera e propria giungla retributiva e una gravissima disuguaglianza di trattamento sia per le modalità di accesso, sia per la durata dei rapporti.
Sul piano culturale, per indicare appena l’altro profilo drammaticamente carente dell’Università in generale, non esiste alcun progetto che individui il ruolo della formazione universitaria nella costruzione di una classe dirigente degna di questo nome.
Mentre si discute dei mutamenti epocali che il nuovo millennio ha registrato in ogni campo, e della necessità di aggiornare istituzioni e categorie interpretative, nell’Università italiana si mantengono chiusure disciplinari che sclerotizzano i saperi e le competenze come se fossimo fermi ai modelli ottocenteschi.
Solo per fare qualche esempio comprensibile anche dai lettori non addetti ai lavori: non c’è in quasi nessuna delle facoltà un insegnamento intitolato alle “Istituzioni della globalizzazione” (che non è, come è ovvio, solo mercato mondiale) e non c’è un insegnamento di “Teorie e sistemi dell’Intelligenza artificiale”, non c’è un insegnamento sulle nuove prospettive della Tecnoscienza nel campo della salute (che andrebbe studiato sotto il profilo giuridico, sociale ecc.).
In realtà, non è stato affrontato a livello di progetto culturale il rapporto fra nuove tecnologie, società e istituzioni che dovrebbe ridisegnare l’orizzonte dei diversi ambiti disciplinari, mentre sono aumentati smisuratamente i corsi di laurea, sono rimasti fermi i contenuti didattici e i piani di ricerca.
Vorrei ancora aggiungere in queste brevi note che la limitazione dei mandati per i Presidi e i Rettori non ha affatto favorito un’effettiva rotazione, ma ha costretto Presidi e Rettori a misurare le proprie iniziative e capacità sui problemi congiunturali, impedendo quel respiro progettuale che si richiede a ogni azione di governo, favorendo la linea dell’adattamento flessibile all’esistente, invece di spingere al coraggio dell’innovazione e della creazione.
L’Università è al collasso e il governo non è affatto all’altezza di questa grave crisi e per certi versi ne trae vantaggi per favorire indirettamente la privatizzazione dell’insegnamento. Tuttavia, non può esserci critica senza autocritica.

2) In un saggio intitolato Morte (e trasfigurazione) dell’Università del 1969 (Guida editori) Pietro Piovani scriveva: «Quando si sarà capito che l’Università è sgretolata per la disintegrazione del suo universo culturale e morale, per la totale modificazione del suo retroterra sociale, nessun accorgimento vale a rinviare sine die la costatazione estrema, che deve spingersi fino alla conclusione coerente: l’Università è finita. Multiversa, non può essere se stessa; può essere soltanto una residua unione amministrativamente sopravvivente, pro tempore.».
Perché Piovani formulava un giudizio così tragicamente pessimista? Perché la frantumazione dei saperi, la delocalizzazione (oggi si direbbe il “nomadismo” fisico e mentale) degli studenti e dei docenti, la proliferazione di livelli e specialismi aveva già da tempo cancellata la funzione storica dell’Università moderna (statal-nazionale): l’elaborazione di un sapere unificante capace di interpretare lo “spirito del tempo” incarnato nelle attività pratiche di uomini e donne e di contribuire così alla formazione dell’identità culturale e della coscienza civica delle classi dirigenti europei e dei diversi popoli.
L’Università di cui Piovani costatava la morte era stata “pensata” come ponte fra le singole professionalità, i mondi particolari del lavoro produttivo, e l’Universalità della condizione umana che prende forme e figure concrete nelle diverse epoche della Storia.
Piovani intuiva che era ormai andato in pezzi l’Universo che aveva tenuto insieme le grandi Narrazioni ottocentesche (e in parte novecentesche) e i percorsi nazionali verso la modernità dispiegata. La globalizzazione e la conseguente crisi degli stati nazionali ha reso oggi effettiva quella che allora sembrava una previsione catastrofica. Mentre a parole si elogiano universalismo e cosmopolitismo, nei fatti l’Università si è disintegrata nell’inseguimento dell’ultra-specializzazione e cioè nello studio dei dettagli a scapito di ogni visione delle connessioni, favorendo l’ottusità sociale e il corporativismo accademico.
Nella confusione generale che regna nel mondo dell’Istruzione e specie di quella superiore, una cosa è certa: Facoltà universitarie, dipartimenti, scuole di eccellenza, ecc. sono nella miglior delle ipotesi strumenti di difesa corporativa degli orti chiusi e sterili dei tradizionali campi disciplinari. Testimonianze patetiche di un fallimento culturale che non ha precedenti se si considera che mai nella storia del nostro paese il rapporto fra studenti iscritti al primo anno delle varie Facoltà e laureati è stato percentualmente così basso e se si pensa che la maggior parte degli stessi laureati è comparativamente agli anni 60 e 70 poco più che alfabetizzata, priva di memoria storica, dotata di un vocabolario poverissimo, infarcita di definizioni concettuali che per lo più non corrispondono a nulla del mondo che ci circonda.
I piani di studi e l’impianto concettuale della maggior parte degli insegnamenti ripropone, infatti, le categorie ottocentesche che hanno strutturato l’articolazione del sapere moderno e la distinzione dei diversi campi disciplinari. Anche la c.d. ricerca interdisciplinare si è riproposta per lo più di “sommare” la definizione giuridica di una qualche attività umana a quella sociologica o economica ecc. e viceversa. Si pensi, per esempio, alla fortuna del concetto di “mercato politico” che permette di unificare in una sola categoria la figura economica del mercato delle merci e quella giuridica dello scambio consensuale di vantaggi e svantaggi.
La contaminazione dei saperi alla quale bisognerebbe mirare è, invece, tutt’altra cosa che un mero assemblaggio di figure e concetti: essa dovrebbe tendere a costruire un approccio che ritrovando le nuove connessioni fra i dati dell’esperienza, anche quella che si dà nella vita quotidiana, riesca a declinare nuovi paradigmi interpretativi e a interrogare, contestualmente, le nuove parole che sono entrate nel linguaggio corrente per misurarne la potenza rappresentativa e le implicazioni “ideologiche” sempre più o meno esplicitamente presenti.
Prendiamo alcune di queste parole che oggi sono per molti versi in campo per descrivere il mondo contemporaneo: cyberspazio, bio-poliitca, biotecnologia, nanotecnologie.
Cyberspazio non è una parola più o meno esoterica con la quale si descrive il mondo di Internet e l’attività dei “navigatori” del “virtuale”. È, piuttosto, una nuova dimensione della percezione individuale e collettiva di “realtà immateriali”, che, tuttavia, non sono né pure fantasie, né fantasmatiche apparizioni in una sorta di spazio onirico collettivo.
Basti pensare all’ “impresa virtuale” che è una singolare intersezione di flussi informatici tali da consentire una cooperazione intelligente dei diversi “lavori” orientata alla produzione di merci, senza che ci sia alcuna vicinanza o comunanza di luogo.
Ci si potrebbe chiedere, ad esempio, come si configura la “sovranità giuridica” nello spazio virtuale se la sua caratteristica è proprio di essere uno spazio senza territorio. E già una simile domanda sovvertirebbe l’ordine del discorso attuale su sovranità e diritto che tanti volumi appena usciti trattano con dovizia di apparati bibliografici. Qual è il nomos dello spazio virtuale e che relazione intrattiene con i tradizionali nomoi della terra e del mare, che hanno strutturato un secolo di filosofia e scienza politica, di cultura giuridica e di dottrine economiche.
Per altro verso, è necessario chiedersi come si sarebbero potute sviluppare le bio-tecnologie se la rivoluzione informatica non avesse consentito di applicare le nuove teorie sul rapporto fra informazioni e vita delle cellule alla medicina molecolare sino a rendere possibile il trattamento delle informazioni che si ottengono dalla mappatura dei codici genetici.
Si tratta soltanto di “informazioni” tecno-scientifiche da aggiungere alle conoscenze “umanistiche” che abbiamo acquisito nel corso della civiltà o piuttosto si tratta di produrre una “nuova cultura” capace di ritrovare il “senso” di questa vera e propria metamorfosi dell’umano che rischia di sfuggire alla nostra capacità di comprensione.

3) Questa è la posta in gioco. Restare fermi ai saperi istituiti e ai loro statuti disciplinari e abbandonarsi all’inseguimento congiunturale dei frammenti di mondo che orami come asteroidi cadono sui nostri percorsi mentali. Oppure provare a intraprendere la strada difficile di cercare nuove sintesi, sia pure labili, provvisorie e revocabili, ma tali comunque da stimolare la riscoperta delle “connessioni” che, al di là di ogni possibile destrutturazione, tengono uniti i frammenti del mondo che vive sotto i nostri occhi.
Chiedersi, ad es., se lo spaventoso numero di decessi che ha colpito le grandi città europee, l’estate scorsa, abbia qualche legame, oltre che con fatti climatici inconsueti, con lo smantellamento del Welfare State e con il crollo delle strutture familiari? E chiedersi anche se il fatto che i dati mutano radicalmente quando si prendono in considerazione le aree meridionali, dove permangono ancora vincoli di solidarietà legati al vicinato e alla parentela, non sia da ascriversi a un diverso orientamento culturale che nelle zone più povere fa “percepire” la presenza degli anziani in modo assai diverso del Nord europeo.
Oltre lo spazio virtuale che unifica nelle reti gli abitanti del pianeta, ci sono, in realtà, spazi territoriali che continuano a definire identità e culture. Forse si sta producendo un nuovo “meticciato” che non è riducibile soltanto all’intersezione di globale e locale che con un brutto neologismo è detto “glocale”.
In questo strano mix di virtuale e reale emergono intanto nuovi ruoli e nuove professioni, in rapporto a nuove domande di “accesso” e a nuove domande di “coesione” e “produttività sociale”. Consulenti e dirigenti di progetti di integrazione, produttori di nuova socialità, esperti di gestioni innovative dei rapporti interpersonali, portatori di competenze istituzionali idonee a rendere effettivi diritti e leggi di tutela delle persone e dell’ambiente.
Il mondo che ci sta di fronte mette alla prova la lunga durata del tempo storico e l’accelerazione dei ritmi vitali, intreccia tradizioni depositate nei luoghi della vita e transizioni rapidissime verso spazi inediti e senza confini.
Per rispondere a questa sfida insieme ad alcuni colleghi di diverse facoltà (scienze politiche, lingue e letteratura comparata, giurisprudenza) abbiamo promosso l’istituzione di un Centro di ricerca e formazione finalizzata, denominato Centro Braudel, che facendo tesoro dell’esperienza del master su “Politiche sociali e culture mediterranee” e del dottorato sulla “Cittadinanza europea” promuova un nuovo polo di aggregazione.
La scelta di dare una connotazione geopolitica, il Mediterraneo, alla ricerca che si vuol promuovere a trecentosessanta gradi sui problemi che abbiamo appena accennato, nasce dalla convinzione che ogni nuovo inizio d’epoca (come quello che stiamo forse vivendo senza molta consapevolezza) obbliga sempre a un ritorno al punto da cui si sono prese le mosse e dove probabilmente i percorsi, che poi si sono diretti verso le più disparate regioni, si sono per un momento intrecciati sino a confondersi.
Oggi che Occidente e Oriente sembrano così lontani, nel Mediterraneo hanno conosciuto una straordinaria compromissione in un unico contesto e hanno sperimentato forme di conflittualità e di coesistenza che adesso appaiono inimmaginabili.
Master, dottorati, convegni, gruppi di studio saranno i campi dove questo progetto prenderà corpo se quanti vi aderiranno avranno la passione necessaria per superare le diffidenze e gli ostacoli che inevitabilmente si opporranno a questa sfida di rimescolare le “carte” per provare a elaborare una nuova mappa per orientarsi fra “vecchio” e “nuovo”.
Una sola conclusione: va ribadito che non ci può essere riforma senza un asse culturale che rimette al centro i problemi dell’uomo: come ha scritto Derrida, l’Università o è “umanistica”, nel senso che nella ricerca è in questione sempre l’identità umana, oppure non è niente.

Pubblicato da “La Sicilia”, concessoci dall’autore