La durezza dei cuori

di Giuseppe Stoppiglia

In questo clima oscuro di omertà e di ricatti ci sono giorni in cui si fatica a riprendere il cammino, e notti in cui ci si sveglia più volte, oppressi da un senso di inutilità e di smarrimento, con la netta percezione di non riuscire a tenere la rotta con la sola serenità della ragione.
Osservo con angoscia che stiamo vivendo, negli ultimi anni, una sorta di ritorno ad un cinismo crudele (rivolgersi ai sentimenti oscuri), al disprezzo dell'altro (il diverso visto e vissuto come l'opposto), alla fredda durezza del cuore.
Una durezza che fa spazio a rancori e risentimenti (quasi più nessuno ospita o visita un'altra persona come gesto gratuito).
Una durezza del pensiero che diventa ragione strumentale, potere ed appropriazione, una durezza del bisogno e dell'interesse, senza desiderio e senza sogno.
Siamo di fronte alla durezza dei confini culturali, in mezzo ad identità chiuse.
La situazione culturale, morale e religiosa si sta deteriorando, spesso fino
a perdere ogni sensatezza.
Lo spazio per una ricerca intellettuale, filosofica, scientifica, storica o artistica, ispirata a un reale spirito di verità, è diventato sempre più esiguo, a tutto vantaggio dello spirito di parte e del perseguimento del proprio utile, di potere o mercantile che sia.
Con raccapriccio possiamo constatare che, dalla caduta del muro di Berlino, un poco alla volta, si sta restituendo alla guerra la funzione regolatrice dei rapporti di forza.
Se non si è ancora arrivati a riconoscere alla guerra l'"onore" di un tempo, ci si sta, però, assuefacendo all'idea della sua "necessità", in nome di idealità ancora più astratte e fantomatiche di quelle per cui ci si è follemente battuti nella prima metà del Novecento.
"Sembra di vivere in una 'normalità' sociale e culturale ipocrita e feroce – scrive il filosofo Roberto Mancini – per cui i poveri, i mendicanti, i lavavetri, gli stranieri, i rom, le prostitute, gli 'irregolarì di qualsiasi specie vanno perseguitati. Questa 'normalità' non combatte la povertà, ma combatte i poveri. Non combatte la marginalità, ma gli emarginati. Una 'normalità' che non coglie il valore
dei giovani, ne' quello dei vecchi, perché gli uni li affronta con la polizia, gli
altri li mette negli ospizi".
L'ipocrisia e un opportunismo viscerale sembrano essere gli elementi costitutivi della nostra società, dove l'egoismo è chiamato libertà, la distruzione della natura è chiamata progresso, la resa dell'uomo al denaro è chiamata società di mercato. Dove il singolo ha perso l'idea del limite ed interpreta la libertà come assenza dai legami di rapporti sociali ed affettivi. Vive il mito del creditore. Non sente, cioè, nessun debito verso la memoria e le vecchie generazioni. Rivendica solo diritti sul futuro, entrando in rapporto con gli altri solo attraverso calcoli razionali per
combinare l'utile reciproco.
Risultato? Una società senza amore che non è in grado di offrire radici alla politica come arte collettiva di tessere una convivenza giusta per tutti; una società fatta di discontinuità, di tante storie, ma non c'è una storia.
Anche la chiesa, in un momento così oscuro, manda segnali contrastanti, a
volte incomprensibili. La nostra chiesa sembra soffrire di emicrania, ma è solo un sintomo, dentro deve esserci qualcosa di malato, di grave, una crisi vera e temo lunga.
In una situazione culturale ed ecclesiale simile o si resta sgomenti, o si ha il coraggio di liberare l'anima.
Se l'anima si risveglia niente e nessuno riuscirà a soffocarla, perché la rivolta contro l'ipocrisia inizia per ciascuno dentro di sè.
Ho giurato a me stesso di non cedere alla depressione, e nemmeno alla rabbia per il trionfo attuale della menzogna e dell'intolleranza.
Se la crisi economica ha indotto i popoli benestanti a girare le spalle al futuro, peggio per loro! Nel passato troveranno soltanto la parte peggiore di se stessi!
Non è una consolazione, sarebbe troppo magra, ma è un modo per non pensarci e parlarne meno. Occorre resistere, e per resistere è necessaria anche la profezia.
I poveri non hanno, per ora, la tentazione di guardare indietro, e tanto meno di tornarci. Saranno loro a farci maturare.
Sotto una baracca inondata dalla pioggia, anche la crisi economica diventa lontanissima.
La Bibbia insegna che l'umanità va adagio ad imparare, ci vuole il suo tempo e potrebbe non essere questo il momento di chiedere di più.
Se in Italia amano Berlusconi sarà perché gli italiani si identificano più con i rozzi buffoni di corte che con il "civis" che noi immaginiamo e sogniamo.

scritto per la Newsletter "La nonviolenza è in cammino"