La famiglia

Cos'è la famiglia? a questa domanda risponde Mario Pollo mostrandone le molte sfaccettature e toglierndole i luoghi comuni di cui è stata ricoperta. La mia riflessione ruota intorno a due fuochi. Primo,  ribadire una concezione di cos’è la famiglia, perché viviamo in un’epoca culturale in cui l’oggetto famiglia è diventato multiforme e quindi spesso non ne conosciamo più molto bene i confini. Poi, all’interno di questo, analizzare le trasformazioni e gli influssi che la famiglia sta subendo soprattutto sul versante dei processi formativi delle nuove generazioni. E quindi quali sono i nodi critici su cui confrontarsi.

Ma partiamo dalla considerazione che la famiglia è un fenomeno di tipo universale, e per dire questo faccio una citazione da un grande antropologo, Levi Strauss:
   La vita familiare si presenta praticamente in tutte le società umane, anche in quelle i cui costumi sessuali ed educativi sono molto lontani dai nostri. Dopo aver affermato per circa 50 anni che la famiglia come la conoscono le società moderne non poteva che essere uno sviluppo recente, risultato di una lunga e lenta evoluzione, gli antropologi propendono oggi per una valutazione opposta, vale a dire che la famiglia, poggiando sull’unione durevole e socialmente accettata di un uomo, una donna e dei loro bambini, è un fenomeno universale presente in tutte le società.

   Ho voluto partire da questa citazione di Levi Strauss perché dà il punto del pensiero antropologico circa la famiglia, in contrasto a certe concezioni che tendono a dire che la famiglia non è un fenomeno universale così come la conosciamo, ma è legata a fattori culturali. C’è un rapporto stretto tra famiglia e cultura, famiglia e condizione umana.

Alcuni studiosi sostengono che l’essere umano è emerso alla vita cosciente e culturale quando ha scoperto il rapporto monogamico e la cura dei figli, quando il maschio ha abbandonato il costume che pare fosse tipico nell’era preistorica, che è un po’ come quello degli attuali primati. Se prendete ad esempio i gorilla solo il capobranco, il maschio dominante, si accoppia con tutte le femmine. Genera figli, ma nessun maschio ha una cura individuale dei figli, che sono curati dalle madri mentre i maschi curano la difesa, il nutrimento etc, ma sono funzioni collettive e non c’è un rapporto individuale. Alcuni studiosi ipotizzano che in epoche arcaiche anche l’uomo si comportasse da maschio dominante e che ci sia stato un momento della storia in cui ha cominciato ad avere un rapporto con una sola donna e a prendersi cura non di tutti i figli ma dei figli che generava. In quel momento gli studiosi ipotizzano la nascita della cultura, la nascita quindi del processo di umanizzazione. Quindi nel momento in cui si costituisce quella che Levi Strauss chiama la “famiglia universale” inizia il processo di umanizzazione. E’ il motivo per cui si tende a dire che la famiglia è il luogo fondamentale dell’umanizzazione. Ma proprio perché avviene questo processo, la famiglia può essere anche il luogo della disumanizzazione, perché, come ogni luogo umano, può produrre molto bene ma può produrre simmetricamente anche molto male. Quindi non è detto che basta che esista la famiglia in quanto tale perché avvenga il processo di umanizzazione. L’umanizzazione avviene se c’è la famiglia e se sono presenti delle condizioni particolari che vedremo.

Un altro elemento che caratterizza la famiglia e la rende, a partire dalla riflessione di Aristotele, il mattone fondamentale della società, è il fatto che crea tra le persone delle alleanze di là dei vincoli di sangue: infatti per fare una famiglia servono almeno due persone e i due che la formano debbono provenire da famiglie non consanguinee (il tabù dell’incesto tra l’altro è uno dei tabù fondamentali nella formazione della civiltà umana), inoltre si pretende che dai due se ne formi una terza. Ciò indica che la famiglia  richiede un’alleanza sociale che prescinde dal legame di sangue. Questo è un altro dei motivi per cui la famiglia viene considerata l’elemento costitutivo del sociale, perché allarga rispetto agli altri mammiferi dai vincoli di sangue per formare nuove alleanze.

Poi è chiaro che queste alleanze hanno subìto nella storia delle trasformazioni, perché fino a prima della modernità queste alleanze erano per la conservazione del patrimonio etc. In epoca moderna nasce il sentimento d’amore, il matrimonio romantico comincia solo nel settecento, prima matrimonio e amore non c’entravano, ci si sposava per altri motivi, erano le famiglie che sceglievano per i figli quando ancora erano in tenera età. Solo dal ‘700 in avanti comincia a comparire il matrimonio romantico d’amore, fino ad arrivare all’epoca postmoderna attuale in cui più che l’amore tende ad essere dominante, secondo gli studiosi, la componente di carattere sessuale.

   Detto questo, quali sono le funzioni della famiglia perché sia un luogo di umanizzazione? La prima funzione è l’inserimento delle nuove generazioni nella nootemporalità (dal greco nous, che indica il tempo della coscienza e della conoscenza). Cos’è la nootemporalità? E’ quella capacità di vivere il tempo che è tipica dell’essere umano cosciente per cui l’uomo percepisce il presente in rapporto a un passato anche remoto e a un futuro non  prossimo, e la capacità di legare il presente il passato e il futuro, e di percepire la propria vita come storia. Quindi di legare i vari momenti della vita in un intreccio dotato di senso, in cui ciò che accade nel presente è legato a ciò che è accaduto ed è legato a ciò che accadrà. Quindi percepisce  la propria vita non come un rosario di presenti, ma una storia dotata di senso unitario. L’inserimento nella nootemporalità è uno degli elementi caratteristici della famiglia, perché in essa il bambino entra in contatto con generazioni diverse e soprattutto entra in contatto con la mortalità. Un grande studioso della cultura ottomana, Freizer, sostiene che l’uomo è emerso alla nootemporalità  quando è diventato consapevole della propria mortalità. Heidegger diceva che la maturità dell’uomo avviene quando passa dal “si muore” all’ “io muoio”, cioè da una consapevolezza generica della mortalità ad una consapevolezza della tua personale mortalità. In una famiglia il bambino sperimenta questo con i nonni, ma oggi ci sono famiglie che nascondono i nonni ai bambini e addirittura non li portano al funerale pensando di far cosa utile ai bambini. Ma invece sbagliano, contribuiscono alla crisi della nootemporalità che attraversa la nostra cultura sociale. Perché in questa fase storica viviamo una società che tende ad abolire la dimensione nootemporale, tendiamo a vivere un tempo che è spazializzato, cioè un tempo in cui i vari istanti della propria vita stanno uno accanto all’altro ma non si legano a formare una storia; si forma una specie di mosaico in cui uno sta accanto all’altro per cui io vivo questo momento, poi ne vivo un altro, ma i due momenti non si legano, rimangono staccati. E questo cosa comporta? Che la tua vita non è unitaria, tu vivi vari momenti della tua vita come diversi per cui io posso anche in un momento della mia vita comportarmi ed agire in un certo modo, e in un altro in un modo completamente diverso, senza che  questo metta in crisi profonda me stesso e il mio modo di essere. Ora noi viviamo all’interno di questo tempo spazializzato. Una volta magari si esagerava in senso opposto; io ho fatto le scuole medie dai salesiani e una volta al mese mi facevano fare gli esercizi di “buona morte”, e da chierichetto non so a quante benedizioni di salme ho assistito; oggi siamo all’esagerazione opposta, alla rimozione.

La famiglia ha per primo elemento la funzione di inserire il ragazzo in una storia, in una memoria familiare, in un rapporto con generazioni diverse e anche in un progetto verso il futuro. La seconda funzione che la famiglia deve svolgere, è che la famiglia deve soddisfare il bisogno di sicurezza psicologica, il bisogno di stare insieme, il bisogno sessuale e di procreare. La famiglia ha anche un nucleo di bisogni a cui deve rispondere. Il bisogno di sicurezza è un bisogno di protezione. Quando il bambino va all’asilo e avviene il momento della separazione, quando la mamma gli dice che ritorna, richiede una fede, richiede che il bambino creda in questo, nel fatto che la famiglia gli dà una protezione profonda e quando scompare l’oggetto l’oggetto ritorna. Come le reazioni che Freud notava sul suo nipotino quando lanciava il rocchetto facendolo scomparire e poi lo richiamava facendolo ricomparire. Così gli oggetti componenti una famiglia scompaiono ma poi ricompaiono. Questo è uno degli elementi fondamentali della sicurezza attraverso l’esperienza dell’attaccamento. Quell’attaccamento sicuro che garantisce poi al bambino di potersi staccare per esplorare il mondo anche se non ha presenti le persone che lo garantiscono. E’ un rapporto fondamentale e, se manca, il bambino rischia anche di non sopravvivere, come succedeva nella seconda guerra mondiale;  in molti orfanotrofi del nord America e del Canada c’era una mortalità altissima nel primo anno di vita dovuta non a mancanza di cure, ma al fatto che non c’era nessuno che avesse un rapporto corporeo con questi bambini e che quindi favorisse questa relazione di attaccamento. Il  corpo delle persone, della madre e anche del padre, che si prendono cura di lui,  è uno degli elementi costitutivi, che il bambino deve sentire.   

Poi la famiglia è il luogo in cui le nuove generazioni si costruiscono un futuro. Noi attribuiamo un senso agli oggetti e alle cose che facciamo attraverso le relazioni che viviamo all’interno della famiglia. Con un certo oggetto la nostra relazione assume un significato, perché questo significato lo abbiamo elaborato all’interno dell’esperienza familiare. Questo diventa la nostra premessa, il nostro a-priori che sarà poi alla base del nostro modo di dare significato in tutta la vita. Nel nostro modo di dar significato, ci sono alla base questi mondi che abbiamo appreso negli anni. E noi creiamo il nostro mondo. Più invecchio più mi accorgo di certe cose che appartengono a un certo mio modo di pormi rispetto alla realtà, le riscontro nella mia memoria.
Mi ricorderò sempre un’esperienza mia personale: da piccolo durante la guerra un gruppo di soldati tedeschi si era installato da noi,   e ogni tanto sparavano a una delle nostre galline nell’aia e la portavano a mia madre o a mia nonna che doveva cucinarla. Io ero in fasce, e quindi non potevo capire. Ma da ragazzo poi, al primo anno di università, dovevo scegliere una lingua. Il francese lo conoscevo perché sono praticamente francofono, l’inglese lo avevo studiato al liceo, allora mi ero detto “faccio tedesco!”. Vado alla prima lezione, e sono uscito con i sudori freddi. Forse c’era qualche legame, perché da bambino percepisci l’ansietà della mamma etc. Comunque il nostro mondo, il nostro modo di attribuire il senso lo costruiamo nella famiglia, che diventa il luogo in cui elaboriamo le premesse del senso del nostro agire.

   Nella famiglia moderna c’è poi anche un elemento che è una realizzazione più compiuta di sé stessi. Dico moderna perché nel passato la famiglia non garantiva una realizzazione più compiuta di sè, ma garantiva maggiormente l’inserimento della persona nella vita sociale, rendendo stabile il posto, che in qualche modo gli era preassegnato o comunque previsto. La realizzazione individuale del sé era molto meno presente. Secondo Poly Charmé gli adolescenti oggi non vivono più un rapporto edipico ma un rapporto di tipo narcisistico, che è diverso. In più non hanno il problema di rompere, di uccidere il padre, perché anche il loro opporsi al padre, dice Poly Charmé è ritenuto da loro legittimo perché è il padre stesso che gli chiede di essere se stessi e quindi di opporsi a ciò che loro non ritengono che non sia funzionale alla formazione di sé. Quindi lo stesso rapporto conflittuale è un rapporto che non prevede una rottura ma semplicemente un legittimo rapporto attraverso cui io posso liberare lo spazio per la costruzione di me stesso (cito queste cose dalla relazione che ha tenuto in questi giorni al convegno di Sarzano sulla mente creativa).

La famiglia ha oggi anche questa funzione : di realizzazione del sé, dell’individualità e della scoperta. Perché? Ogni processo educativo vive all’interno di un’antinomia; il processo educativo deve consentire da un lato la realizzazione individuale e dall’altro deve consentire la riproduzione della società. Queste due cose messe insieme diventano contraddittorie, perché se io perseguo la riproduzione rischio di perdere di vista la realizzazione individuale e viceversa. Ad esempio se stimolo tutti a tirar fuori le proprie capacità creative etc, chi farà più certi lavori che sono necessari alla vita? Già questo lo vediamo oggi con la crisi delle professioni tecnico-scientifiche a favore di quelle umanistiche. Il fenomeno è legato anche a questa deriva della realizzazione anziché della riproduzione. Nel passato l’equilibrio era spostato verso la riproduzione della società oggi è verso la realizzazione di sé.

Un’altra funzione della famiglia è di partecipare a tutte le dimensioni del sistema sociale, perché una delle sue funzioni è di consentire la partecipazioni della vita sociale.
Io da tempo sostengo che nel nostro paese è in atto un suicidio culturale. Perché una cultura sociale si riproduce solo se ci sono nuove generazioni che ereditano questa cultura e la svilupppano. Quando la natalità come in Italia è al di sotto della compensazione dei morti (anche se ciò è parzialmente ridotto dagli immigrati, a livello autoctono abbiamo forse il tasso di fecondità più basso del mondo) è un suicidio culturale perché se tu non riproduci la specie non riproduci la cultura. Mentre nei paesi dove la metà della popolazione è al di sotto dei trent’anni, lì hai una riproduzione che non è solo della specie ma anche della cultura. Non fare figli vuol dire che una cultura è nella sua fase di declino.

Se queste sono delle funzioni della famiglia vediamo quali sono i problemi presenti nella attuale. Il primo grosso fenomeno a cui assistiamo nella cultura di questa seconda modernità, o di modernità liquida, è quella che Baumann individua come la “liquefazione dei legami comunitari”. Il legame comunitario è quello che fa si che tu leghi il tuo personale progetto di vita con il progetto di vita delle altre persone che formano la comunità e all’interno di un progetto condiviso. Cioè è quel processo che fa si che il mio progetto, io lo negozio con i progetti degli altri per costruire un progetto comune, condiviso, dove il mio progetto non è funzionale solo a me ma anche alla comunità. Per far questo dovrò aggiustare il mio progetto per renderlo compatibile con quello comunitario. Ora il legame comunitario è quello che garantisce questo processo. Baumann sostiene che in questa seconda fase della modernità questo legame si sta liquefacendo. Non ci sono più progetti comunitari ma individuali. Anzi, a ogni persona è attribuito l’onere di realizzare compiutamente da sola il progetto individuale. Non essendoci dimensione comunitaria ogni persona è l’unica responsabile del successo o del fallimento del proprio personale progetto di vita. Il progetto riesce se sei bravo, se fallisce è colpa tua.

Facciamo un esempio concreto; se una volta un ragazzo andava male a scuola, una delle cause prime che si andava a cercare era la famiglia d’origine del ragazzo e lo stato sociale in cui viveva perché si riteneva che il risultato scolastico fosse legato al capitale culturale del contesto sociale di provenienza del ragazzo. Quindi il fallimento scolastico era imputabile al capitale di provenienza. Il fallimento non era imputabile a lui, ma a una scuola che tratta come portatori di capitali culturali uguali dei ragazzi che sono portatori di capitali culturali diversi. Oggi questo modello non è più applicabile perché si dice che se un ragazzo va male il resto non c’entra niente, la responsabilità è sua. Questo è un elemento perverso, perché nessun essere umano è in grado di realizzare compiutamente la propria umanità da solo. Noi possiamo realizzare compiutamente noi stessi solo attraverso la relazione con l’altro, solo così noi costruiamo noi stessi. Senza l’altro da me, non posso realizzare compiutamente il mio io, la mia individualità, e questo dentro di noi lo sappiamo. Allora se tu vivi in una realtà culturale che dice “no, ti devi realizzare da solo”… tu senti di non avere le risorse per farlo e questo ti mette in crisi. Ecco allora le derive che poi avvengono, del narcisismo e di tutte quelle affermazioni di sé contro gli altri, che sono l’effetto di questa liquefazione dei legami comunitari che investe anche la famiglia.

   Oggi abbiamo molte famiglie che, come dice il sociologo tedesco Beck, sono diventate “famiglie zombie”. Si tratta di famiglie che non hanno più un progetto condiviso ma che sono solo un contenitore di progetti individuali. Non so se avete visto quel film di Muccino di qualche anno fa Ricordati di me. Lì viene rappresentata una classica famiglia zombie. Il padre ha un suo progetto, la madre ne ha un altro, il figlio un altro ancora. Ognuno persegue il proprio progetto di vita, manca un progetto condiviso e al massimo c’è un’intimità del tipo “io ti racconto il mio progetto, tu il tuo, ci consoliamo, ci diamo pacche sulle spalle per i problemi che incontriamo, ma finito questo scambio ognuno rimane solo con il proprio progetto”. Nella famiglia zombie non c’è costruzione di un progetto comune né un’assunzione di responsabilità nei confronti del progetto dell’altro, ma è un contenitore di progetti individuali. Beck fa un esempio, dice: “immaginate oggi un nonno o una nonna che vogliano dire la loro sull’educazione dei nipoti?” Secondo voi è legittima, ha qualche chance, una pretesa simile? A livello dominante certamente no, anche se ci sono delle eccezioni. Anzi, molto spesso non viene ritenuto legittimo l’intervento dei genitori sui figli adolescenti. Ricordo una tavola rotonda a Roma, dove con me c’era uno psicoterapeuta che contestava la mia affermazione per cui i genitori davanti a delle scelte degli adolescenti devono intervenire e avere un atteggiamento di contenimento. Gli ho risposto che il non intervento dei genitori  aumentava la clientela allo psicoterapeuta!

 
   Scherzi a parte, non viene riconosciuto un progetto condiviso che vada al di là delle singole generazioni. Questo individualismo avviene all’interno di sistemi sociali che sono estremamente rigidi e poco modificabili. Il paradosso dell’attuale situazione è che abbiamo individui apparentemente liberi, con una libertà mai goduta nel passato, però  che agiscono all’interno di sistemi sociali rigidi e poco modificabili. Si verifica quella che io chiamo “la libertà dell’elettrone”. A me colpiva, quando studiavo fisica, l’elettrone la cui orbita era poco prevedibile e se poi era osservata diventava del tutto imprevedibile. Però tutta questa sua libertà era funzionale a che cosa, al fatto che contribuiva al comportamento dell’atomo e il comportamento dell’atomo è altamente prevedibile. Per cui la sui imprevedibilità individuale era comunque funzionale alla prevedibilità dell’atomo di cui faceva parte. E così avviene che noi abbiamo comportamenti individuali sempre più imprevedibili ma che contribuiscono a dei sistemi sociali che diventano sempre più prevedibili. Infatti i ricercatori oggi affermano che mentre il comportamento individuale diventa sempre meno prevedibile, il comportamento dei sistemi sociali sta diventando sempre più prevedibile. E questo cosa significa? La perdita della fiducia che il tuo agire possa avere un rilievo sul sistema sociale. Questo si  manifesta nelle nuove generazioni con una crisi profonda nei confronti del futuro. Mi ha colpito una ricerca sul rapporto degli adolescenti con il tempo perché la stragrande maggioranza dei giovani pensa che il futuro non sia nelle loro mani. Che il loro agire nel presente non era in grado di cambiare il futuro della società e del mondo. A me colpiva che la maggior parte di loro avesse dei bei sogni pieni di ideale ma non ideologici e anche realizzabili… e poi cosa fai per tradurre e realizzare questi sogni? Niente. E perché non fai niente? Perché tanto qualsiasi cosa che io faccia non cambia, perché il futuro del mondo è nelle mani dei “poteri” che sono al di sopra di me e della mia testa. Per cui tanto vale vivere il presente godendo quello che mi offre tenendo i miei sogni chiusi a chiave nel cassetto. Questo è drammatico. Il 100% di loro era convinto che i problemi della fame nel mondo non sarebbe mai stato risolto. Che questo lo dica un uomo vecchio come me il cui unico futuro è il suo passato… ma ragazzi di 16/17 anni mi lascia perplesso, indica che noi abbiamo privato di questa trasformazione del futuro le nuove generazioni. Altro che il disegno prometeico di costruire il futuro e avere una prospettiva creativa nei confronti del futuro che arriva! E’ dire “vivo, ma non sono in grado di progettare”.

L’unico progetto di futuro riguarda cose solite come fare una famiglia, trovare un lavoro che possibilmente piace e fa guadagnare bene, una bella casa e cose del genere e  tutto rimane chiuso dentro questi orizzonti. Questo  è uno dei prodotti legati all’individualismo che è presente dove nessuno da solo sa di poter cambiare. Allora noi viviamo in questa situazione di sistemi sociali rigidi in cui c’è un’apparente libertà individuale, ma una libertà che non è in grado di modificare e di essere funzionale ai sistemi sociali cui apparteniamo. E la famiglia tende a riprodurre questo nel momento in cui non è più un progetto, una comunità, ma diventa semplicemente un contenitore di progetti individuali che sono in equilibrio l’uno con l’altro e in cui soprattutto spinge le nuove generazioni a un’affermazione individuale, narcisistica, di sé e della propria vita. E questa è una delle situazioni con cui oggi la famiglia si trova a fare i conti e che rischia di mandarla in crisi.

Un altro elemento che la famiglia deve fronteggiare oggi è un altro fenomeno tipico della modernità: liquefare tutto ciò che ha a che fare e resiste al trascorrere del tempo. La modernità aveva come suo obiettivo centrale quello di  riprodurre nella cultura  sociale la razionalità economica, il calcolo. Uno degli obiettivi della modernità era che diventasse dominante nelle logiche sociali il calcolo strumentale, economico. Ed è un obiettivo che è stato raggiunto pienamente. Oggi non c’è nessuna valutazione che non sia di tipo economico. Per qualsiasi cosa, non è l’utilità che vale, ma il calcolo economico. Anche riguardo al metter su famiglia, oggi, due ragazzi lo fanno solo quando hanno raggiunto tutta una serie di gadget di certezze, dal lavoro alla casa con l’aiuto dei genitori. I miei dicevano che quando si erano sposati “avevano messo insieme la fame con la sete”. Cominciava da quel momento la costruzione di una sicurezza, in quell’avventura a due. Ma non aspettavi la sicurezza per partire. Oggi noi stessi genitori se i figli vogliono partire in un’avventura a due senza sicurezze, diciamo “vade retro Satana!” (Che significa, guai a voi, siete matti n.d.r.), perché la cosa ci sconvolge profondamente. Ma non era così già due generazioni fa. Perché? E’ oggi questa cultura della centralità del calcolo economico che attraversa tutta la vita sociale. Ma per raggiungere questo obiettivo la modernità aveva bisogno di liquefare (sciogliere) tutto ciò che resiste al tempo. Quindi le tradizioni, la memoria, il sacro, tutto ciò che resiste al tempo doveva essere liquefatto (eliminato). Ciò avvenuto attraverso la creazione distruttrice o la distruzione creativa.

Facciamo un esempio economico; c’è un’azienda che funziona bene, fa un buon prodotto con utili adeguati e di colpo quest’azienda viene presa, ristrutturata, riorganizzata, magari facendo un prodotto peggiore con minor redditività, e ci si chiede perché viene fatto questo; e la risposta è che se un’azienda non cambia,  il mercato perde fiducia nei suoi confronti. Cioè il cambiamento per il cambiamento è il leit-motiv, ed è quindi una distruttività creatrice: distruggi per creare continuamente sulla distruzione. D’altronde a volte noi cambiamo delle cose non perché non funzionano, ma perché c’è un nuovo modello. E’ il cambiamento continuo che avviene, che ha messo in crisi tutto quello che ha che fare con il tempo. E ha messo in crisi quella che era l’identità di una storia familiare, che era il sentire di essere figli di una storia e dell’essere padri o madri di un’altra storia, e di avere degli elementi, soprattutto dei valori, da tramandare nel tempo. Con questo la famiglia si trova a dover fare i conti, e sottolineo a dover fare i conti, non dico che deve arrendersi.

Un altro degli elementi con cui deve fare i conti la famiglia è la complementarità del maschile e del femminile. E qui andiamo, sempre a livello arcaico, a me avevano spiegato che la totalità una persona la raggiunge solo nella relazione con l’altro genere. E c’era anche il bel detto platonico sulla sfera che era stata divisa nel maschio e nella femmina. La totalità era maschio e femmina insieme, in relazione. E questo significa che noi costruiamo una nostra totalità solo se il maschio fa spazio al femminile che è in lui e se la donna fa spazio al maschile che è il lei. Anzi, il modo di diventare adulti passa attraverso questo e così arriviamo ad essere persone complete. Ma per arrivare a fare questo noi dobbiamo aver sperimentato sia il genere nostro che l’altro complementare. Se ci manca questo, ci manca qualcosa.

Qualche anno fa un consultorio aveva presentato una ricerca fatta sugli adolescenti che si erano presentati e aveva come titolo: “Dottore, sono gay?” Era successo che molti adolescenti si presentavano, si sottoponevano a medici e psicologi che non riscontravano alcuna propensione all’omosessualità. Perché un ragazzo eterosessuale dal punto biologico e psichico ha il dubbio di essere omosessuale? Dove nasceva? La risposta che personalmente ho dato è che questi ragazzi maschi non avevano avuto alcun maschio con cui identificarsi. Vuoi perché cresciuti in una famiglia senza padre, o se c’era era altrove, ma anche perché l’istruzione oggi è femminile. Perché nelle elementari un maestro maschio e se c’è è tutelato dal wwf (come specie in estinzione n.d.r.), nelle medie la grande maggioranza sono donne, nelle secondarie superiori sono maggioritarie le donne, nell’università non ancora ma in compenso (per me che insegno psicologia all’Università)  è  raro che io veda in aula un maschio tra i banchi gremiti invece di donne.

 Tutti i lavori di cura educativa sono lavori educativi, abbandonati dai maschi. Quei ragazzi forse non hanno mai avuto figure maschili da amare od odiare. E la ragazza allo stesso modo non ha fatto esperienza dell’altra parte di sé e quindi la latitianza del maschio è un elemento critico. Che cosa porta questo, a ritenere il ruolo maschile e femminile come interscambiabili. Io continuo a pensare che ci sia qualcosa di specifico che caratterizza il maschile e il femminile. Venendo a mancare questa chiara dialettica dei ruoli… il padre che non è più depositario del canone culturale, dei valori e delle regole;  quando ero ragazzo bastava che mia madre dicesse “stasera lo dico a papà” per andare in crisi profonda. Il fatto che ciò non ci sia più, e che la madre sia costretta ad occuparsi anche di questi aspetti è un elemento di tipo critico che mette in crisi poi la riproduzione. C’è poi tutta un’altra serie di elementi, ma per evitare di uccidervi… diciamo che ho introdotto alcuni nodi e non ho completato il tutto. Ci sarebbero ancora tante cose, ma possiamo eventualmente poi chiarirle nel dibattito. Perché a questo punto secondo gli studi la curva della vostra attenzione ormai dovrebbe essere in cantina o giù di lì.