La felicità condivisa

apertura del convegno sulla felicità del 26-28 agosto 2005

Nella nostra epoca dove forse è troppo semplicistico dire che sono cadute le ideologie, mi sembra che oggi la nostra epoca sia meglio interpretata dalla categoria del "travaglio". Il titolo: "La felicità condivisa" parte dal fatto che Macondo ha come perno l’incontro, lo scambio, parole che usiamo spesso ma la parola "condivisione" non è così superficiale, così come "incontro".
Di quest’incontro sulla felicità ne parlavamo con amici un anno fa in un bar di Verona e mi ha fatto riflettere: io credo che, dalla caduta del Muro di Berlino del 1989, la fisionomia dell’uomo contemporaneo sia in cambiamento. Con questo intendo dire che io sono "figlio del secolo scorso", il secolo che ha seguito la Rivoluzione francese, che ha fondato i Sindacati in Europa ed una cultura che aveva come punto di riferimento due grandi parole: la Ragione e la Giustizia. Tutta l’età moderna, soprattutto dopo la Rivoluzione francese, ha riflettuto ed ha usato queste due grandi parole. A me sembra che la caduta del Muro di Berlino abbia segnato la fine della Modernità che, a mio parere, ha avuto la parola fine proprio con la guerra del Golfo del 1991, quando l’Occidente iniziò una guerra per avere il petrolio. Fu in quel momento che la modernità, con tutto quello che l’Occidente ha prodotto in termini di progresso, si è fermata. Infatti l’Occidente fa una guerra non per liberare le persone ma per avere un suo utile e, quindi, la modernità si esaurisce.
Due parole sono cominciate ad essere usate e cioè "felicità" e "libertà",(ma cominciavano già nell’intuito femminile perché alcune donne che hanno scritto le hanno ripetute più volte,e mi riferisco soprattutto a Anna Harendt e Simone Weil). In altri termini, "ragione" e "giustizia" stanno per essere sostituite, in questa nostra epoca, da queste due parole: "felicità" e "libertà". Nella nostra epoca dove forse è troppo semplicistico dire che sono cadute le ideologie, mi sembra che oggi la nostra epoca sia meglio interpretata dalla categoria del "travaglio". Il "travaglio", di solito, porta alla morte o alla nascita: il travaglio che porta alla morte e il travaglio che accompagna il parto e che porta alla nascita. Io credo che la nostra epoca – che è difficilissima da individuare e da analizzare – possa essere interpretata con questa categoria di lettura, che appunto è il "travaglio" e per questo proporrei di non usare più la parola "crisi" ma di usare il termine "travaglio" come prospettiva gioiosa di un parto e non come morte di qualcosa. Non ci sono però tentativi ideologici per poter andare a fondo di quest’aspetto.

Le parole che erano molto diffuse nella modernità, come ho detto, erano "giustizia" e "ragione": voi sapete che la Chiesa ha sempre combattuto la modernità e non ha mai smesso di combatterla. Per un motivo – non esplicitato – che era quello che "la libertà la dà Dio, la libertà la dà l’Autorità e l’Autorità la dà la Chiesa". Un uomo quando nasce è libero mentre, invece, la Chiesa dice che "la libertà la dà Dio, la Chiesa e l’Autorità": la cosa è molto semplicistica e dico questo per arrivare al discorso nel quale sto per addentrarmi.
Io dico queste cose perché la categoria del travaglio mi serve a precostituire il futuro; è più pertinente questa parola per capire il futuro. Dove andrà il futuro? Oggi, i ragazzi vivono in una dicotomia tra formazione logica e formazione emotiva. Galimberti ha citato il caso di quel ragazzo di Brescia che vive talmente solo e non entra in rapporto con gli altri e gli altri non entrano in rapporto con lui al punto che lui crede di vivere da solo e crede altresì che gli altri non lo osservino: il processo emotivo di quel ragazzo non è cresciuto. La prima reazione che ho avuto quando ho sentito cosa aveva combinato quel ragazzo, è stata quella di andarlo a trovare perché lui è prigioniero di questa rottura: la rottura emotiva non si è sviluppata, non è decollata. Ecco allora che chi non ha questo rapporto non pensa, non aspetta il futuro e, non avendo l’attesa del futuro, un ragazzo oggi consuma il presente e, quindi, non accetta il dolore dell’attesa. E’ l’attesa che, ad un certo momento, ti purifica e ti proietta nel futuro, che tu non conosci. Noi, invece, ai ragazzi parliamo sempre di "avvenire": ecco perché facciamo loro studiare le lingue, li facciamo viaggiare, ecc. e li prepariamo all’avvenire che, tuttavia, non è il futuro. Il futuro appartiene all’arcano, al mistero; il futuro è imprevedibile ed io lo costruisco; il futuro si manifesta se si creano i luoghi e le relazioni perché avvenga il futuro e non già perché lo si prepara. Il futuro non lo prepara nessuno: appartiene ad un mistero. La presunzione e l’arroganza della modernità è stata questa: "io mi autocostruisco l’io e la società tecnica e la società moderna costruisce il suo avvenire", senza parlare mai di futuro ed è precipitata. La società moderna ha avuto la presunzione e l’arroganza – ed ancora ce l’ha – di autocostruirsi l’io: io quando nasco, io quando sono a scuola, io quando sono a lavorare; tutto ruota intorno all’io mi faccio, io mi costruisco. Questa è arroganza! L’io si crea nella relazione con il tempo e con lo spazio, con le persone e nella relazione ed è anche quindi nel tempo che non controllo, che appunto è il futuro. Se, quindi, non controllo il rapporto con il tempo, non controllo il passato. Ditemi voi come fa un ragazzo di vent’anni a vivere senza passato e senza futuro! Non crea una sua identità interiore forte, perché non ha la possibilità di dire: "sono io che vivo e, vivendo dentro, proietto e creo il futuro"; senza futuro il giovane è debole e si lascia andare e quindi va all’acquisto delle "cose" e si accontenta delle "cose".

Mi chiedo questo: siamo un’epoca di mutamenti o siamo piuttosto un mutamento d’epoca? Si dice che questa è un’epoca di grandi mutamenti, di grandi rivolgimenti. Io direi, invece, che è un "mutamento d’epoca" che è avvenuto, l’ultima volta, quando è smesso il Medioevo ed è iniziata l’Età moderna. Questo significa che, per quattro o cinque secoli, nessuna generazione si è trovata ad essere contemporanea di un mutamento epocale come quello attuale perché, veramente, sta cambiando l’epoca. Noi ci troviamo ad essere contemporanei del proprio presente. Nessun uomo, nessuna donna, può essere contemporanea del proprio presente: solo i mistici e solo gli artisti riescono a fare questo; non c’è nessuno che può essere capace di capire e vivere e creare attraverso il presente. Ma dove sono gli artisti? Quindi questo è un periodo molto faticoso.
Io ho incominciato a pensare alla felicità, che non è un atto di volontà, un’indicazione morale, non è un sogno: la felicità o si costruisce oppure è una presa in giro. Noi stiamo passando quest’epoca in cui è difficile essere contemporanei e noi ascoltiamo: io ho detto che ascolto sempre dalla parte del debole per capire da che parte va la storia ma, in questo caso, come l’epoca moderna, nell’attuale situazione, massacra l’innocenza. Questo accade non solo in Burundi, in Sierra Leone o in Liberia, ma anche nei nostri asili: l’innocenza viene massacrata perché noi insegniamo ai bambini come si devono comportare. Noi non li educhiamo alla vita e questo dono che è la loro innocenza lo prendiamo per noi e insegniamo loro come devono vivere perché la vita del bambino – l’innocenza – è quella che è speculare per dire "dove va il futuro". Il futuro non lo sa il bambino ma non lo sa l’adulto e nemmeno il nonno e, quindi, non lo sa neanche la storia perché il futuro si concretizza con il bambino. Se io uccido l’innocenza del bambino, non avrà futuro. Se leggete Madrugada, io dico che bisognerebbe fondare una scuola (io vorrei fondarla ma non posso più fare) per bambini che non sono mai andati a scuola, che non sono stati rovinati dalla scuola. Tutto questo perché non si ascolta il bambino, non lo si educa ed, infatti, quando dico che vorrei piantare alberi e costruire altalene, intendo dire proprio che non ascoltiamo la felicità del bambino perché vogliamo insegnare a vivere attraverso dei modelli, delle indicazioni. Si potrebbe dire che sono fuori dalla storia. E’ vero: con la caduta del Muro di Berlino ci hanno tolto l’utopia, l’umanità ha perso il grande valore dell’utopia senza la quale si corre il rischio di crescere condannati e confinati ai valori del presente. Mi dite che sono valori del presente quando due terzi dell’umanità soffre la fame? Non ha istruzione? Togliendo l’utopia questi valori li conserviamo e sono il futuro? Tutto questo quando due terzi dell’umanità sta male! Questo mondo non va bene e, quindi, togliendo l’utopia hanno tolto la speranza (e non perché hanno tolto il comunismo o il socialismo ma perché hanno tolto l’utopia).

Io non voglio fare discussioni o riflessioni ma sto riflettendo con voi. Io mi firmo sempre con "tenerezza" perché l’aspetto emotivo e l’aspetto della carezza è stato abbandonato: perché? Perché dico che la donna deve avanzare? Lo dico perché la politica che è stata fatta e l’insegnamento che è stato impartito e la spiegazione del Vangelo che è stata fatta, è solo maschile. Tutto questo al di là delle eccezioni che ci sono o che ci sono state. La politica, oggi, è talmente fuori della relazione. Quando le donne nel ’68 con il femminismo dicevano "pubblico è privato" io non ha mai banalizzato questa frase come l’abbiamo banalizzata tutti all’inizio, quando l’abbiamo sentita. Poi mi sono detto: "ma queste donne allattano i bambini, li tengono in braccio e li fanno camminare; hanno poi rapporti con i figli, con i nonni e con gli zii" ma questo privato di relazione non è mai stato fatto politico. La politica è un’altra cosa: che cos’è? Quella gestita da Casini e da Fini: è questa la politica? Non gestiscono nemmeno il rapporti con i loro figli e con le loro figlie! La politica è l’assenza delle relazioni? E’ un progetto astratto che appartiene a chi? Forse al narcisismo maschile? All’egocentrismo maschile? Io ho in mente "il progetto": anche i sindacalisti hanno in mente il "progetto della giustizia" senza entrare in rapporto con la gente! La politica senza relazioni: si pensa di cambiare partiti, di cambiare statuti, di cambiare Costituzione; cambiateli pure ma quello che è da cambiare è che la centralità della politica deve diventare la relazione. E, su questo, la donna è in vantaggio perché lei vive le relazioni. La donna dà da mangiare ai bambini, li alimenta; il fatto dell’alimentazione sembra una cosa di poco conto ed invece… Sia chiaro che con questo ho aperto una piccola parentesi per dire che, quando si sente dire che "bisogna rifare il partito, la politica, la Costituzione, ecc." dobbiamo chiederci a quale fine, se quando tutto questo è stato fatto, non c’è la relazione: relazione marito e moglie che non funziona, relazione marito-moglie-figli che non funziona, relazioni tra scolari ed insegnanti che non funzionano, ecc. ma, poi si dice: "ma funzionano i trasporti!" A Londra funzionano i trasporti, la metropolitana funziona! Poi, ogni tanto, c’è un attentato, cade un aereo: non possono essere le relazioni che decidono la vita e, quindi, introdurre la politica. Ci sono i teorici che dicono "no", la politica è un’altra cosa; fatta da maschi o da donne che fanno il maschio, come i maschi! Anche su questo penso di essere un po’ fuori strada.

Ritorno alle parole "libertà" e "felicità". Oggi c’è la possibilità di intercettare delle domande che, prima, non emergevano. Se sei attento le intercetti, altrimenti non intercetti nulla ma ci sono delle domande molto confuse, che vanno interpretate e purificate. Si danno quindi delle risposte confuse. Io sono convinto che, ormai, le grandi questioni sono "a fior di pelle" nel senso che le sente anche la gente comune. Non è vero che appartengono soltanto ai filosofi ed teologi e, quindi, queste domande sono a livello "di pelle" della gente laureata e non laureata, diplomata e non diplomata, lavoratrice o disoccupata, pensionata, ecc. La gente si pone queste domande; magari è domanda di felicità o sono queste domande che avete espresso in questa maniera ma sono comunque domande; sono domande confuse e le risposte sono confuse.
Non vorrete dire che la vita di una donna sia quella di andare in fabbrica, tutti i giorni, a lavorare? C’è un "qualcos’altro" che non entra mai in funzione comunitaria ed in funzione così detta, "della politica"; tutto è sulle spalle sue. Questa è una domanda che io mi pongo e me la pongo perché per me è una speranza. La speranza non è la definizione di "un qualcosa che ho visto al supermercato e lo prendo". Mi viene in mente la frase, che è la famosa passeggiata socratica. A Socrate veniva chiesto: "Perché stai camminando?" I commercianti si affacciavano sulla porta delle loro botteghe e dicevano: "Ho questo prodotto, ho quest’altro" e lui rispondeva: "Sto osservando quante cose esistono, di cui non ho bisogno per essere felice!". Se io vado in un shopping center o in un supermercato, questo è un luogo ove posso "far finta che la mia realtà non esista", cioè c’è l’illusione di vivere in una società ideale in cui tutti i beni sono a portata di mano e nessuno è privato della possibilità di acquistarli. Infatti, non si vedono né folle di poveri, né di accattoni, né bambini di strada: lì tu sei nella disponibilità di comprarti tutto. Questa è la finzione: il supermercato. Poi, naturalmente, il ragazzo a cui chiedi l’educazione, a cui fai fare il percorso alla responsabilità, ti dice "eh no, io vado al supermercato e quella cosa che vedo mi piace e la voglio, la compro". La cultura del supermercato impedisce, avendo l’oggetto che dà risposta al desiderio; la responsabilità è altro e quindi il ragazzo viene educato all’acquisto dell’oggetto e noi siamo convinti che educare un giovane sia dai sedici ai vent’anni e non quando ha sette mesi, otto anni. Tutto questo come se il processo alla gratuità, all’alterità, non avvenga quando i bambini sono piccoli e sono lattanti.
Tentare di definire quella che deve essere la felicità nel nostro tempo è come vivere la gratuità ed affrontare l’impossibile: immagino che questo sia impossibile. Sono d’accordo con voi: non inganniamoci. L’impossibile è impossibile. Eppure, l’unica cosa che, in fondo, vale la pena di affrontare, è l’impossibile perché già le macchine fanno, molto meglio di noi, il possibile. L’unica cosa che va affrontata è l’impossibile. Quindi, tentare di definire quale deve essere la felicità, nel nostro tempo, è impossibile ed allora bisogna affrontare l’impossibile. Ecco perché, per me, la felicità è costruire la spiritualità.

Vi ho detto anche che il ventunesimo secolo, che è appena cominciato, è quello della spiritualità di cui la donna è l’attrice principale: se la donna entra in relazione crea, ammette e promuove la spiritualità e non in quanto "peccati che faccio non faccio per dire che dico e non dico": la spiritualità è "la capacità di ascoltare e di spogliarmi perché l’altro entra" e, proprio quando l’altro entra è tutto quello che avete detto è in pace con me stesso. Questa è la spiritualità che avviene se c’è una relazione gratuita e di questo ne è artefice la donna. La donna però non la vogliamo perché la spiritualità e la gratuità non le vogliamo far decollare: è molto più facile dividere gli uomini e le donne e, quindi, dividendoli, dando loro le cose, li posso anche governare meglio se hanno una spiritualità.
Marx diceva che "l’essere umano non ha mai risposto a domande che non si poneva". In altre parole, se l’essere umano non si pone delle domande, non dà delle risposte. Il paradosso della domanda: "Come essere felici" (che è l’impossibile) non si trova nella risposta ma nella domanda stessa. In altre parole, nella formulazione della domanda o nel sentire la necessità di questa felicità, allora, malgrado non sia capace di dare la risposta, la risposta avviene se si è capaci di farsi la domanda.
La crisi dei giovani è che i giovani non si fanno domande. Quando io ti chiedo perché non ti sposi (non ti dico in chiesa o in comune), tu mi dai delle risposte, ma io voglio che tu ti faccia la domanda. E’ in base alla domanda che tu ti fai che, allora, la risposta è tua. La domanda te la faccio io, te la fa tua mamma, gli amici, il prete! La domanda, invece, la devi fare tu. La stessa cosa è con la felicità. La risposta dipende dalla domanda che facciamo e, se non ci facciamo la domanda, la risposta non arriva mai. Questo è il tormento dei giovani oggi: non sanno farsi domande. Non banalizziamo però perché le domande non sono "come si fanno i bambini" o "come si fa l’amore": le domande sono quelle della vita, quelle profonde.
Noi dobbiamo partire dalla pratica, cioè dalla situazione reale e non fuggire e sognare: per fortuna si sta spegnendo questa passione di andare nel Terzo mondo a fare del bene. Tutto questo non perché non ci siano più i "terzomondisti", ma alcuni potrebbero scappare da qui perché fuggono da una sofferenza che lì è forse lenita. La sofferenza di fondo io devo affrontarla "qui" e solo allora comincio a capire "lì". Questo è il rapporto di Macondo con i Paesi del Sud del mondo e che non viene mai capito e ci viene fatta la domanda: "perché non fate progetti?" Ma che senso ha fare progetti? Il progetto della Sierra Leone lo fanno loro; Peter Konteh (fondatore del progetto microcamino 2000, che trovate anche nel nostr sito, ndr) lo fa con la sua gente ma, siccome lui non riesce ad avere un terreno di solidarietà a Milano, dove vive, vuol dire che i milanesi non si sono posti il problema di come vivere a Milano. Se si fossero posti il problema di come vivere a Milano e di come vivono i bambini a Milano, capirebbero come vivono i bambini in Sierra Leone e capirebbero che andrebbero aiutati a fare le scuole. Il massacro dei bambini di strada non lo si capisce se non perché ci si commuove di fronte al delitto sadico che c’è nei confronti dell’uccisione dei bambini di strada, ma è una commozione. Ma perché nessuno si commuove per come trattiamo i nostri bambini? Non ci si commuove perché la domanda non viene fatta a noi e noi tentiamo le risposte che sono, soprattutto, risposte per gli altri, per coloro che ci fanno soffrire. Questa è la separazione che i giovani vivono, che è terrificante. Infatti, il giovane che è solo e che vive la solitudine non fa la scelta della solitudine contemplativa o della solitudine dove lui elabora interiormente, ma è la separazione che ha chi ha il dolore dentro. Chi soffre ha il distacco dagli altri. Chi ha il dolore non sente gli altri; quando ha il dolore è separato dagli altri; se si vuole lenire il dolore ci deve essere il recupero del rapporto con gli altri. I ragazzi oggi soffrono questo! Sono separati ed hanno il dolore di cui non sono coscienti (e mi riferisco ai ragazzi di cinque, nove, undici, diciotto anni e non pensate soltanto ai diciottenni che si fanno le pere!). La sofferenza è l’unica cosa che separa dall’altro; il dolore separa dall’altro e la separazione che avviene è forte. Se un papà o una mamma non parlano con il loro figlio, c’è una separazione e c’è un dolore e bisogna toglierlo e lo si toglie nel momento in cui si elimina la separazione, anche quella fisica. Infatti, quando una persona è malata, è dipendente dall’altro e, se l’altro non c’è, la persona si tiene tutto il male. Quindi la solitudine non è altro che un qualcosa che genera sofferenza.

La felicità ha una propria caratteristica e cioè quella di espandersi. Allora "mi espando se accetto che l’altro mi venga incontro e non se io vado incontro all’altro"; la felicità avviene solo allorquando io vado incontro all’altro e lo abbraccio e non se io m’inchino solamente. Voi sapete la mia polemica con Teresa di Calcutta su questo: la felicità lei l’ha raggiunta perché ha donato ma quante suore, brave come lei, non sono state famose come lei, per questo dono che hanno dato di sé e si sono prese cura dell’altro? Io dico che la felicità è questo espandersi mentre l’altro mi viene incontro e, fino a quando l’altro non è umano, è tolto da me e non può muoversi perché non è nella dignità umana ed è nel dolore, non può venirmi incontro. Lo devo togliere da quello stato e, quindi, ecco l’espansione; viene l’acme nel momento dell’abbraccio, nel quale avviene la fusione con l’altro, la felicità. Una fusione che, magari, noi immaginiamo nell’acme, nel momento in cui si fa l’amore ma, invece, c’è questa felicità che raggiunge l’altro che mi viene incontro: la mamma che aspetta il bambino all’uscita dalla scuola; il bambino le va incontro ed altrettanto fa la mamma e quindi fanno l’espansione.
Chiudo qui. La felicità condivisa, questo espandersi. Supero la separazione, il dolore che provo. Io mi sono fatto una domanda: il Papa soffre perché la gente si trova in una determinata situazione; il Presidente della Repubblica soffre per questa o quella situazione. Ma che cosa soffre? Io non soffro! Qual è la sofferenza? La sofferenza è perché non posso abbracciarlo e perché l’altro non mi può venire incontro, altrimenti il concetto di sofferenza e di felicità è quantitativo. In altre parole, "io ti elimino la sofferenza e ti sottraggo alle informazioni, ecc.". Io dico ai miei superiori che io non soffro perché la Chiesa è poco frequentata nelle messe, ma soffro perché soffre l’umanità e, poiché l’umanità soffre, non si crea comunione, ossia quella comunione che è il Regno. La sofferenza viene dall’impedire l’abbraccio e quindi il concetto di felicità non è dire "sto bene io e l’altro non sta bene", ma "io sto bene nel momento in cui io mi espando ed espandendomi creo quest’armonia complessiva"; la felicità "pubblica o politica" potrebbe essere la base che anticipa, ma quella che veramente produce felicità è l’altra, quella che prevede la relazione. Se non c’è questa crescita assieme, c’è la delusione. I genitori dicono spesso: "ho fatto tanto per questo figlio e adesso guarda che delusione!". Tutto questo perché non si "è creato insieme", ma "ho detto io come mio figlio deve crescere e gli ho dato io il modello a mio figlio che non ha seguito il mio modello, come pensavo io" ed ecco la delusione! Se, invece, tu conduci questo percorso ma assieme al figlio, si è assieme a lui quando sbaglia ma anche quando fa bene ed ecco che allora non arriva la delusione. Il delirio di onnipotenza è che "tutto mi è concesso" ma mi è concesso tutto e sono comunque insoddisfatto perché non entro in quest’abbraccio. Il delirio "io posso, io conquisto, io faccio, ecc." è pericoloso. C’è stata una signora che ha messo a disposizione due miliardi per i bambini di strada in Brasile ed io le ho detto: "Guardi, signora, io dei suoi soldi non me ne faccio niente ed i bambini di strada rifiutano questa carità perché non hanno bisogno dei suoi due miliardi, ma hanno bisogno che lei si chini su di loro e vengano riconosciuti come bambini". E la signora mi dice: "Ma io costruisco loro un collegio, delle casette con delle animatrici, con dei genitori…" Ed io ho risposto: "Tutto questo nel suo cervello, signora; questi bambini non hanno pensato ad un asilo svizzero, non hanno pensato ad una mamma come l’ha immaginata lei; la mamma nasce con loro e vive con loro, cresce con loro. Se li tenga i suoi soldi!". Voi direte: ma come? Ed, infatti, la signora questi soldi non me li ha dati. Lei voleva costruire un suo oggetto dove lei rendeva felici i bambini; ma poi, siccome i bambini rubavano e spaccavano i rubinetti dell’asilo (come è successo in alcune parti del nord est brasiliano), tutti dicevano "ma che maleducati, che cattivi, bisogna intervenire, ecc.". Ecco che tu non vai incontro all’altro che ti viene incontro ma decidi tu come devi andare incontro all’altro e cosa devi fare!: così si fa con i figli e con le persone. Tutto questo per dire che "la felicità condivisa" non è quella che io immagino. Il futuro non lo conosco. Come sarà mio nipote Giacomo da grande non lo posso immaginare; io posso unicamente immaginare che a mio nipote sia tolto tutto ciò che gli impedisce di essere se stesso e quindi di entrare in relazione con loro ma se dico: "da bambino sarà così, da adolescente così e da grande così, ecc." non rispetto la sua crescita e quindi non creo, con lui, la felicità. Voi potete dirmi che io sono con la testa per aria e forse lo sono ma mi viene in mente un’immagine. Quando la Madonna si è incontrata con Elisabetta, il suo bambino è sobbalzato. Alcuni hanno parlato di "un brivido"; l’immagine bellissima della felicità: la visita di Maria a Elisabetta. Il "bimbo sobbalzava"; questa donna era piena di gioia ed il bambino è sobbalzato. Se io pretendo che il mio bambino sobbalzi perché sono contenta, diviene presunzione: gli preparo io la felicità a mio figlio! Questa è presunzione; invece l’attimo è dono, è grazia e noi cristiani usiamo questa parola "grazia"; è dono, dono gratuito e quindi genera felicità, ma non perché lo voglio io ma perché c’è. Ho parlato di "un periodo di speranza" non perché è una speranza intellettuale, o morale o volontaristica, ma io ho parlato di "travaglio – parto"; il parto porta vita e non crisi e questo travaglio che porta la vita è la speranza, ma deve avvenire e deve avvenire questo percorso. Quando ci sono delle coppie in crisi si mandano dallo psicoterapeuta il quale altro non fa che far loro vedere in faccia la realtà ma dopo si devono muovere loro. Lo psicoterapeuta può aiutare la coppia, o il giovane a "mettere a fuoco le cose", a rendergliele reali e vicine, al di fuori dell’immaginario e della nebulosità, ma poi devono essere il giovane a muoversi. Ma, chi lo muove? La conoscenza, l’abbraccio, l’incontro, l’attesa, ecc.
Io non so se vi ho parlato di felicità o di qualcos’altro perché interpretare la felicità, soltanto come soddisfazione – diceva Nietzsche – non è giusto. Questo è quanto diceva questo filosofo. Io dico che la felicità è la vita intera; quando io dico "condivisa" la dico con quest’immagine del bambino la cui mamma va a prenderlo all’asilo; il bambino è stato felice tutto il giorno giocando con i suoi amici ma quando vede la mamma e la mamma vede il bambino, si vanno incontro l’uno con l’altro: questa è l’immagine che io ho della felicità.

Convegno di Macondo sulla felicità, Asiago 26 27 28 agosto 2005