La felicità di-sperata

L’esperienza della felicità

Vivere all’uomo non basta. L’uomo vuole vivere pienamente. Vivere pienamente vuol dire vivere felici. La felicità secondo Leopardi, «non è che la perfezione, il compimento e il proprio stato della vita». L’esistenza non ci appare degna d’essere vissuta se non diventa il luogo e il tempo della felicità. Secondo Kant, rinunciare alla felicità sarebbe come rinunciare a vivere. E tuttavia la natura in sé felice si mostra spesso con il volto di matrigna e l’uomo, in cui il sentimento vitale è maggiore che negli altri esseri viventi, ci appare di questi il più infelice. Come è possibile ciò se la felicità coincide con la vita vissuta al suo livello più alto o più profondo (la strada in salita e la strada in discesa sono la stessa cosa)?

Agli uomini, comunque, capita di essere felici. Essi dunque sanno in che cosa consiste la felicità. «Quel che ignorano o comunque risulta poco chiaro – sottolinea Aldo Natoli – è la ragione del loro sentirsi felici».

La felicità, è ciò per cui viviamo, ma non sappiamo definirla. Ci sentiamo felici, ma non sappiamo dire il perché.

Se analizziamo l’esperienza che abbiamo della felicità, ci accorgiamo per prima cosa che essa è un accadimento, di cui, nella migliore delle ipotesi, noi possiamo determinare soltanto le condizioni. Qualora andiamo più in fondo, scopriamo, però, che non c’è alcuna connessione causale tra queste condizioni e la condizione della felicità. Non è raro infatti che ciò che rende felice Caio renda infelice Sempronio. Per esempio, la solitudine che può rendere felice il primo può angosciare il secondo. La felicità non ha regole. Non la si può prescrivere. Ad essa non porta alcuna strada predisegnata. È uno stato di grazia. La felicità dunque è una esperienza personale, particolare e momentanea, accompagnata da uno stato di speciale ben-essere che l’uomo può desiderare, ma non può decidere di procurarsi con il proprio sforzo.

Noi non riusciamo a definire la felicità perché non riusciamo a definire l’oggetto del nostro desiderio, della forza propulsiva che muove la nostra vita, che – in qualche modo – fa tutt’uno con essa. Ed è per questo che sovente parliamo di felicità al negativo, come di ciò che ci aiuta a dimenticare la nostra infelicità, a distrarci, a evadere dal vuoto, dalla noia, dalla tristezza che caratterizzano la nostra esistenza. E così finiamo per collocare la felicità nel di-vertimento e nell’eccesso del piacere (droga, alcool, sesso…) che hanno il potere di far dimenticare la nostra infelicità.

Desiderio e speranza: la filosofia e la religione

Filosofia e religione fin dall’antichità hanno posto la felicità nella piena soddisfazione di ogni desiderio umano, in una vita virtuosa e saggia accompagnata dalla gioia, dalla soddisfazione, dal ben-essere. Secondo la filosofia e la religione antica, la felicità è la somma di un elemento oggettivo (la «fortuna» cui mira il desiderio umano) e di un elemento soggettivo (la percezione della soddisfazione nel godimento della «fortuna»).

In particolare, secondo gli epicurei, l’equilibrio tra il dato oggettivo e quello soggettivo è tanto fragile e momentaneo da consigliare di desiderare solo quello che dipende da noi, altrimenti cadremmo inevitabilmente nell’infelicità. La felicità insomma sarebbe solo nelle nostre mani.

Non dello stesso parere è Aristotele, per il quale la felicità viene anche da ciò che non dipende da noi, come ad esempio dalla buona salute.

Partendo dal presupposto che la felicità risiede nella soddisfazione di tutti i nostri desideri, Kant conclude che essa quaggiù è irraggiungibile. L’uomo avrà sempre dei desideri insoddisfatti e dunque non sarà mai (pienamente) felice. La felicità dunque è un ideale, ma non della ragione. È un ideale dell’immaginazione.

Se la felicità è la ragione ultima della vita umana e se essa non è raggiungibile su questa terra, allora bisogna credere in un Dio e in una vita dopo la morte, come tempo e luogo del compimento del nostro desiderio. Altrimenti dovremmo concludere che l’uomo non può raggiungere il suo fine naturale.

È solo la religione dunque che offre all’uomo la speranza di essere felice. Questa conclusione condanna l’uomo all’infelicità perché pone la felicità fuori della sua portata. O, meglio, la pone fuori del tempo e dello spazio della sua vita, in un tempo e in uno spazio che può attingere soltanto attraverso la speranza. Ma essere felici di una felicità solo sperata vorrebbe dire essere felici d’essere infelici. E se la felicità è sinonimo di vita piena, vuol dire che siamo condannati a non vivere mai pienamente. Scrive Pascal nei Pensieri: «In questo modo noi non viviamo mai, noi speriamo soltanto di vivere. Disponendoci sempre ad essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai». È il concetto che, in parole più semplici, esprime una canzoncina che cantavano i nostri vecchi nel Veneto e che diceva così:

Se spera che i sassi

diventa paneti

perché i poareti

li possa magnar

Se spera che l’acqua

diventa sciampagna

perché no i se lagna

de sto giubilar

Se spera sperando

che vegnarà l’ora

de andar in malora

per più non sperar.

Intrappolato da un desiderio sempre insoddisfatto, l’uomo cerca di superare l’impasse o attraverso il divertimento, la distrazione o attraverso la speranza. Ma tutte due le soluzioni si rivelano soltanto delle fughe perché il desiderio è desiderio nella misura in cui si desidera ciò che non si ha. Ma nel momento in cui l’uomo raggiunge quello che desidera, si accorge che ciò non lo rende felice. «Ci sono due catastrofi nell’esistenza – diceva Gorge Bernard Shaw: la prima è quando i nostri desideri non vengono soddisfatti, la seconda è quando lo sono». O come esclamava Qohelet: «Vanità delle vanità, tutto è vanità».

Sembrerebbe, dunque, che quaggiù la felicità non sia possibile e che possiamo invece aspirare a piccole gioie passeggere. Abbiamo attraversato tutti momenti in cui non esisteva alcuna ragione di tristezza, in cui tutto sembrava andare per il meglio, e in cui ciò nonostante ci sentivamo sprofondati in un baratro di malinconia. Ma, d’altra parte, della felicità, intesa come pienezza, come espansione dell’essere, noi abbiamo l’esperienza.

È davvero difficilmente comprensibile il cuore dell’uomo, così spesso in balia di forze contrastanti. Domandiamoci dunque che cosa renda possibile la felicità nella vita terrena dell’uomo.

Rinunciare a una felicità permanente

Per essere felici su questa terra – scrive André Comte-Sponville, che seguirò in queste riflessioni conclusive – bisogna innanzitutto rinunciare a una felicità permanente, perché non si può essere felici per le cose passate e per quelle ancora a venire. Bisogna sottrarre la felicità al desiderio di ciò che ci manca, di ciò che non abbiamo, o perché lo abbiamo già avuto o perché non l’abbiamo ancora. Bisogna sottrarla alla speranza. Bisogna sottrarre la felicità al tempo.

Questo non vuol dire contrastare o reprimere il nostro desiderio, perché esso fa parte dell’essenza della nostra umanità, della nostra carne e del nostro spirito. Si tratta invece di vivere il desiderio diversamente da quanto abitualmente facciamo: non dobbiamo desiderare ciò che non abbiamo, ma dobbiamo desiderare quello che abbiamo.

Collocare il desiderio nel presente vuol dire viverlo come «potenza», come energia vitale. Desiderare ciò che non si ha è speranza. Desiderare ciò che si ha è amore. Desiderare ciò che si ha è il sentimento che provano due amanti nell’amplesso. La felicità, gli amanti non la pongono nel desiderio in qualcosa che non hanno, perché, nel momento in cui si amano, hanno tutto quello che desiderano, ma nel desiderio della permanenza del presente, pur immerso in una durata. La felicità vera possiede questa dimensione che è la dimensione di eternità, intesa non come durata indefinita, ma come permanenza nel presente, la quale è anche dimensione di verità.

La felicità è «gioia del desiderio in atto». Più che trasformare il desiderio in piacere, la felicità è la capacità di gioire dello stesso desiderio. La felicità non è altro che «l’amore realizzato del desiderio che resta desiderio» ha scritto il poeta francese René Char.

La felicità non è vera felicità se viene riposta nel desiderio di ciò che manca e, dunque, nella speranza. La felicità non può essere che di-sperata, e cioè liberata dalla speranza. Essa sgorga da un presente vissuto in tutta la sua pienezza. In esso, passato e futuro si dissolvono. In esso è quiete e il massimo del movimento. È, insomma, l’eternità qui ed ora.