La felicità è il solo luogo di esperienza

discorso tenuto al convegno di Asiago

io mi trovo un po’ in difficoltà a trattare un discorso su “la felicità” o “l’infelicità” nell’astrattezza. Per questo, immediatamente, mi sarebbe venuto – e forse per l’eco del canto famoso – un titolo come questo: “Il riso e il pianto”.

Grazie a voi di avermi invitata e vi ringrazio in anticipo per la pazienza. Ho visto che siete dei “lavoratori dell’ascolto” oltre che dell’elaborazione, perché avete dei ritmi così serrati, così incalzanti, così attenti, che non si trovano dappertutto. Questo percorso è quindi una nuova fatica.

Il primo punto che esprimerei e che faccio quasi sempre quando mi presento e parlo di qualcosa, è un discorso “sui piedi”, su “dove ho i piedi”. Io credo che questa sia una cosa scontata, necessaria: ognuno parla da un punto e da qualche cosa, da una prospettiva. Forse, nel mio caso è particolarmente importante dirlo perché io ho dei piedi molto incrociati che fanno sì che, per posizione di piedi – e non per proposito o per chi sa quale virtù – mi vengono sempre dei pensieri e poi delle parole di incrocio, di intreccio di tanti binari e, qualche volta, un po’ fuori binario. Io non sono una docente di teologia che ha scelto di andare a vivere in un campo rom, ma al contrario: sono una persona che, quando avevo vent’anni, con una certa dose di incoscienza, ha deciso per varie ragioni di vivere con i rom (vivo con loro da 28 anni) e, dopo, prima per gusto personale, di riflessione, ecc. ho deciso – ma solo in un secondo tempo – ho maturato il proposito di approfondire alcune cose; l’approfondimento è diventato quindi uno studio: io faccio questa cosa insieme ad altri, nell’orizzonte di una comunità cristiana – cattolica, ossia nell’orizzonte di studio della teologia che, per percorsi vari, è diventato anche approfondimento della teologia antica e poi insegnamento della stessa. Io non avrei voluto continuare gli studi dopo la scuola superiore; non era mia intenzione intraprendere un cammino che mi sembrava una cosa astratta, inutile, borghese, ecc. Adesso quindi insegno teologia antica. E’ tutta giusta la presentazione che è stata fatta, ma il percorso è rovesciato per cui non si parte “dallo studio di, che…”, ma il contrario, ossia “l’esigenza di ripensare a….”. Da questo punto di vista, se dovessi dire se “è un luogo di esperienza oppure una teoria degli affetti”, direi che è un “luogo corposo e pensoso” (la domanda che è posta nel titolo, perché don Giuseppe mi ha scritto: “il titolo è indicativo, l’ho scritto io, fai come vuoi” ed io ho fatto come ho voluto, per cui non sono stata molto a riflettere sopra quel punto). A me non piace separare, nemmeno per ripresa polemica, dopo un periodo di razionalismo, il pensiero dalla pratica; né tantomeno esaltare una pratica in cui non sia sottolineato anche il pensiero. Non è una grande novità, ma voglio proprio dire che mi piace tutto quello che sa di corposo, quindi di pratico, che sa di un discorso “a partire dai piedi”, purchè questo non sia inteso nel senso di esaltare unicamente la sensazione, ecc. Alle volte, nel discorso che riguarda le donne, a volte anche fatto dalle donne, c’è il rischio di dire “noi donne, o le donne, sono la sensibilità, il corpo, le emozioni, ecc.” in una maniera non solo privilegiata, ma anche per certi aspetti esagerata ed un po’ di privazione rispetto ad altre componenti. Quindi il titolo che invece mi sarebbe venuto in mente, e che incrocia un po’ il tema e, forse, non lo prende di punta, è un po’ diverso. Dico questo anche perché mi trovo un po’ in imbarazzo di fronte ad un tema così astratto, come “felicità”; io mi trovo un po’ in difficoltà a trattare un discorso su “la felicità” o “l’infelicità” nell’astrattezza. Per questo, immediatamente, mi sarebbe venuto – e forse per l’eco del canto famoso – un titolo come questo: “Il riso e il pianto”.

Proverei a fare qualche discorso aiutandomi con cose che ho letto e che mi piacciono: di quelle che non mi piacciono solitamente preferisco non parlare, nel senso che, come direbbe Agostino, “non tutte le parole sono vere; è vera soltanto la parola amata”. Le parole amate nella vita non sono, in fondo, molte e, dunque, di cose che ho letto e che ho amato, di cose che mi piacciono, di parole che fanno vivere in questo senso di incroci, proverò a dire non tanto che cosa penso di felicità, ma proverò a proporvi qualche elemento che mi sembra importante per parlare di riso e di pianto. Anche dalle letture, dalle cose e dal percorso che propongo, si vede “dove ho i piedi”, nel senso che sono situazioni molte volte di parole che viaggiano su diversi binari. Questo però lo dico anche senza enfasi, nel senso che l’avere i piedi in tanti binari non è sempre esaltante o agevole…. Nel mio caso vivo da molti anni ormai, in una situazione minoritaria, con i rom; sono una donna laica ed insegno istituzioni ecclesiastiche “pesanti”. Ed insegno teologia antica: chi è addentro a queste cose sa forse che la teologia antica si chiama nelle facoltà teologiche “Patrologia”… Faccio parte del Coordinamento delle teologhe e, tutte le volte che mi dicono di “parlare in maniera femminile”, io rispondo “no, femminista” e poi dico di occuparmi di patrologia…

Ebbene, tutto questo incrocio non è agevole perché i discorsi sono tanto divaricati e sono anche un po’ schizofrenici. Questo, molte volte, porta anche a non aver parole sensate da dire. Quando a volte, però, i diversi orizzonti si incrociano, danno luogo anche a delle figure che mi fanno vivere, ossia delle figure interessanti ed, appunto, io proverò a parlarvi di alcune di queste. Quindi, dicendo “il riso ed il pianto”, e cominciando dal riso, mi veniva bene anche la citazione che era stata fatta sull’imparare la buona risata. Comincerò con il “riso antico”, il riso di una servetta. C’è anche un detto popolare; a scuola mi dava molto fastidio il fatto che, quando ridevamo, gli insegnanti erano soliti ripeterci che “il riso abbonda sulla bocca degli stolti”; anzi, spesso questo ce lo dicevano in latino! Su questa scorta il racconto è ripreso da Platone, che mi ha colpito nella lettura che ne fa una filosofa, Adriana Cavarero. Io l’avevo pensato senza accorgermi che, in base al programma, io avrei parlato dopo due filosofi e quindi ogni riferimento è puramente casuale.

Platone, riprendendo una cosa molto diffusa, scrive che il filosofo Talete camminava scrutando le stelle e guardava in alto quando cadde in un pozzo. La servetta di Tracia, garbata e graziosa, rise, dicendogli che si dava un gran daffare a conoscere le cose del cielo, ma le cose che gli stavano dappresso, davanti ai piedi, gli rimanevano nascoste. Naturalmente questo raccontino ha mille varianti, mille riprese, mille letture. Una considerazione che solitamente viene fatta è che, evidentemente, di fronte al grande Talete che guarda il cielo e pensa a cose alte, la ragazza è la quintessenza della superficialità, dell’ignoranza ed ha tutti i titoli per esserlo, cioè la quintessenza della stupidità, di quel riso superficiale che ci dicevano, appunto, “abbonda nella bocca degli stupidi”, perché è donna. Adesso, per lo meno in alcuni ambienti, è anche diverso, ma tradizionalmente questa è la lettura che ne veniva fatta e la “servetta è donna”; tra l’altro, essendo “servetta” ha anche una connotazione di tipo sociale notevole ed, infine, è di Tracia, che sarebbe come dire – dal punto di vista della collocazione geografica – una zona come la Bulgaria. In ogni caso, nell’immaginario collettivo, era come dire “prendiamo il peggiore immigrato che possiamo avere in mente, o prendiamo il rom, lo zingaro, oppure il peggiore immigrato di turno perché ogni volta c’è una categoria che ha “la bolla” necessaria per fare il capro espiatorio, la persona più ignorante, più sciocca, ecc.”. Questa servetta aveva tutti questi connotati e le caratteristiche – per essere “donna, servetta e Tracia – di un discorso che “si pone fuori”; la lettura che, invece, ne dà Adriana Cavarero, è di una sapienza profonda, di una risata che è quella che viene da un discorso di pratica, un discorso della vita che porta in sé anche il pensiero. In altre parole, sarebbe troppo facile – e, a volte è stato anche letto in questo modo – dire semplicemente: “Ah, ecco, questa è la risata della donna, della ragazza allegra e graziosa di Tracia, che ha il pensiero della gioia, della vita, dell’esperienza, della pratica e di fronte a quello stupido che pensa”. Questo è, come si diceva oggi, tutto il peggio che si possa dire: un soggetto che si pretende universale e che, invece, è maschile, occidentale. Questa sarebbe una soluzione troppo facile, troppo scontata, che a me non piace perché mi sembra semplicistica e che non è quella che pratica questa filosofa, Adriana Cavarero, la quale – come molte altre donne filosofe o teologhe – rivendica l’importanza di un pensiero che si fa assunzione critica di tutte le dimensioni della corporeità, della pratica, della vita privata, ma che in questo non è quell’eterno femminino di leggerezza, di grazia, ecc. che tutto sommato è ancora “il riposo del guerriero”. Questo eterno femminino, leggero, tutta sensibilità, tutta luce e tutta gioia è ancora un po’ “il riposo del guerriero”, ma qui invece si tratta di un pensiero che si vuole fare corposo e pensoso, cioè con i piedi per terra. Tutto questo, e tuttavia l’affermazione che anche i “piedi per terra pensano”; l’illusione che si possa dare un pensiero senza piedi, è un’illusione che viene sbugiardata dalla risata della ragazza di Tracia. La ragazza di Tracia ride perché, direbbe la Cavarero, “si sa soltanto questa donna qua; sa di essere parziale, sa di essere soltanto questo, ossia, in questo caso, soltanto una donna di Tracia”. Questa parzialità ride e non di Talete perché pensa, ma di chiunque potesse pensare al di sopra della parzialità e della limitatezza e unicità di quest’esistenza, al di sopra di una connotazione storico-culturale.

Accanto a questo mi piace ricordare un’altra risata di una donna, ossia la risata di Sara della Bibbia, di cui a volte si ricorda anche il marito, Abramo… Anche la vicenda di Sara ha l’essenza di una risata dalla doppia interpretazione. Nell’interpretazione immediata, Sara ride perché è stupida; ride perché è una donna; sta nella sua tenda e ride dalla sua tenda proprio per questa superficialità e stupidità che le compete. Non ha alcuna importanza che anche Abramo dubiti, domandi, ecc. ma il “padre nella fede” è Abramo, e Sara ride. C’è un altro possibile filone che s’intreccia in questa risata di Sara ed è manifestato dal nome di suo figlio Isacco, che vuol dire “figlio del sorriso, figlio della risata”. Dunque, la possibilità di interpretare la risata della servetta di Tracia, la risata di Sara, come una risata di felicità, di contentezza. Forse non “la Felicità”, non il “concetto della Felicità”, ma come un momento di grande gioia e di grande felicità che, per lei, è la possibilità, l’annuncio di questo figlio che è detto, appunto, “il figlio del sorriso, il figlio della gioia”.

Accanto a questo, una figura di felicità non ingenua, nel senso che è invece “corposa e pensosa”, ma anche una connotazione di luogo: da dove questa felicità, questa risata? La Tracia – la condizione di donna di Tracia – e la tenda di Sara mi invogliano a inglobare un altro scritto degli anni ’90, di una femminista afroamericana che si firma bell hooks; questo è un suo pseudonimo, formato dal nome di sua madre e di sua nonna, che lei vuole scritto minuscolo. La raccolta di alcuni suoi articoli degli anni ’90 è pubblicata con il titolo di uno di questi scritti: “Elogio del margine” (Feltrinelli 1998). Ma, “elogio del margine”, in che senso? Di questa donna afroamericana vorrei ricordare qui soprattutto tre contributi – due dei quali si possono raccogliere insieme – che parlano della casa di sua nonna. Il terzo contributo è quello che dà il titolo alla raccolta: “Elogio del margine” e ne spiega il senso

Che cosa intende dire questa donna parlando della casa e dell’estetica di sua nonna? Di questa casa e del luogo in cui si trova, cioè il quartiere di periferia dove vive (oggi si parlava di città e qui siamo spostati in periferia), lei descrive il grande erompere di colori, di attenzione e di bellezza; sua nonna, tuttavia, non era schiava, perché faceva parte di una generazione che ormai non era più schiava nel senso formale del termine, ma lavorava a servizio – quasi come una schiava – in un quartiere bianco, dall’altra parte della città, dove vivevano anche loro. Lei ricorda questa casa come luogo di bellezza e di libertà, di libertà fatta dalla nonna, creata dalla nonna e dalle altre donne di questa famiglia. Ma, tutto questo, in che senso? Potrebbe sembrare quanto di più tradizionale si possa pensare. Praticamente, qual era il carico di lavoro di queste donne? Solitamente queste donne avevano un carico di lavoro doppio rispetto agli uomini; la nonna lavorava a servizio in una casa di signori bianchi (ed era un servizio, forse, non molto distante dalla schiavitù che faceva prima) e poi veniva a casa dove si doveva far carico del cumulo di lavori e di servizi della casa. Lei dice che, “quella casa era un luogo di lavoro e di resistenza politica”: se noi non riconosciamo che, come dice lei, “mia nonna Baba viveva questo ruolo non perché le toccava di natura, non per imposizione” (in parte lo era, per la verità, perché all’interno della famiglia c’era anche un ruolo patriarcale). Lei assumeva questo ruolo come luogo di resistenza politica”. Cita, a questo proposito, il passaggio di un monaco (a quell’epoca era ancora cattolica mentre adesso è buddista) buddista vietnamita: “resistenza alla radice” che deve significare qualcosa di più di semplice resistenza alla guerra. Si tratta di resistenza qualsiasi cosa assomiglia alla guerra. Allora, forse, resistenza significa opposizione, non lasciarsi invadere, occupare, assalire e distruggere dal sistema”. Non appesantisco quella citazione; il testo, secondo me, è molto bello: praticamente la sua tesi è che sua nonna, come molte altre donne, riusciva a fare il suo lavoro – non per natura, non per costrizione, o comunque attraverso quella situazione che era l’unica che aveva in quel momento a disposizione – e a trovare uno spazio, che era uno spazio di libertà, di resistenza politica perché creava “uno spazio di cura e guarigione”, come scrive questa femminista, in cui sia gli uomini, sia le donne, bambine anche più grandi, di quella piccola famiglia, potevano crescere sentendosi dire: “tu sei tu” e non, come diceva tutto quello che era intorno compreso quel sentierino che lei bambina percorreva per raggiungere la casa della nonna, superando quelle case che sentiva ostili, “tu sei una schifezza”. Questa casa, come luogo di resistenza, in cui c’era anche la possibilità di trovare una cosa bella, cioè la cura che la nonna poneva nell’usare i colori, scegliere le cose che le piacevano; questo, per lei, era uno “spazio anche politico”, ossia di resistenza attiva. Questo è quello che lei intende per dire che, in questo senso, il privato può diventare politico. In questo stesso senso parla di “elogio del margine”: lei non ha abbandonato completamente – quanto meno all’epoca in cui scriveva – il quartiere in cui vivevano gli altri membri della sua comunità, però insegna letteratura inglese in un’università statunitense. Dunque, anche lei parlava di questa necessità di bilinguismo, di questa necessità di poter parlare anche le lingue degli altri ma di rimanere radicati, come luogo di resistenza. In questo caso si potrebbe dire: “le periferie”; questa mattina si citava Marcuse. Ebbene, quando io ho letto questo libro ho pensato al tema “i fuori del sistema” che possono essere una speranza (naturalmente, detto in altri termini, in altri tempi, in altri contesti). Il dire della periferia, di questa casa come luogo di resistenza, come il luogo in cui si può pensare, riflettere, stare con i piedi e costruire delle relazioni, il dirlo come luogo di elaborazione di pensiero, come punto di vista: in questo senso bell hooks dice “la marginalità” con un significato diverso dal solito; “marginalità” potrebbe volere dire anche insignificanza, emarginazione o potrebbe voler dire il discorso che si faceva questa mattina “rimanete lì perché se rimanete lì, noi qui possiamo continuare a stare bene, ecc.”. Quindi l’autrice usa il termine “marginalità” sicuramente non in questo senso, ma nella consapevolezza di non voler abbandonare quel luogo perché è un luogo di produzione di pensiero, di bellezza. In tutto questo io direi che posso intravedere non “la Felicità”, ma un possibile luogo di “felicità con i piedi”, una possibile figura felice. In questo doppio senso io intravedo una figura non ingenua, ossia in questo senso di punto di vista di produzione di pensiero ed anche nel senso di punto di vista di molteplici concretezze e differenze. Quindi non soltanto la differenza di genere uomo-donna, non soltanto la differenza di classe, ma anche la possibilità di dare voce a differenze culturali e a differenze di punti di vista sulle cose.

Accanto a questo io proporrei anche un’altra idea che mi sembra non la felicità ma un possibile modo di parlarne, un modo che dà degli sprazzi, delle possibilità di esperienze felici, ma mescolate: un luogo-non luogo che chiamerei “dello spaesamento”. Nel dire questo preciso anche che non mi piacerebbe un discorso di felicità a tutto tondo (qui c’è tutta la felicità e qui tutto il dolore); io credo che si tratti sempre di un discorso “plurale” al suo interno; non voglio dire che si tratta di un discorso di compresenza, ma sicuramente di molteplici dimensioni in cui quella stessa esperienza – ad esempio la casa della nonna del nostro racconto – è esperienza anche complessa e dura, ma anche felice, ha anche dei tratti di felicità e, non solo, dunque, “il riso ed il pianto” insieme. Così si può dire anche per la figura dello spaesamento: evidentemente a me questa figura piace molto e questo è evidente, proprio per “i piedi” a cui ho fatto riferimento fin dall’inizio. Mi piace non soltanto per la cultura rom, che vive profonde felicità e profondi disagi, profondi sensi di pienezza di sé e profondi disagi. Dico questo perché io, nella cultura rom, sono straniera, cioè sono “spaesata”; è anche un luogo-non luogo e, forse, questo ricorda il vostro Macondo. Io, come già dicevo prima, mi trovo “spaesata” quasi sempre perché mi trovo sempre “fuori luogo”. Anche in Facoltà sono “spaesata” perché sono sempre un po’ “fuori luogo” perché, tutto sommato mi sento di appartenere al campo; anche in alcuni luoghi ecclesiastici – che tuttavia non subisco – mi sento un po’ “fuori luogo” perché sono una donna, sono laica, ecc. Alle volte non ci penso ma, quando incomincio a guardarmi intorno, mi rendo conto della mia situazione. Qua, ad esempio, io vengo con il mio bagaglio di letture metà patristiche, metà femministe, ma “canto un’altra canzone”. Il senso dello “spaesamento”, come quello del “senza parola” di cui parlavo poco fa, mi è abbastanza familiare, proprio perché mi sento sempre “fuori luogo”. In ogni caso, in questo “spaesamento” c’è ancora, per questa compresenza di dimensioni, “riso e pianto”; certamente c’è una grossa fatica, un disagio, ma c’è anche una possibilità di punto di vista, un’elaborazione, quindi una possibilità di “una parola che viene”. Io mi sentivo risuonare alcune delle cose che sono state dette questa mattina; forse mi posso sbagliare perché mi sembrano simili ma, magari, non lo sono completamente. In ogni caso, per altri percorsi familiari, amo molto la letteratura del Maghreb ed uno dei temi dello “spaesamento”, dell’attenzione all’altro come “difficile felicità” o “felice disagio” è ben presente. Nei testi di Fatima Mernissi, che è una scrittrice marocchina (“La terrazza proibita” e altri) o anche in quelli di Assia Djebar, che è algerina, sento tornare molte volte questo concetto, a volte espresso anche con una parola del linguaggio sufi., “lawami”, che sarebbe “il lampo dell’illuminazione”, cioè l’illuminazione che raggiunge, appunto, il/la sufi. Questa mattina era molto interessante l’incrocio tra la fatica del concetto dell’esercizio del pensiero e l’illuminazione improvvisa. E’ molto interessante questo lampo dell’illuminazione che Fatima Mernissi ripropone come momento di intensa felicità e lo declina in maniera per me avvincente, simpatica, vicina a quella della femminista afroamericana che citavo prima, perché lo mette in relazione a quanto le raccontava sua nonna. La nonna non aveva quasi mai lasciato il suo quartiere perché viveva nel quartiere delle donne, della sua famiglia. La nonna chiamava la nipote “fegatino mio” (kebdì) e le diceva: “tu puoi viaggiare, cerca di viaggiare, concentrati sugli stranieri; io l’ho sempre fatto – in realtà la nonna non aveva mai viaggiato, ma girando per Medina, la sua città, quando vedeva uno straniero ci si focalizzava e, secondo lei, per una tradizione orale, questa era una cosa che veniva da maestri sufi. Secondo questi maestri “viaggiare è il modo migliore per conoscere ed accrescere la tua forza; ti devi quindi focalizzare sugli stranieri che incontri e cercare di comprenderli. Più riesci a capire uno straniero, maggiore è la tua conoscenza di te stessa e più conoscerai te stessa, più sarai forte”. Attribuendo tutto questo al maestro sufi, diceva: “è necessario coltivare uno stato di prontezza perché il bagaglio più prezioso che portano gli stranieri è la loro differenza. Se ti concentri sul divergente ed il dissimile, anche tu avrai un lampo di illuminazione”.

Mi piace molto questa declinazione di un concetto mistico. Penso che i concetti mistici, sia sufi, sia anche della tradizione cristiana, che troviamo liofilizzati in libri anche un po’ noiosi, prima di essere “precipitati” sul libro, sono state delle cose vive, come queste esperienze che racconta la nonna di Fatima Mernissi. In ogni caso è interessante il fatto che questo concetto che viene strappato dalla sacrestia o dal luogo delle nostre abitudini spirituali o, comunque, da un eremo mistico e viene portato nella piazza del mercato, venga portato con i piedi della servetta di Tracia; viene così portata la possibilità del lampo di illuminazione nella metropolitana, nel rapporto complesso, nel quale io vedo – seguendo questi testi – non la felicità che mi imbarazza come tema, ma vedo una possibile figura di riso (come il riso di Sara); vedo la possibilità di un figlio del sorriso che non è totale, definitivo. Io penso che ogni figura felice sia, oltre che non ingenua (nel senso di non pensosa) o non semplice (fatta cioè anche di aspetti dolorosi) sia anche aperta e non definita, dinamica e non chiusa. Io credo e, sì, vedo, che questo è possibile. Se dovessi riprendere la bellissima immagine della promessa, potrei dire “una promessa, giorno per giorno, per sprazzi e lampi, mantenuta” non nella sua totalità, perché questo la chiuderebbe a questo senso di perenne promessa di cammino, di apertura, di trasgressione della frontiera come può essere declinata anche la mistica. Comunque mantenuta e sempre rilanciata. Una sorta di cosa sperimentabile, ma in una parzialità che rimanda ad un’altra cosa, sperimentabile e insieme non totalmente sconosciuta.

Vorrei aggiungere a quanto ho detto fino ad ora qualche cosa sulla felicità o sui momenti felici, complessi e non semplici, e quindi intrisi di riso e di pianto. Anche in questo caso, per intrecci ed incroci, per il “dove ho i piedi”, mi viene di riportare un’idea che non è nuova, bensì molto antica (che si trova negli scritti cristiani antichi) e che parla delle tristezze, distinguendo la “cattiva tristezza” dal “dono delle lacrime”. Io amo le traduzioni, amo inseguire percorsi di traduzioni, non soltanto tra le culture di oggi ma anche con quelle antiche e trovo che questo tema, molto diffuso, della cattiva tristezza che è l’akedia, l’accidia, “il demone di mezzogiorno” sia molto efficace. Negli scritti antichi questa “cattiva tristezza” viene distinta dal “dono delle lacrime”. Il dono delle lacrime è un dono dello Spirito negli scritti monastici ma non solo, è la “compassione”; il dono delle lacrime è, molte volte, il segno della preghiera di fuoco, è forse quella controparte di sensibilità personale, di dolore presente nella casa della nonna della femminista afroamericana, presente nel disagio della metropolitana, presente nelle periferie, presente nella figura di responsabilità di cui abbiamo parlato questa mattina. Questa è “necessaria” per la felicità, mentre la “cattiva tristezza” è la tentazione di mollare tutto, di farsi i fatti propri… ed è veramente una triste cosa!

domanda

Certamente è una realtà complessa, multiforme: è una realtà che, nella differenza con il resto della società e delle popolazioni è facilmente riconoscibile da mille tratti che si riconoscono anche tra loro nei confronti dell’esterno. Ma questo potrebbe valere per moltissime altre cose: cambiando le proporzioni potrebbe valere anche per gli italiani; nei confronti di un tedesco, noi siamo italiani ma ci sono poi molteplici differenze, proprio di gruppo oltre che individuali. Questo vale anche per la realtà rom. Quindi, vivendoci da diverso tempo, alle volte a me sembra di non aver parole perché ogni volta che mi viene da spiegare la cosa in un modo, sono così avvertita che c’è anche il suo contrario, che mi blocco un po’. In ogni caso, mettendo di base questa generalizzazione, direi che le due cose del riso e del pianto possono valere anche per il mondo rom. In linea di massima si vivono tutte queste due realtà con molta intensità. Questo vuol dire, sicuramente, situazioni drammatiche, anche di rapporti molto caldi e spesso molto conflittuali all’interno, ed anche grandi esplosioni di festa. La festa, tuttavia, non è sempre molto felice: è molto felice nella sua preparazione, nel suo inizio, fino ad un certo punto; dopo, a volte, la festa può diventare anche il luogo in cui emergono più che in altri momenti le conflittualità. Durante la festa si beve e quindi riaffiorano vecchi rancori e vecchie storie; in ogni caso è anche un luogo di profonda soddisfazione di vivere. Nel gruppo in cui vivo abitualmente – Roma Croati, cittadini italiani – che dice: “chi è vivo, il resto non è niente, non conta”. In molti casi questa è veramente una realtà. Ho sentito quanto ha detto Peter questa mattina. Non voglio fare collegamenti particolari, oltre oceano, ma sarebbe andato molto bene per una descrizione di una vita felice rom, nel senso di grandi soddisfazioni, di sbrigare presto le cose che sono da fare per stare insieme; una persona isolata non può essere felice, mai, perché deve stare insieme con il suo gruppo, perché al di fuori il resto non conta nulla. E’ una grandissima soddisfazione preparare da mangiare per tanti e tutto questo non tanto per poter poi dire che c’è una persona che “si sacrifica perché tutti abbiano da mangiare”, ma per il gusto, per la gioia di poter preparare, di poter imbandire per gli altri; una grande gioia, un grande divertimento, rispetto ai propri bambini di cui si godono le cose che dicono, ecc., anche ridendo. Io ricordo i primi anni di quest’esperienza: mi sono avvicinata anch’io pensando ad un tema che negli anni ’70 era di moda, ossia il tema “degli ultimi”. Io mi sono avvicinata pensando a “ultimi”; adesso questo termine mi dà perfino fastidio. Io capisco in che senso veniva detto e viene detto e posso anche accettarlo o quando meno capire lo spirito con cui si usa, ma se questo termine – ultimo – viene riferito ad un rom, si offenderebbe profondamente e risponderebbe risentito: “ultimo sarai tu!”. C’è un senso di una vita molto forte, molto piena ed anche molto drammatica; io ricordo le prime volte che mi ero avvicinata ai rom e pensavo di trovare – scusatemi l’espressione – “il massimo degli sfigati” mentre rimasi molto colpita dal loro modo di stare insieme, attorno al fuoco: giocavano e ridevano – nel senso di “godere” – della battuta dell’ultimo bambino, del più piccolo che dice sempre una battuta scherzosa, ingenua, che si muove in un certo modo, ecc. Tutto questo senza avere grosse aspettative: questo non vuol dire “innocenza”. Io non credo all’innocenza dei popoli. Questo può voler dire anche che quello che serve per vivere può essere poco ma anche moltissimo, ma anche questa capacità non tanto di “accontentarsi” ma di saper vivere anche con tantissimo e sprecarlo ma, allo stesso modo, di potersi trovare anche senza la roulotte o una tenda e, per questo, non essere meno diminuiti nella loro dignità. Stando con loro sono portata un po’ a privilegiare quest’aspetto, anche se bisogna riconoscere che è molto pesante l’aspetto della “conflittualità contro di loro”. Questo porta ad un altro tipo di dolore che non sempre è da loro esplicitato, fatto discorso, perché quello che è fuori, anche se è avversione, interessa poco. Di fatto, è molto pesante, soprattutto ad intervalli regolari, quando serve – come si diceva questa mattina – “un capro espiatorio”; allora “l’altro dell’altro”, quello che è in testa alle paure (anche se la situazione oggettivamente conflittuale non è mai facile), l’altro più altro degli altri, che fa più paura degli altri e comunque, è, sempre, uno zingaro o una zingara. Quando ci sono dei reflussi di xenofobia, di razzismo, ecc. si può giurare che, di solito, i rom vengono coinvolti, anche se poi si prendono sempre l’epiteto di “collaborazionisti”, dall’una e dall’altra parte (è quanto è avvenuto in Kossovo)….

Fine cass. 4 – lato A

Lato B

…… per cui, di fatto, sono sempre in mezzo, tra due fuochi e vengono di solito coinvolti nei conflitti, ma è difficilissimo che si siano schierati. Questo non per riflessione pacifista esplicita, ma perché la considerano una follia nostra. Ma deve essere per forza tematizzato questo, per essere posizione di pace? Non credo e la ritengo una lezione molto importante.

domanda

Noi siamo una comunità che, come dico a volte, sembra più una famiglia postmoderna, che non una comunità in senso tradizionale. In ogni caso, una mia amica che vive con me, dice sempre – e la cito “per pagare il debito”, come si diceva questa mattina, per non appropriarmi – dice che lei, inizialmente, si trovava in imbarazzo quando doveva leggere o scrivere al campo. Così come ho fatto io e come hanno fatto gli altri, i primi tempi che stavamo al campo, provavamo un certo imbarazzo nel prendere un pezzo di carta e scrivere: tutto questo è chiaro perché, chi arriva in un posto dove nessuno legge e scrive, è chiaro che si sente imbarazzato a fare queste cose. O uno va al campo per “fare il maestro”, cioè per “insegnare a…:” , oppure vive questo imbarazzo. Lei mi dice: “mi sono sentita di aver fatto un passo in avanti, quando ho scoperto che io non dovevo assolutamente essere come loro; mi sono resa conto di aver fatto un passo in avanti nell’amicizia – che forse è il risultato di quello che noi facciamo, cioè questa condivisione – quando ho capito che la mia cara amica che era al campo diceva che a me piacciono i libri (“a Pinuccia piacciono i libri”). Questo racconto ci fa capire che, buttare giù il muro dell’inimicizia (questo è quanto a noi sembra di poter fare perché non abbiamo delle attività “specifiche”), vuole anche dire poter essere se stessi, cioè essere lì, stranieri rispetto a loro, ma poter comunque essere accettati per quello che siamo, quindi anche con le proprie manie, i propri limiti. Ad esempio, loro sono convinti che leggere faccia male; c’è poco interesse per tutto quello che è scritto perché, è vero, la loro è una cultura tradizionalmente orale, di grande trasmissione di saperi nella forma dell’oralità, del racconto, della ripetizione, nella forma della maledizione rispetto a ciò che va codificato come negativo. Sono formalità forse non molto diverse dai procedimenti che troviamo scritti nella Bibbia e che provengono da forme di oralità. La sensazione che si possa aver fatto un passo avanti, pur essendo stranieri, marginali, in quel campo, la si prova quando si può essere se stessi – cioè posso leggere il mio libro – purchè questo non sia un modo per dire: “ma quanto sei ignorante tu, perché non sai leggere questo libro”.

Questa mattina Franco Riva ha parlato della semplicità come arrivo e non come partenza; la semplicità non come superficialità, come semplificazione ma come processo di unificazione. A me ha aiutato moltissimo la necessità di dover tradurre, in qualche misura, quanto stavo leggendo; infatti, mi si diceva spesso: “Ma cosa stai leggendo? Di che cosa parla quel libro?”. Ecco, poter trovare un modo di dirlo è stato molto importante. Inizialmente ho parlato – e non a caso – della schizofrenia: è veramente vero: io a volte faccio fatica, concretamente, nel riuscire a trovare questa duplicità di tempi. Questa mattina si parlava di tempi: c’è un concetto pratico, di tempo, totalmente diverso; un tempo di attesa della novità, continuo, perché nel campo si sbrigano le cose necessarie per vivere in attesa che venga un ospite, che accada qualcosa, ecc. e poi il tempo che abbiamo, più o meno tutti gli altri, che è fatto di un’agenda, di orari, impegni, ecc. E’ un grosso conflitto: è soltanto uno starci come luogo fisico? Non saprei. Non del tutto nel senso che, di fatto, è una dimensione importante per me, nella mia vita. Devo anche dire, onestamente, che se noi non fossimo in quattro le cose potrebbero essere diverse. C’è questa forma di “famiglia strana” (nipoti compresi e dunque anche Michel che è qui con me, nonni acquisiti, ecc): se non vivessi in questa comunità, in questa famiglia, forse non ci sarei più; forse, per onestà, non dovrei starci più perché, ad un certo punto, le cose “ti prendono la mano”. Anche come “profezia negativa” mi dicevano i miei amici, con i rom: “vai, vai per quella strada, guarda che ti mangerà….” Devo dire, francamente, che un po’ mi ha mangiato; in effetti, gli impegni vari, l’insegnamento che mi coinvolge sempre di più, ecc. mi ha “un po’ mangiato” rispetto al tempo passato al campo, rispetto alla possibilità di vivere di quel modo e di quel tempo. In ogni caso, di fatto, poiché siamo insieme, mi sembra di ritrovarvi sempre un senso.