La forza del sogno

Dal carcere e la tortura sotto la dittatura, all'azione per aiutare i bambini in difficoltà. Buon giorno a tutti. Sono molto emozionata. Pensavo di dover parlare più tardi e mi  colpisce molto il fatto di dover parlare per prima, soprattutto di fronte a compagni  e compagne che provengono da tanti paesi del mondo.

L'idea mia è di raccontare un'esperienza molto simile a quella delle persone qui presenti e molto simile a quelli che hanno vissuto un periodo come il mio in Uguguay.

Il mio nome è Maria Elena, nata da famiglia operaia, a Montevideo, capitale dell'Uruguay, ho avuto  una infanzia particolare che mi ha segnato sia durante la infanzia sia in quel che è avvenuto in seguito.

Sono nata con una malformazione, che si chiama spina bifida, che ha diversi gradi, il mio era molto grave; questo significa che la colonna vertebrale, sotto la vita, non si chiude, non c'è osso sotto e  questa "esce", ad un certo livello e la cosa comporta problemi seri alla motricità delle gambe, problemi all'intestino ed alla vescica.

Ho subito dieci operazioni da bambina e quattro da adulta per questa mia malformazione.

Dopo le varie operazioni subite nell'infanzia, io potevo giocare e correre come tutti i bambini della mia età, avevo una vita normale, studiavo e nella adolescenza, come i giovani di quel tempo, studiavo e lavoravo per potermi mantenere nello studio;  verso gli anni sessanta cominciò una situazione particolare nel paese e anch'io fui partecipe a questo momento storico dell'Uruguay.

Negli anni precedenti gli anni sessanta l'Uruguay era chiamata la Svizzera dell'America Latina, c'era un grande benessere, ma negli anni sessanta comincia un decadimento economico importante e c'è un grande impoverimento della popolazione per cui la gente comincia ad organizzarsi attraverso i sindacati e gruppi di lotta e anche se negli anni sessanta c'era un governo costituito stabile, c'erano già tutti i preamboli di quella che sarebbe stata la dittatura.

L'ingiustizia sociale e  l'impoverimento era maggiore nella zona ovest del paese lungo il fiume Uruguay, che divide il paese dalla Argentina e nel Nord soprattutto nella zona dove la popolazione lavora la canna da zucchero (zona dove io abito in questo momento) e si raffina lo zucchero; in quella zona gli operai,  i contadini che svolgevano l'attività di raccolta della canna e di raffinazione, non venivano pagati in denaro corrente, ma venivano retribuiti  con dei buoni, coi quali potevano acquistare quel che a loro serviva nei negozi dello stesso padrone delle piantagioni.

In quella situazione è sorta una figura importante Raúl Sendico che diventò in quegli anni un leader dei contadini;  era avvocato ma non voleva essere dottore, non voleva svolgere la sua professione  e dunque si spostò verso le zone del Nord, le più povere e disagiate e insegnò ai contadini quali erano i loro diritti; non era giusto che ricevessero per la loro attività dei buoni-acquisto,  che poi dovevano spendere nei negozi del padrone, ma avevano diritto come tutti le altre persone, gli altri cittadini di riscuotere in denaro il loro salario, per poter comperare dove meglio credevano.  Raúl emigrò in questa zona del Nord che è a seicento trenta chilometri  dalla capitale e cominciò a vivere in quell'ambiente contadino per organizzare i sindacati.

A seguito della organizzazione delle marce che i contadini del Nord facevano a piedi lungo seicento e trenta chilometri che li separavano dalla capitale,  in contrapposizione si organizzarono gli squadroni della morte, che erano gruppi che uccidevano i giovani che si ribellavano alla situazione esistente in quel momento. Per questo viene fondato il Movimento di Liberazione Nazionale dei Tupamaros, al quale anche io, come molti studenti e giovani della mia età, aderisco e cominciamo a lottare per i diritti dei più poveri.

All'inizio degli anni settanta già la dittatura non era più nascosta, ma era una dittatura  formale e dichiarata ed io ho vissuto tutti quegli anni della repressione. Per due anni sono stata clandestina quindi sono stata arrestata  e incarcerata e, come molti altri, torturata e ho fatto sei anni di carcere.

In quel periodo per la tortura usavano soprattutto le scariche elettriche e cercavano in ogni persona i punti più deboli del corpo. Con me cercavano quella parte della colonna vertebrale che non era coperta di osso e che era praticamente appena sotto pelle. A causa delle le torture che ho ricevuto ho perso tutto quello che avevo acquistato con le operazioni che avevo affrontato quando ero bambina;  non riuscivo più a camminare e la situazione mia fisica andò deteriorando molto.

Al di là di quello che direttamente ho subito nel carcere, la cosa più terribile e dolorosa è stata quella di essere stata testimone di quello che è successo anche ad altri compagni;  io a causa della mia malattia ero in una cella dove venivano portati  i malati o persone che erano stati sottoposti a tortura.   Li rimettevano in sesto un poco per continuare a torturarli, per vedere se era possibile estorcere loro delle informazioni; e in quella cella io sono stata testimone di quello che è successo a tante altre persone;  per esempio a persone che a causa delle torture sono impazzite,  a donne che a causa delle scariche elettriche collocate in vagina perdevano la creatura di cui erano gravide e ad altre persone, altri compagni che avevano delle malattie che avrebbero potuto curare e che invece morivano lentamente perché non veniva dato loro nessuna assistenza medica.   Io non ho fratelli di sangue ma molti fratelli di lotta ed in quelle condizioni ho visto morire molti di questi fratelli.

Dopo sei anni  di carcere l'informazione sulla mia situazione si era  diffusa in molti paesi del mondo e la Svezia che si era  interessata alla mia persona,  la richiese e io ho passato due anni  in Svezia. Qui mi hanno operato, ho recuperato parzialmente la deambulazione, la capacità di camminare e ho trascorso due anni di esilio in Svezia ed anche se l'esilio può rappresentare l'uscita dal carcere, resta comunque una situazione di grande tristezza, perché si è lontano dalla propria gente, dalla propria terra ed è una situazione di molta sofferenza. Dopo due anni di esilio in Svezia ho vissuto altri cinque anni in Nicaragua dove ho concluso gli studi che avevo interrotto al quinto anno quando fui  imprigionata.

Nel 1985 sono rientrata in patria, alla fine della dittatura, con seri problemi di salute perché, a causa delle scariche elettriche che avevo subito, si era sviluppata una massa tumorale per la quale sono  stata ancora varie volte operata, ma nonostante questo io mi sento fortunata, perché sono sopravvissuta, ed anche perché ho avuto la possibilità di continuare a lavorare per la mia terra  ed anche per i fratelli che non ci sono più.

Dopo il 1985 sono rimasta nella capitale Montevideo e poi mi sono trasferita al nord, là dove ci sono le piantagioni di canna da zucchero, di cui ho parlato più sopra, là dove c'era più bisogno di me. Lì vivo oramai da dodici anni; all'inizio facevo la spola, avanti e indietro, poi mi sono fermata. Là dunque lavorando in ospedale comincio a vedere che i bambini che arrivano in ospedale dove lavoro come pediatra, da queste zone,  sono bambini affetti da malattie infettive.

 Sui bambini uscivano  allora dei dati che il governo precedente aveva nascosti, ossia che la denutrizione e la mortalità infantile, la percentuale di bambini che non arrivavano a più di un anno di vita era del 15   per mille a livello nazionale, mentre a Veja Union (dove io lavoro) era del 55,1 per mille. A quel punto abbiamo cominciato a lavorare  in coppia assieme ad un'infermiera, ( non sono riuscita infatti ad entusiasmare nessun altro medico a venire a lavorare tra queste popolazioni)  e dunque con un'infermiera che è qui presente in sala e che ha viaggiato con me in Italia, abbiamo cominciato a lavorare formando tra la popolazione, tra i vicini dei villaggi, e degli insediamenti del territorio, dei promotori di salute ossia persone che potevano capire cosa voleva dire aiutare a mantenere il livello di salute sotto controllo. Abbiamo lavorato molto con questi vicini e lì con molto piacere, dal 2003 ad oggi, da quel 55 per mille di mortalità infantile siamo  scesi al 12,9 per mille.

Il lavoro che continuo a svolgere attualmente è di lavorare assieme alla comunità e per la comunità perché le persone che abitano in queste comunità possano sentire i problemi come propri e lottare  per superarli dal di dentro e soprattutto mantenere la sfida,  per fare sì che la mortalità infantile resti bassa e si estingua la denutrizione;   lavoriamo con bambini con capacità differenti, bambini in sedia a rotelle, bambini autistici,   bambini con ritardi importanti.
E' un piccolo lavoro quel che viene svolto ed è piccolo il recupero che viene effettuato; a molti può sembrare un lavoro da pazzi  o un'utopia, noi continuiamo a  crederci e continuiamo a lavorare.

Come saluto e congedo vorrei lasciarvi  una frase come ricordo: "Quelli che sognano e si sacrificano perché i sogni possano diventare realtà, possano continuare a sognare", e questo è il messaggio che io desidero lasciare  a voi,  per poter continuare a condividere questi sogni e la lotta perché questi sogni si realizzino. Grazie.

Intervento al convegno della festa nazionale di Macondo "A piedi nudi sulla terra rossa",  27 maggio 2007