La globalizzazione: un pensiero che annulla le idee?

La globalizzazione è una dichiarazione di principio che non dice sostanzialmente nulla, oppure, dice una cosa ovvia: che il mondo è uno, è grande… Definire la globalizzazione
La prima decisione di metodo e di riflessione da fare è di rifiutare alla globalizzazione la dignità e la pretesa d’essere un pensiero.
La globalizzazione è, di fatto, una proposta di cancellazione di pensiero, e di sostiture con una qualificazione (l’aggettivo globale) un’analisi della realtà. La globalizzazione è una dichiarazione di principio che non dice sostanzialmente nulla, oppure, dice una cosa ovvia: che il mondo è uno, è grande, è una descrizione già esplicitata da molti anni da varie persone, non importa chi, dove si constata che il mondo oggi è più in collegamento. Ogni epoca in cui c’è stata una scoperta ha dichiarato che il mondo diventava globale. Il tempo della conquista delle Americhe era stato dichiarato globale, e probabilmente anche quelli che avevano commentato il viaggio di Marco Polo pensavano di aver fatto un salto in una globalizzazione.
Questa invasione assoluta per cui oggi non si può parlare di nulla se non in termini di globalizzazione, secondo me, è una trappola concettuale logica, si da l’idea di avere una chiave di lettura quando in realtà si ha soltanto una descrizione. La globalizzazione è questa proposta, molto pericolosa, di identificarsi come pensiero, di darsi una dignità. Questo fa si che tutti credono che dietro la globalizzazione ci sia un pensiero, tanto che tutti discutono su che cos’è la globalizzazione, le implicazioni della globalizzazione, dando la sensazione che c’è qualcosa di nascosto, di segreto, tanto che oggi c’è il competente di globalizzazione. In effetti non c’è nessuno di competente di globalizzazione. Basta osservare, in qualsiasi settore, come si applica questo concetto, per scoprire che si applica a interessi di chi ha un potere molto parziale, non globale, su quel determinato settore. I finanzieri dicono che la globalizzazione è la finanza, e a questo punto danno tutto il peso alla finanziarizzazione, in modo tale da guadagnare tutto quello che c’è da guadagnare, salvo poi mettere nella finanziarizzazione i vecchi trucchi degli imbrogli di bilancio (i disastri avvenuti ultimamente negli Stati Uniti, tipo ENRON1, lo dicono chiaramente); nel campo della medicina la globalizzazione si traduce nella fusione di grandi industrie multinazionali che lo motivano come un aiuto in favore della ricerca (ma è una bugìa macroscopica, non è assolutamente vero, c’è una perdita di efficenza di ricerca assoluta da parte della farmaceutica quanto più si globalizza). È soltanto una questione per eliminare il luogo che viene definito "libero mercato", cioè la competizione.

La globalizzazione induce a pensare che non ci sia progettualità: la globalizzazione per definizione dice che il progetto è chiuso, non soltanto perché nel momento in cui veniva lanciato il concetto di globalizzazione, con il crollo del muro di Berlino, i primi libri che venivano pubblicati dicevano che non c’era futuro (Fukuyama e altri), in effetti il problema vero presente nel termine "globalizzazione", molto vicino al concetto di annullamento delle idee, è che: "il mondo ormai è globale", e l’ormai è qualcosa di molto più importante del perché è globale, qual’è il progetto.
La globalizzazizone non ha progetti, dice di inglobare tutti i progetti, e a questo punto crede di essere in grado di dare a tutti i progetti il quadro di riferimento tanto che, se qualcuno non giustifica i propri progetti, nazionali e internazionali, in termini di globalizzaizone, i progetti non vengono riconosciuti. Questa è una trappola altrettanto importante, molto operativa e che si concretizza per chi lavora o si interessa di programmi internazionali. Quando presenta un programma all’Unione Europea piuttosto che a un altro livello internazionale, se non offre un quadro di riferimento cosiddetto globale, che non sa cos’è (che è una dichiarazione di citazione di citazioni, perché ognuno si cita e dicono esattamente la stessa cosa), il progetto non è riconosciuto e la valutazione che si deve fare dei progetti, e questo è peggio, viene fatta in termini di impatto sui processi globali, che è, di nuovo, qualcosa che nessuno fa, tant’è vero che nessuno permette di valutare la resa della globalizzazione, perché è un circolo vizioso. Ma è importante però a livello operativo, perché se ogni progetto viene dichiarato dipendente da un progetto non esistente della globalizzazione, coloro che pretendono di avere in mano la chiave interpretativa si arrogano il diritto di essere giudici di tutti gli altri progetti. Chi non è in grado di giustificare i progetti in termini globali: il mondo del lavoro, il diritto, ecc… viene giudicato "fuori mercato culturale", non ha il diritto di presentarsi.

Per definizione, la globalizzazione, dichiarando che tutti siamo parte di uno stesso gioco, dichiara che non c’è alterità. Il mondo non ammette più un altro. Ammette una serie di altre cose ma non c’è più interlocutore; nell’ambito di una realtà globale tutti devono in qualche modo trovare qualsiasi cosa (concertazione, accordi…) che impedisca di riconoscere una realtà altra, nel senso dell’altro come interlocutore reale, non come uno che deve entrare in una realtà già data, ma come uno che ha una sua realtà non definita dalle realtà globali. Evidentemente questo da una parte è una conseguenza del non-progetto e del non-pensiero, dall’altra ha delle implicazioni importanti perché si accettano sempre più i "diversi" ma secondo i concetti della globalizzazione e cioé coloro che non accettano le regole, i deviati, gli eretici rispetto alla globalizzazione. Non per niente la globalizzazione, dicendo di essere il compimento e l’evoluzione di tutte le ideologie (avendole cancellate), è l’ideologia più totalizzante, nel senso che non ha più nemmeno a che fare con la realtà (una realtà che si dichiara esistente ma che si nega), e di un totalitarismo "virtuale" perché prescinde dall’esistenza di realtà che possono mettersi a confronto e afferma che vale come regola soltanto ciò che obbedisce a regole globali, da nessuno note, in quanto la globalizzazione non ha un atto costitutivo, non c’è una "Carta della Globalizzazione": ognuno è libero di interpretare la globalizzazione. E in questo senso c’è il totalitarismo assoluto. Il totalitarismo asserisce che il sovrano non ha leggi rispetto alle quali deve fare riferimento, è colui che viene prima, dopo e sopra le leggi. E non c’è Legge della Globalizzazione. E questo, a livello pratico, proprio perché in assenza di legge di fronte alla quale uno più essere valutato, giudicato, davanti alla quale uno deve rispondere, si può dire ciò che si vuole purché si detenga il Potere e il potere me l’ho do dicendo che io sono colui che conosce cos’è la globalizzazione.
Se voi vedete le misure e i descrittori della globalizzazione sono sostanzialmente delle realtà "virtuali". Gli indici di Borsa, e lo sanno bene coloro che stanno dentro il gioco della Borsa, sono indici costruiti secondo delle modellizzazioni che sono sostanzialmente valide perché si autovalidano, cioè descrivono una realtà, una specie di linguaggio esperanto, ma che non ha alcun rapporto con il reale, tanto è vero che periodicamente, e contro tutte le previsioni, succedono gli scandali, le crisi (pensiamo ai mercati mondiali scossi dalla crisi del Messico, delle tigri asiatiche…) è tutta una specie di mondo virtuale che però viene preso come assolutamente reale. Un mondo che dice di essere assolutamente scientifico ma che cambia da un giorno all’altro, prescindendo dalla realtà, non giustificando nulla a nessuno. Possono dire qualsiasi cosa, non importa che cosa, con la promessa che la volta successiva andrà meglio… e dopo il crollo delle tigre asiatiche viene quello del Messico e dopo il Messico l’Argentina, dopo l’Argentina il Brasile… e si minaccia che tutti siamo coinvolti.

Ma faccio un altro esempio, essendo medico, con la Sanità.
Se voi prendete gli indici che vengono presentati anche dall’ONU, i piani dello sviluppo che vengono pubblicati danno degli indicatori che parlano dealla mortalità infantile, piuttosto che la mortalità entro cinque anni e danno gli indici di sviluppo umano e in questi indici riportano… che cosa? Nessuno lo sa, nessuno sa cosa è stato preso per riferimento in quegli indici e perché e con che peso è finito dentro. A partire dagli anni ’90 la Sanità nel mondo è diventata la responsabilità prima della Banca Mondiale (almeno a quanto dicono), prima c’era l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che continua ad esserci, solo che dal 1990 la Banca Mondiale (BM) ha deciso che la Sanità era una cosa troppo importante per lasciarla alla Sanità e doveva passare sotto il controllo delle banche. E da quel momento i rapporti hanno cominciato a redigerli loro: i rapporti sulla Sanità Mondiale sono fatti dalla Banca Mondiale. E le banche che sviluppano gli indici, non possono parlare di morti, di vivi, di bambini morti… suona male, le banche devono fornire degli indici dove si dimostra che tutto è sotto controllo. Loro misurano il "carico globale di malattia", con un’operazione molto bancaria dove dichiara che le banche sono quelle che hanno il potere e voi avete le malattia che è il vostro debito; è proprio questa la terminologia che usano per i Paesi in via di sviluppo (PVS). L’operazione eseguita è la seguente: per prima cosa hanno cancellato il termine salute dalla Salute; non c’è più un progetto sulla malattia, ora abbiamo un indice che si chiama Disability Adjusted Life Year (DALY) cioè Anni di Vita Aggiustati per la Disabilità. Se ci capite qualcosa siete bravi. Ma è l’indice che viene usato per definire anche i nostri piani di sviluppo. La Sanità che si sta privatizzando si misura con indici simili (dichiarati da molti matematici una manipolazione formale), ma il DALY è un’operazione assolutamente geniale dal punto di vista della trasformazione virtuale delle persone, in quanto dice che dal punto di vista di mercato e di risorse, un anno di malattia (life year) trasforma il guadagno in debito. Uno che si ammala diventa debitore della società. Diventa debitore perché fa spendere. La malattia diventa un debito che qualcuno deve pagare, ed è molto chiaro, anche se non lo dicono, che se io sono malato perché anziano o ho uno scompenso cardiaco o ho un tumore, per un anno, il mio costo, in termini di degenza e medicine è alto. Costa di più un anno di vita malato o uno che muore subito per un infarto? Ovviamente il morto non costa niente, il funerale lo pagano i privati. A questo punto se si trasforma la Sanità in anni di vita che diventano un carico per la società, la BM può pianificare gli interventi in termini di malattie che costano molto (perché vuole che si privatizzi), aprendo un grande mercato. Se una malattia fa spendere molto qualcuno, significa che qualcun altro guadagna molto. Nel rapporto "Macroeconomia della salute" pubblicato dalla BM nel 2002, risulta che le priorità di intervento riguardano le malattie cardiovascolari, e non è una grande scoperta, anche se affermano di aver fatto grandi ricerche in merito. Mettendo insieme le malattie come ipertensione, diabete, scompenso cardiaco, coronaropatie, arteriopatie periferiche… (sopra i 65 anni non avere un problema cardiovascolare è una rarità), apro un raggio d’azione in cui il mercato diventa protagonista nel mondo della Sanità. Ma un bambino di un PVS che muore a tre anni di polmonite, non riscirà mai a diventare visibile nella epidemiologia trasformata in economia, perché conta in termini di morti, diventerebbe ancor più costoso se fosse quantificato in termini di morti evitabili, perché a questo punto l’evitabilità diventa una dimensione infinita e un moltiplicatore infinito sulla scala del diritto, ma sulla scala dell’economia il diritto non costa. E sulla scala dell’economia il diritto è una variabile facoltativa. Entra negli indicatori di sviluppo umani come una variabile che può pesare secondo quanto decidono di farla pesare. Nelle varialbili della OMS e della BM non entrano. E allora le gerarchie delle priorità d’intervento globali sono del tutto virtuali: abbiamo al primo posto le malattie cardiovascolari, al secondo le malatttie oncologiche e AIDS, e al terzo posto c’è la depressione. Se analizzate le campagne che negli ultimi mesi si sono scatenate anche in Italia il non essere depressi è praticamente una colpa (negli USA uno su tre è depresso). Perché depresso vuol dire consumare farmaci antidepressivi. Ma preferiscono parlare del "disagio del vivere" (perché depresso evoca brutte immagini) dove tutti ci ritroviamo. A questo punto il dire che il disagio del vivere è il terzo problema anche della medicina, può essere venduto come un’operazione di immagine globale: la medicina si prende carico del disagio del vivere, cosa che è manifestamente falsa.

La virtualizzazione non è solo concettuale, ha anche delle implicazioni estremamente importanti.
Dare a tutto questo indice globale qualcosa di razionale e quantificabile fa si che l’invisibilità delle persone diventi la regola. In un mondo globale, le persone, i singoli non hanno più spazio. Devono essere riassorbiti. Come nelle statistiche sanitarie piuttosto che nelle statistiche economiche, valgono i valori medi, valgono le grandi tendenze, valgono le percentuali.
Discutevo con dei colleghi che lavorano nella parte dell’Amazzonia equadoregna, area marginale, tutta foresta e fiumi, e dovevano relazionare sul loro progetto sanitario perché dovevano rifinanziarlo, e per rifinanziarlo dovevano ripresentare il progetto in termini di percentuali, di statistiche, di com’era diminuita percentualmente la mortalità. E per questi medici era un dramma trasformare la loro attività sulle persone in conti sulla mortalità aggiustata e altri indici. Indici che erano dei per mille. E i numeri non riuscivano ad esplicitarli. Dovevano dare una percentuale di bambini nati morti in per mille. Ma erano nati mille bambini nei loro villaggi nell’anno? No, assolutamente. Allora la trasformazione si fa attraverso la proiezione: se qui nascono due bambini su cento, evidentemente io dico che sono 0,2 per mille, ma se devo percentualizzare quanti sono sottopeso su una comunità di venti bambini esprimo dei valori insulsi, provate a trasformare tutto questo su scala centomila.
Si devono educare le persone a dare peso al singolo bambino che muore non alla percentuale sui centomila dei nati vivi. Il bambino che muore non ha più tempo di essere dichiarato evitabile, è inesistente, non può essere trasformato in percentuale, deve essere proiettato perché diventi percentuale.
Questa operazione di far scomparire delle persone è importante al punto che se uno prende una delle statistiche davanti alle quali tutti noi ci commuoviamo, sulla mortalità infantile e chiedete, per esempio all’UNICEF, in quelo villaggio preciso, qual’è il numero reale dei morti evitabili, non avrete risposta. Perché tutto confluisce in questo calderone globale che deve dare indici per dare l’idea che globalmente andiamo più o meno bene.

Le trappole definitorie
La globalizzazione ha come nemico la categoria dei diritti universali. La globalizzazione è l’antagonista del concetto di universalità. L’universalità ha a che fare con le singole persone reali, storicamente determinate, in cui ogni singolo pesa in quanto singolo, e ogni singolo è portatore di un diritto in sé, ed è parte di una collettività che si è data come obiettivo, la generalizzazione, cioè l’arrivo a tutti dei diritti; la globalizzazione ha come atteggiamento quello di avere come riferimento un gioco afffermatorio di principi e nient’altro. Non per niente gli ultimi anni sono stati tempi in cui i diritti umani sono diventati la parola d’ordine obbligata.
Non c’è nessuno che nega la priorità dei diritti umani,non la usi come parola chiave eppure, non c’è mai stato tempo come ora, in cui il concetto di diritto umano è stato sostanzialmente negato a tal punto che il termine "umanitaria" ha finito per essere applicata a qualificare la guerra. È stata ed è un’operazione che fa perte di tutto questo gioco di smontaggio dall’interno giocando tutto sulla proiezione virtuale per l’esterno. I diritti umani, nella globalizzazione, sono dichiarati da tutti, non sono più di moda o non si possono più vendere i dittatori, Bush che sta dichiarando la guerra non potrà mai dire d’essere contro i diritti umani, però poi si attiva per svuotare gli strumenti di salvaguardia dei diritti universali.
I diritti universali delle persone, in quanto umani, sono sempre più minacciati; non per niente anche tutta la parte dei diritti costituzionali, come la Dichiarazione Universale che era il cammino verso l’applicazione dei diritti universali della Carta delle Nazioni Unite, son stati dichiarati obsoleti.

Il secondo nemico della globalizzazione è il concetto di pace. La globalizzazione non può tollerare la pace. Siccome la globalizzazione è un progetto di potere, di potere assoluto, svincolata dalle leggi, la pace è qualcosa che può avere un progetto che non sia di potere assoluto di qualcuno su qualcun altro, perché sarebbe la pace imposta dal totalitarismo. La Pace è un progetto permanente sia nel linguaggio biblico che in quello originale delle Nazioni Unite; la globalizzazione ha bisogno di reintrodurre la guerra, non solo come una normalità di mercato, ma perché è l’unico modo per garantire una comprensione e un’accettazione di una realtà di Potere. La guerra è legittimata, è uno strumento di Potere. La globalizzazione in fondo, è il modo per traformare quella che è la logica del Capitalismo, cioè la competitività, a livello globale. Se a livello globale il gioco è quello dei Poteri, la guerra è il metodo più "ragionevole" da riproporre. Perché non deve includere tra i modi competitivi anche la guerra? In fondo, che differenza c’è tra la guerra guerreggiata, le guerre economiche o altro? Sperimentalmente, il passaggio nell’America Latina, tanti anni fa, per schiacciare le rivoluzioni quale è stato? Quello di formulare una terminologia nuova che era "la guerra di bassa intensità", la guerra senza guerra, la guerra che era una guerra estremamente esplicita che non bombardava tutti i giorni, si accontentava di assassinare i ribelli, di far saltare l’economia: si trattava di articolare delle strategie economiche e di terrore. Allora il quadro globale non era presente e questo si faceva localmente. Non era possibile lanciare una guerra.
Ora il problema non c’è più: dopo la prova con la guerra del Golfo e poi le guerre successive, oggi nessuno protesta, perché la guerra è diventata uno strumento di pace. La guerra umanitaria ne è un esempio. Qual’è il politico italiano che si sente a suo agio nel giustificare una guerra umanitaria? tutti. È entrata pian piano la logica di guerra. È quello che su piccola scala stan cercando di far passare, con unica eccezzione del documento degli intellettuali americani di origine ebraica, su quanto sta accadendo in Palestina. Il fatto che tutti continuano a tollerare Sharon che fa la guerra; è diventata una specie di abitudine, raccontare come normalità i razzi che distruggono case perché si presume vi si nasconda un leader terrorista e "per sbaglio" ammazzano dei bambini che giocavano li vicino o vi dormivano. Ma il diritto universale internazionale non ha dubbi nel dire che quelli sono tutti atti di guerra, sebbene nessuno batta ciglio.
In questa operazione di globalizzazione della legittimazione della guerra, giocata ora col terrorismo, è diventata un qualcosa in cui la mescolanza dei termini non permette più di avere un altro pensiero, un’alternativa.

Il terzo nemico formale è la possibilità di avere un’uguaglianza, concetto che non riguarda solo i diritti, la pace, ma che si vada verso una fuizione dell’art.3 della nostra Costituzione2. Ormai si teoriza l’uguaglianza, ma non è più possibile avere un progetto di uguaglianza. L’alterità è scomparsa, gli altri sono soltanto i disuguali :badanti, immigrati, altre categorie… ma tutta questa terminologia, al di là della battaglia dei diritti, è indubbiamente molto importante e molto profonda, perché si stabilisce che ci sono cittadini del mondo globale che non sono cittadini. Sono di seconda, terza, quarta, quinta scelta. Se uno guarda gli indicatori che servono praticamente, basta vedere com’è andata nella trattativa, anche lavorativa, quando si parla di differenze salariali. C’è forse ancora qualcuno che pensa che ci sia qualcosa che abbia a che fare con la discussione sul valore tra salario e lavoro? Ai tempi di Adriano Olivetti si diceva che il gradiente tra l’operaio e il dirigente non doveva esservi un gradino più alto di cinque volte. Nel mondo della finanziarizzazione uno può decidere i guadagni che vuole (pensate, a mo’ di esempio, ai super ingaggi nel mondo del calcio). Decidere che un farmaco salvavita costi per un anno intorno a 50.000 Euro, è una decisione finalizzata a dare un valore di mercato, non ha niente a che fare con il recupero dei costi dei fondi stanziati per la ricerca. "Il prezzo del farmaco non deve avere nessun vincolo con la sua funzione, deve avere un valore di mercato", questo dichiarò un dirigente tempo fa e venne insignito del titolo di "Sir" dalla regina d’Inghilterra, perché ha portato avanti l’industria inglese, in quanto ha stabilito che il termine "innovativo" è quello che paga. Ipotizziamo di estraniarci dal caso nazionale, di non avere l’assistenza sanitaria (ce ne sono Paesi che non danno assistenza) ed ho un male che un farmaco innovativo, che hanno stabilito si debba far pagare 50.000 euro, e che mi cura il mio linfoma, è disponibile. Io, che non ho quei soldi, non posso curarmi. Così il farmaco innovativo che produce salute, e quindi diritto alla vita, diventa produttore di disuguaglianze. I beni di mercato diventano inevitabilmente, proprio perché sono di mercato, beni che differenziano. A questo punto l’uguaglianza come progetto non è più proponibile (nonconfondiamo l’uguaglianza con l’ideologia socialista o comunista, ma semplicemente come rispetto per quello che è il soggetto umano). Questo è vero per i farmaci e la medicina, sta diventando vero per la scuola (pensiamo all’accesso all’Università o a dei Master…).


Le strategie per vivere in questo tempo.

Il no-global è un’intuizione estremamente intelligente perché non dice niente, nel senso che è un logo perfetto rispetto al logo perfetto che è dall’altra parte. I no-global dicono: "il re è nudo". Il problema è se si riesce a dire "il re è nudo" con il disincanto con cui si diceva un tempo. Non prendiamoci troppo sul serio dicendoci no-global, altrimenti si viene trascinati dal global, come tutto ciò che risulta soltanto la negazione dell’altro logo. In non combatto Benetton dicendo no-Benetton. Una volta che so che Benetton è un logo devo giocare sul modo con cui sono formate le leggi di dipendenza dai loghi e dai loro consumi. Il problema non è essere contro qualche cosa, che non ha molto senso, salvo l’essere contro o essere esplicitamente portatori di questa ripetizione da fare senza stancarsi, il non accettare di riconoscere il non pensiero della globalizzazione, proprio per delegittimare la globalizzazione come categoria di riferimento del pensiero.
Penso che dovremmo vivere in questo tempo senza avere troppi problemi di tempo in avanti, perché la globalizzazione, in una logica molto aziendale e di mercato, sta cercando di imporre il tempo e le scadenze come il modo unico per essere efficienti e credibili. Dobbiamo capire che se vince anche quest’altra battaglia, vince la battaglia di fondo. Perché è come se togliesse il tempo alla storia.
Il problema invece è di ridare il tempo alla storia, perché se ognuno vive il suo tempo come se fosse quello definitivo, senza riferimento alla memoria e al futuro, senza prendere l’articolazione della diversità che abbiamo in questa storia, evidentemetne restiamo intrappolati. Dovremmo, come si legge nella lettera ai Tessalonicesi, avere la "paziente impazienza" di coloro che vivono gli ultimi tempi, ma sapendo che il tempo non è definito. Nella mia storia di cammino umano non mi devo mettere troppe scadenze, altrimenti riconosco quelle degli altri. E non devo chiamarmi troppo sconfitto o vincitore.

 

 

Note:
1Il gigante texano dell’energia Enron è crollato in poche settimane, distrutto da un management spregiudicato che ha truccato per anni i bilanci aziendali il 30/11/2001. torna su

2Cita l’articolo 3: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese." torna su

Gianni Tognoni è medico e ricercatore, presidente dei Tribunale dei Diritti Umani.
Articolo tratto dalla relazione tenuta al seminario "Carità o Giustizia?" organizzato da Macondo in Agosto 2002. Il testo non è stato rivistato dal relatore.