La guerra è schifo

Il volontario di Emergency racconta la sua esperienza professionale e umana in Kurdistan e Afghanistan Sono un infermiere, mi sono diplomato nel 1995, e nel mio percorso ho incontrato Emergency, una O.N.G. fondata a Milano dal dottor Strada che cura le vittime civili dei conflitti e soprattutto le vittime delle mine antiuomo. Cura le vittime civili, non perché trascura i militari, ma perché il 95% delle vittime di guerra sono civili. E di questo 95% il 30% sono bambini.
Appena diplomato non avevo un’esperienza sufficiente per affrontare evenienze di questo tipo, e ho lavorato in alcuni ospedali di Milano per 10 anni, dove vivo, dopo aver vissuto per 22 anni a Treviso. Quindi sono partito per il nord dell’Iraq, quello che viene chiamato Kurdistan, anche se non compare sulle cartine geografiche, dove vivono 24 milioni di creature che sono i Curdi che per qualcuno non sono creature ma esseri da eliminare.
Dopo 6 mesi in Kurdistan (dove Emergency ha due ospedali chirurgici e 3 centri di lebbrizzazione oltre a 17 pronti soccorso sparsi sul territorio), sono andato in Afghanistan l’anno scorso, per aprire un ospedale a Kabul, sotto il regime talebano. L’ospedale è durato tre mesi poi abbiamo avuto un’irruzione armata dei Talebani e quindi, per ragioni di sicurezza, abbiamo dovuto evacuare il paese, ma sono tornato in Novembre e l’ospedale è stato riaperto e sta funzionando perfettamente.
In Afghanistan abbiamo un altro ospedale che sta funzionando dal 1999, nella valle del Panshir, l’ultima lingua di territorio sotto il controllo dell’Alleanza del Nord e mai caduta nelle mani talebane.

La mia difficoltà qui, ora, è di riuscire a trasmettervi cosa significhi umanamente, oltre che professionalmente, lavorare in certi contesti.
Se qualcuno mi chiedesse che cos’è la guerra, io, che non sono un tuttologo ma un infermiere, userei dei termini più vicini alla mia realtà: la guerra è merda, è vomito, è sangue. La guerra fa schifo sotto ogni punto di vista. La guerra sono delle madri che si battono il petto e non capiscono come mai i loro bambini che stavano giocando sono saltati su una mina pensata, progettata, disegnata, costruita da qualche signore molto elegante che sta fumando il sigaro dietro la sua bella scrivania del suo bell’ufficio di un bellissimo palazzo.
Tanto per ricordarvi, la mina più pericolosa che si trova in questi paesi che si chiama Valmara 69 e i bambini curdi, così come quelli afghani, te la mostrano aprendo tre dita di una mano, perché ha tre pungiglioni sopra una capellina di metallo (che sarebbe il detonatore), è stata prodotta e venduta in Italia dalle fabbriche del signor Gianni Agnelli.
Io credo che questo non sia un bel primato per l’Italia. Penso che se voi vedeste un bambino che arriva in pronto soccorso, o un uomo o una donna, dopo che è saltato su una mina, l’impressione sarebbe quella di schifo profondo. Nel senso che i feriti da mina sono brutti, sotto tutti i punti di vista. Hanno le gambe spappolate, la ferita alla gamba noi la chiamiamo a cavolfiore, per un’immagine che cerca di avvicinarsi a quest’esplosione che ha prodotto nei tessuti molli e nelle ossa una forma che ricorda il cavolfiore appunto.
Io non riesco ancora ad abituarmi alla loro visione e, credetemi, ormai ne ho visti tanti, e credo che mai mi abituerò, anche se professionalmente devo creare un distacco per poterli aiutare. Ma ogni volta mi si contorce lo stomaco.
Faccio fatica a raccontare queste cose, perché ogni volta mi vengono alla mente queste persone e soprattutto i bambini, perché è chiaro che coinvolgono di più. Ma vale anche per gli anziani, anche se in Afghanistan sono pochi in quanto l’età media raggiunge i 43 anni.
L’Afghanistan è un paese grande come la Francia ed ha dieci milioni di mine sparse sul territorio. Detto così sembra un dato freddo e poco suggestivo. Ma se vi dico che nel percorre poco più di dieci metri un bambino, una donna o un uomo incontra sei mine, potete ben capire di cosa sto parlando. Immaginate un bambino che ha la vita dentro, ha voglia di correre, di muoversi e si trova nel mezzo di questa miriade di "fiori metallici", come li chiama Moni Ovadia, che sono delle armi progettate da uomini in modo così preciso, diabolicamente geniale. Io credo che queste intelligenze potrebbero riconvertirsi al Bene.
Altre mine le chiamano "pappagalli verdi", sono mine scaricate dagli elicotteri, sono molto piccole e funzionano a pressione cumulativa. Significa che quando si prende in mano, e le prendono soprattutto i bambini perché hanno una forma curiosa, la mina non esplode subito ma deve raggiungere una certa pressione. E’ stata progettata appositamente così perché il bambino la porti con sé, ci giochi con altri coetanei, in modo che quando esplode ferisce più persone.

Io sono un infermiere. pensavo che lavorare negli ospedali in Italia mi avessero ben temprato, ma quando ho visto per la prima volta un ferito da mina, in Kurdistan, un quattordicenne che aveva perso entrambe le gambe ed era pure ustionato, non mi sono neppure avicinato al letto dalla paura che avevo. E me lo sono chiesto: io sono un infermiere, dovrei essere il primo a soccorrerlo. Invece la scena e l’odore forte di carne bruciata mi bloccarono. Per fortuna ho incontrato persone che mi hanno aiutato, persone in gamba che hanno compreso le mie paure, sanno cosa significa per un occidentale, o per uno che non conosce quel mondo, quelle situazioni, affrontarle.
Emergency sta portando avanti una campagna di Pace, perché vivendo dentro le guerre, può testimoniare che ogni guerra fa schifo. Io spero che non ci siano più imbecilli che pensano che la guerra è un buon strumento per risolvere i contrasti. Non lo è.

Mi viene in mente la scolaresca di 23 bambini di 9 anni, arrivata perché uno di loro aveva trovato una mina e l’aveva portata in classe dove è esplosa. Ce li hanno portati nell’arco di tre ore. Abbiamo lavorato fino a mezzanotte o all’una. Si sono salvati tutti, uno è rimasto in coma qualche giorno poi si è risvegliato. Solo uno, quello più vicino all’esplosione è morto, non è neppure arrivato all’ospedale.
Una settimana dopo li abbiamo chiamati tutti in giardino, nel bel giardino che abbiamo lì, un’oasi nella disperazione di Kabul. E abbiamo fatto loro la fotografia di classe. Chi era senza un occhio, chi menomato, chi bandato, ma erano lì. E sono delle piccole soddisfazioni, come lo sono le madri che parlano persiano ma con gli occhi ti ringraziano.per quello che stai facendo.

Velevo spendere ancora qualche parola per dirvi questo: proviamo a non immaginarci superiori a nessuno. Proviamo a capire, il segreto è qui, i motivi di queste persone.
E vorrei chiedervi, senza criticare gli Stati Uniti, o l’Europa o la Cina o il Giappone, che non mi interessa farlo, se un bambino afghano durante l’ultimo conflitto ha visto aumentata la probabilità di saltare su una mina, in quanto anche delle cluster bombs lanciate una su cinque non è esplosa e di fatto si comporta come una mina antiuomo, qual’è stato il guadagno umano, il guadagno economico non mi interessa, chiedo: qual’è stato il guadagno umano?
Sarei ben felice se qualcuno mi potesse dare una risposta.
Credo che questo sia ancora una volta la prova che questo strumento è uno strumento che non funziona. Bisogna, io credo, capire anche le ragioni degli altri.

Emergency cura anche i prigionieri ed io mi sono trovato, ogni sabato e domenica per cinque mesi, ad andare a curarli nelle prigioni ovvero degli scantinati umidi, freddi, sporchi e puzzolenti.
La prima volta che ho aperto una cella, delle dimensioni di un bagno delle nostre case, c’erano dentro venti persone: erano Talebani, questi Al Queda, questi famosi terroristi, questi mostri, come erano stati dipinti. Io mi son trovato davanti a venti persone ferite, ammalate di cui il più grande avrà avuto diciasette anni. Stavano tremando come delle foglie perché mi vedevano occidentale e non capivano cosa volessi.
E allora ti chiedi: ma i mostri di cui ci è stato raccontato dove sono?
Io non li ho visti. Ho visto ragazzini giovani, chiaramente indottrinati, purtroppo, perché non gli è stato offerto nient’altro, che si sono trovati in un film dove non riuscivano ad immaginarsi che in realtà fosse così. Mi ricorderò per sempre la porta di ferro della prima cella che mi è stata aperta: c’era incisa una Moschea con due mani giunte in preghiera, solo che le mani avevano delle manette.
Il significato di tutto sta nel rispetto delle differenze. Non siamo tutti uguali, abbiamo una radice comune: siamo esseri umani. Apparteniami a diverse religioni, stati, culture, partiti, non ha importanza: siamo esseri umani.

L’Afghanistan in questo momento sta soffrendo tantissimo, anche se i media urlano che "È scoppiata la Pace!" (…e ha fatto molti morti). Non è vero che c’è la pace.
Le donne che si sono tolte il burka, sono donne che quel giorno la CNN ha pagato per mostrarle al mondo, così come hanno pagato i Taleban che si sono tagliati la barba: non è vero assolutamente. L’informazione è filtrata. Si deve leggere tra le righe, si deve comunque pensare che la realtà che ci propinano qui è difforme da quella che si vive lì.

Io credo che la mia vera missione sia laggiù, perché ho sofferto moltissimo quando sono tornato dal Kurdistan, come ho sofferto molto quando son tornato dall’Afghanistan. Ora soffro un po’ meno perché mi sono licenziato dal mio ospedale pubblico dove lavoravo, e dove i medici, quando tornavo da queste missioni, mi chiedevano come sono le donne arabe invece di domandarmi qualcos’altro. Sono stato assunto da Emergency, lavoro con loro, è stata una scelta dura importante, una scelta di vita, fatta con una compagna intelligente che ha capito questo mio stato d’animo.
Ma non sarei stato più capace di lavorare in un sistema che cura soltanto per un profitto.
E nella Sanità finalizzare al profitto è una cosa ancora più di impatto. Nel senso che una vecchietta di 95 anni qualche piccola aritmìa c’è l’ha. Allora non facciamole di tutto, diecimila operazioni, spiegando a questa signora che non lo capisce, che lo si fa per la sua salute, per garantirgli una qualità della vita migliore per dodici sedici ore e intanto l’Azienda incassa tanti bei soldini. Questa realtà è ridicola. Io mi sono stufato, lo ero già da prima, e ora che ho conosciuto la realtà di alcuni posti, realtè dura, ma ricca di valori, nel senso che in Afghanistan una stretta di mano è una stretta di mano, per me è impensabile tornare nella realtà italiana.

Mi congedo con un aneddoto su Kofi Hannan. È arrivato a Kabul, io l’ho visto, a parlare con i vari ministri e aveva un seguito di 16 Land Cruiser blindate con degli elicotteri che gironzolavano sopra Kabul. Io per andare da casa nostra all’ospedale ci impiego esattamente tre minuti, quella mattina ho impiegato un’ora e quaranta, finché il mio aiutante afghano si è incazzato e ci hanno fatto passare al check point.
Alle due del pomeriggio ero al pronto soccorso e arrivò un bambino di sei anni con un ginocchio spappolato da un colpo di kalasnjikov. Il colpo di kalasnjikov ha la particolarità di entrare e girare per distruggere più tessuti possibile facendo una cavità di quindici centimetri. Potete immaginarvi cosa può essere rimasto del ginocchio di un bambino di sei anni. Il padre ci ha informato di come è accaduto. L’elicottero che doveva prendere Kofi Hannan era parcheggiato in uno dei campi perché la pista di atterraggio non era disponibile.
I bambini giocavano intorno a questi elicotteri facendosi fluttuare dall’aria spostata dalle pale. Per loro è una cosa stupenda, bellissima, lo posso immaginare. Un imbecille delle guardie di Kofi Hannan ha pensato che questo potesse essere un terrorista di Al Queda in erba, per cui ha sparato a questo bambino. Il signor Kofi Hannan, non si è neanche girato, ha preso il suo elicottero e se n’è andato.

volontario di Emergency in Kurdistan e Afghanistan

intervento alla Festa di Macondo 26/05/02