La guerra, il mercato e la retorica

«È la guerra, caporale Brown!».

John Wayne lo avrebbe ripetuto, da impavido colonnello, allo spaurito graduato di truppa proveniente dal Nebraska. L’elmetto ammaccato e calato di traverso, i suoi lacci aperti di lato, il fucile in mano e una traccia di fango sugli zigomi, mentre il fumo della battaglia finale si leva fastidioso sullo sfondo.

«Sicuro! È la guerra, caporale Brown!».

È la guerra di cui non possiamo fare a meno, la guerra che si impone al nostro orizzonte, la guerra che sembra essere una nostra sorella inseparabile, la guerra spina dorsale di un mondo. Accettarla e accettarne le regole è il messaggio perverso dell’America. O meglio, degli Stati Uniti d’America.
Gli americani sono fatti così. Periodicamente eleggono qualcosa o qualcuno che, come la guerra, rappresenti l’ineluttabilità del presente e del futuro e pretendono che tutti lo accettino. Pretendono che tutti possano considerare inevitabilmente giusto ciò che giusto non è. Pretendono che il proprio esclusivo interesse sia considerato, in chiave quasi trascendentale, una nuova edizione delle Tavole della Legge. Pretendono di ergersi a portatori di una civiltà del bene: un bene visibile e concreto per se stessi e un bene soltanto mistico e futuribile per gli altri. Pretendono di affermare una logica economica di sopravvento e di potere, di dominio e di sottomissione, in un contesto retorico di finzione idealistica e di mistificazione pseudoreligiosa. Pretendono di costruire una moderna Torre di Babele con il lavoro e con il sangue dei deboli e di goderne i frutti senza spartire niente con nessuno.
In questa loro trasformazione dell’economia in chiave quasi teologica, hanno identificato Dio con il bene economico e il Messia con sé stessi. Adesso comandano.
Così non può continuare. Non può continuare questa ubriacatura mercantile, dove la logica disumana del denaro e dello sfruttamento delle risorse diventi il pane quotidiano e dove la commercializzazione della vita e di tutto ciò che è umano, e quindi intrinsecamente invendibile, diventi la ragione per cui vivere. Il risultato è una devastazione delle relazioni umane e uno squarcio profondo nella vita del mondo. Tutto è mercato e tutto discende e dipende dal mercato.

«È il mercato, caporale Brown!».

John Wayne è stato sostituito da uomini senza nome e senza volto che si rivolgono ai disorientati soldati di un esercito imponente e impoverito. Sostituito l’elmetto con la cravatta, il messaggio di ineluttabilità di ciò che avanza è sempre lo stesso. Accettarlo e accettarne le regole continua a essere sempre di più il messaggio degli Stati Uniti d’America.
Tuttavia, più ancora della guerra in campo aperto, le dinamiche del mercato propongono un modello squilibrato di persona, dove la vita non vale in se stessa, ma per i meriti conquistati sul campo. Guadagno perché lo merito e quindi frequento le scuole migliori e mi faccio curare negli ospedali migliori perché l’ho meritato. Vivo bene perché rispetto le regole comuni (spesso determinate dalla stessa logica mercantile) e pertanto, se non le rispettassi, mi meriterei il giusto castigo.

«È il mercato, caporale Brown!».

Portarsi a casa la pelle. Il messaggio che viene dato a ogni soldato è sempre lo stesso, dai reparti specializzati di West Point alle tane di marescialli magazzinieri nell’Italia del Sud. La logica militare è profondamente individualista. Le strategie militari fanno leva su obiettivi raggiungibili con azioni necessariamente comuni, ma in fin dei conti la salvezza è sempre un fatto individuale. Appunto: portarsi a casa la pelle.
Questa è una dinamica antitetica alla religiosità cristiana, perché vive e si abbevera della sola fiducia illimitata in se stessi e perché non educa alla fiducia nell’altro, che viene considerato soltanto un elemento incidentale o tutt’al più funzionale al proprio ruolo e quindi, in ultima battuta, alla propria salvezza.
La salvezza è una categoria teologica universale, ma può anche essere assunta in chiave economica. La tutela dell’interesse particolare è una riduzione della salvezza alle forme più immediate e quasi fisiche dell’umano. Ecco perché gli americani parlano sempre di Dio. Lo sentono vicino, lo avvertono paradossalmente come un antagonista serio e pericoloso, vorrebbero sostituirsi a Lui, ma, non riuscendovi, cercano allora di appropriarsene e perciò lo banalizzano. Avvertono quasi un sistematico senso di inferiorità davanti al Dio vivente e quindi si illudono di esserne i figli prediletti. Io credo che nessuno meglio degli Americani rappresenti storicamente il peccato originale, vale a dire la pretesa di assumere le sembianze del padrone della vita. Orgogliosamente superbi e pieni di se stessi, ma in fin dei conti deboli e zoppicanti.

«È il mercato, caporale Brown!».

Ormai più nessuno crede alla barzelletta vecchia e stantia, secondo la quale una maggiore produzione e circolazione della ricchezza generi inesorabilmente anche una migliore distribuzione. Non soltanto non ci credono i potenti, i quali peraltro non ci hanno mai creduto, ma non ci credono nemmeno i poveri della Terra. Oggi il mercato comandato dagli Americani, dall’Occidente è diventato per le moltitudini soltanto una triste e frustrante masturbazione. Che cosa c’è in una masturbazione fatta da un adolescente? Il miraggio di una donna esplosiva e travolgente e la delusione di trovarsi alla fine soltanto con un oggetto in mano. Sfido chiunque a dimostrare che oggi il capitalismo per quasi tutti gli uomini sia qualcosa di diverso da questa immagine.
Ci sono mille e mille modi per prendersi gioco del mondo: la retorica della libertà, la psicosi dei cattivi che sono alle porte, l’inganno deplorevole dei buoni sentimenti, i colori e i sapori della televisione commerciale, lo scintillio dei centri commerciali. Tuttavia, più di ogni altra illusione, è proprio il sogno di un domani migliore che ci trae in inganno.
In questo valzer di pretese e di promesse si intrecciano i drammi dell’umanità presente, alla quale sta per essere tolta la coscienza e, al di là di tutto, la libertà di essere e di pensare.
Quando vedo uomini, donne, ragazzi e perfino bimbi in grado soltanto di esprimersi con le categorie verbali della televisione più sciocca e fuorviante, penso che gli Americani «ce l’hanno fatta», come si direbbe nella migliore delle loro commedie. Ce l’hanno fatta a svuotare i cuori e le anime delle persone. Che bisogno c’è di pensare o di credere o di amare in un mondo dove il “business” si affermi? Si è mai visto qualcuno fare affari con il cuore o con l’anima?
Mi ricordo che una delle bestemmie più grandi l’ho sentita ripetere non da uno scaricatore di porto rozzo e volgare, ma dalla “leader” dei commercianti della mia città qualche tempo fa: «Io sono commerciante con il cuore». Commerciante con il cuore? Ah, sì? Forse avrebbe fatto meglio a rovesciare i complementi: «Io ho il cuore nel commercio».
Perché, vedete, miei cari, il mercato ha bisogno delle sue menzogne, delle sue ipocrisie, delle sue compassioni recitate. Vi ricordate il “capitalismo compassionevole” di Bush figlio o l'”America gentile” di Bush padre? Eccoci qua. «Pare de sofrer, venha conosco» – «Smetti di soffrire, vieni con noi», stava scritto sull’ingresso di una di quelle chiese evangeliche prezzolate dagli Americani, a Rio de Janeiro. E il povero va. Che cosa volete che faccia? Rifiuta? Fugge? Fa un’analisi sociologica del fenomeno? No che non lo fa. Lui ci va, come un cavallo davanti allo zuccherino.

«È il mercato, caporale Brown!».

Vedo una configurazione satanica in alcune forme del capitalismo. «Per te trasformerò le pietre in pane». A Gesù Cristo l’avevano promesso ed è proprio la retorica della promessa di trasformare le pietre in pane che sta uccidendo lentamente l’Occidente. Il pane va sempre ad alcuni e, per la verità, sempre agli stessi, ma le pietre rompono e staccano i denti delle moltitudini affamate. Il mercato crea fame e miseria e se ne alimenta. In Brasile non ci sono mai stati comunisti né islamici, però ci sono 90 milioni di anawim, i più poveri tra i poveri. Chi li ha generati? Quale ipotetico impero del male li ha prodotti? Però nessuno discute le forme di questa infamia.
Tutti piegano in due il proprio volto e le proprie spalle, come oscurati dal dolore e dalla preoccupazione, quando parlano della povertà, dissociandola pericolosamente dai poveri, i quali, da uomini in carne (poca) e ossa (molte), ormai sono diventati una categoria funzionale alla pulizia delle coscienze sporche, di cui ricordarsi in occasioni prefissate.
Tutti piegano in due il proprio volto e le proprie spalle, come oscurati dal dolore e dalla preoccupazione, quando parlano della droga, però tutti sanno benissimo anche che ormai la maggioranza degli adolescenti dell’Occidente fa uso quasi regolare di sostanze stupefacenti. Le discoteche non le hanno inventate i comunisti o gli islamici. Tutti sanno benissimo che un modello ancorato al “business” da divertimento non ne può più fare a meno e quindi tutti tollerano l’intollerabile. E così un’intera generazione sta andando a fuoco, bruciata da un male provocato nelle pieghe di un sistema e da un progetto deliberato di annientamento. Ogni forma di tossicodipendenza è l’esito di un progetto e io non credo all’intrinseca debolezza o colpa dei giovani. Il mercato non può che produrre tutto questo. Dopotutto anche la cocaina si vende.

«È il mercato, caporale Brown!».

«Il ricco commette ingiustizia e per di più grida forte. Il povero subisce ingiustizia e per di più deve scusarsi». La pagina sapienziale del libro biblico del Siracide è lo scuotimento di testa sconsolato di chi viene progressivamente messo a tacere in un universo già scritto, definito, delimitato, preparato, controllato. Ai più questa pagina sembra una denuncia, mentre in realtà è la sommessa dichiarazione di resa e di sconfitta del giusto, che si sente prigioniero dei ricchi e dei potenti in un mondo che sente sfuggirgli dalle mani.
Il senso di sconfitta ci pervade quando il silenzio si impossessa e si impadronisce di noi. Poi basta un maremoto per spaventarci e per mandarci in crisi.
Ogni giorno muoiono bambini per la fame, la dissenteria, il morbillo, la malaria, la febbre gialla, il freddo, il caldo, la violenza e quant’altro possa ucciderli, ma chi ne parla? Ogni giorno ci sono donne che muoiono o che vengono offese, sfruttate, umiliate, abbandonate, ma chi ne parla?
Ci sono onde invisibili che ci spazzano via in silenzio e senza colpo ferire. I gemellini morti di freddo e di miseria a Napoli qualche giorno fa sono tanto diversi dai bimbi dello Sri Lanka? No che non lo sono. Sono semplicemente due innocenti, che muoiono da soli e non in compagnia di altri innocenti. La differenza di centocinquantamila innocenti che muoiono da soli con centocinquantamila innocenti che muoiono tutti insieme sta soltanto nell’assenza di telecamere per i primi e, in quest’ultimo caso, nel fatto che i secondi sono morti per fatalità e i primi per colpa.

«È il mercato, caporale Brown!».

È quel mercato che appare sempre di più come una fatalità tragica e inevitabile. Accettarlo e accettarne le regole pare essere un obbligo suicida del mondo contemporaneo. Ma perché? Perché, dico io, non possiamo ridare a Dio il suo ruolo e agli uomini la loro dignità? Chi ce lo impedisce? Chi ci impedisce di slacciare l’elmetto e di buttarlo via? Chi ci impedisce di affrancarci da questa stupida illusione? Chi ci impedisce di aprire spazi di liberazione profetica?
Oggi ho sentito una notizia raccapricciante. Ascoltatela.
Una volta conosciuta l’entità catastrofica dei danni materiali del maremoto in Asia, le quotazioni azionarie delle principali imprese giapponesi di costruzioni civili sono schizzate all’insù.

«Diamoci la mano, caporale Brown! Coraggio, amico, scaraventiamo in mare anche il tuo colonnello…».