La guerra non risolve niente

Ci sono state persone che hanno pianificato il sacrificio di altre persone per dare luce al loro odio. Lo chiamano Terrorismo ed è mostruoso.
E c’è chi ne ha approfittato per speculare in Borsa o stampigliare magliettine che ricordassero l’evento. Lo chiamano Capitalismo ed è altrettanto mostruoso.
Ed è mostruoso anche quanto stanno dicendo i politici a cui fa eco la stampa, un discorso che sa di vendetta e che culmina nella parola guerra. Ammiro chi è riuscito, appena accaduto l’attacco alle Twin Towers e al Pentagono, formulare pensieri, ragionamenti, previsioni e accuse. Io sono solo riuscito a balbettare qualcosa, con vergogna.
Lo scarso valore che si da alla vita, il mancato riconoscimento dell’altro, non finirà mai di ferirmi, addolorarmi e indignarmi.

In pochi attimi sono state cancellate migliaia di vite.
Ci sono state persone che hanno pianificato il sacrificio di altre persone per dare luce al loro odio. Lo chiamano Terrorismo ed è mostruoso.
E c’è chi ne ha approfittato per speculare in Borsa o stampigliare magliettine che ricordassero l’evento. Lo chiamano Capitalismo ed è altrettanto mostruoso.

Ed è mostruoso anche quanto stanno dicendo i politici a cui fa eco la stampa, un discorso che sa di vendetta e che culmina nella parola guerra.
Un Paese civile, democratico, difensore della libertà non dovrebbe ricercare la vendetta, ma la giustizia.
Scaricare delle bombe in qualche parte del mondo per punire l’ideatore o gli ideatori dell’orrenda strage, non risolve il problema, lo inasprisce.

Dobbiamo essere consapevoli e riconoscerlo: il male fa parte della condizione umana. Non sarà certo una guerra ad eliminarlo: il male non si vince con il male. Col terrorismo l’umanità farà sempre i conti, un terrorismo che cambierà lingua, colore, motivazione. Arriverà nei luoghi più impensati, nei momenti più impensati e colpirà innocenti. E ogni volta per sconfiggerlo dovremmo partire da zero, difficilmente si potrà fare esperienza sul passato, perché non sarà mai simile alle edizioni che lo hanno preceduto, se non nella violenza.

E allora come reagire a tanta barbarie?
Un grande Paese come gli Stati Uniti ha dalla sua una grande Rete di uomini e mezzi che ha tentacoli e orecchie in ogni angolo della terra; la si attivi per scoprire l’impalcatura che sostiene questi uomini: gli intrecci, i legami, le coperture sino a catturare i colpevoli e giudicarli, ben coscenti che nessuna vita merita la morte. E gli altri Paesi, il nostro compreso, che si sono detti vicini agli U.S.A., mettano a disposizione la loro rete di intelligence, si indaghi assieme. L’Italia ha conosciuto in casa propria il Terrorismo, ci sono voluti dieci anni per vincerlo. E lo ha vinto non solo con le indagini, ma anche col mancato appoggio della gente ai terroristi.

E questo è il secondo punto su cui si deve lavorare: isolare i terroristi.
E questo significa risolvere i problemi mai risolti: la questione palestinese e israeliana; il dare dignità ai popoli "invisibili" (penso ai curdi, ai berberi…); fermare le molte guerre che si finanziano in Africa per avere il dominio sulle materie prime; rimuovere la cattiva distribuzione delle risorse planetarie (il 20% opulento consuma più dell’80% delle risorse del Pianeta); bloccare lo strapotere delle multinazionali; togliere gli embarghi che causano la morte di molti bambini.
L’ingiustizia porta benessere e agio a pochi ma distribuisce disperazione e povertà a molti. E la disperazione può spingere a scelte radicali, estreme.

Gran parte del pianeta conosce la guerra. E coloro che la vivono non hanno certo sussultato di terrore al racconto di quanto è successo a New York, come è capitato a noi. Per loro il terrore fa parte del quotidiano.
Dalla strage di New York coloro che inneggiano alla guerra dovrebbero riflettere su cosa significhi "colpire chirurgicamente".
Si è visto che è qualcosa di diverso dal videogame che ci hanno proposto i media nella guerra del Golfo o quella jugoslava. Non sono rappresentazioni indolori, finte. C’è il caos, la gente muore, e chi sopravvive racconta esperienze drammatiche, terribili.

La gente irachena, come quella jugoslava, ha vissuto drammi analoghi a quelli raccontati dai sopravvissuti di New York. Solo non sono stati interpellati. Altrimenti avrebbero raccontato la disperata fuga dal loro palazzo colpito e incendiato; o avrebbero ricordato il fuoco e la nube tossica che si liberava da una fabbrica chimica o da un deposito petrolifero, incapaci e impotenti a mettere in salvo se stessi e i propri bambini; o avrebbero raccontato dei colpi lanciati da armi caricate con munizioni all’uranio impoverito, che prolungano la loro forza di morte anche dopo che sono stati sparati.
La guerra affrontata con le armi intelligenti non ha mai raccontato questo all’Occidente. Ma è accaduto ora con un attentato.

Ora abbiamo una narrazione. Sia da stimolo per capire che le vendette e la violenza non risolvono i problemi, che far scivolare nel terrore altra gente perché nel loro territorio si nascondono dei terroristi, non riporta in vita le vittime di New York e non preserva i vivi dal terrorismo.
Se in questi momenti c’è bisogno di un esercito, questo esercito dev’essere formato da donne e uomini liberi e pari, che vogliono la pace, e per ottenerla devono seguire la difficile e tormentata strada che porta a cercare e costruire la Giustizia.

18 Settembre 2001