La liberazione dei deboli ha la precedenza sulla libertà dei forti

Le condizioni primarie di un sentire libero

«Un albero che cade
fa più rumore di tutta
una foresta che germoglia».
[Anonimo africano]
«Trasformare l’avvenimento
in libertà.
La speranza riscattata dalla fatalità
è la libertà vera,
realizzata, vivente.
È la speranza fondata
sulla coscienza.
Soltanto la speranza
che sopravvive
di fronte all’enigma
e si consolida decifrandolo
è quella che riempie
la coscienza e la informa».
[M. Zambrano,
«L’uomo e il divino»]

Dal treno, dopo Rovigo, un piccolo bosco di pioppi, ordinati come soldatini. Ciascuno con la sua ombra, tutte ombre uguali, sul terreno chiaro. Stanno lì, a fare il loro mestiere di alberi, giorno e notte, e se li guardi bene si capisce che sono contenti. L’immobilità degli alberi richiama quella operosa delle pietre nelle fondamenta di un grande edificio, o nella base di una colonna di cattedrale: vigilano sulla stabilità e l’orientamento del mondo.

Il silenzio di Dio
Dio tace ­ ha detto il Papa commentando un passo di Geremia; Dio «non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall’agire dell’umanità». È vero. Dio tace e per l’uomo biblico è angosciante, è il silenzio dell’amico. Un silenzio “assordante”, più di mille parole gridate, per il credente che cerca di sintonizzarsi con Dio. Perché tace? Perché non si rivela più? Qual è il senso di questo silenzio? Tutti sappiamo che una comunicazione è possibile quando gli interlocutori si mettono sulla stessa lunghezza d’onda. Dio tace perché l’uomo non gli risponde: è l’uomo a costringere Dio al silenzio, a togliergli la parola, perché è diventato sordo e indifferente, non cammina sulle vie di Dio, ma percorre strade di distruzione e di morte. Il dramma, o meglio la tragedia del nostro tempo, è il silenzio dell’umano e Dio non può letteralmente manifestare il suo Volto perché fin dal principio ha scelto di rivelarsi attraverso gli atti, le scelte, le parole di umanità dei figli. Il senso di questo silenzio è un accorato interrogativo rivolto a ciascuno e all’umanità. Chi sei? Verso dove vai? Te ne accorgi che stai preparando un diluvio? Non è un’accusa. Nella bibbia ad accusare è Satana, l’avversario. Dio non accusa, interroga. Chi accusa intende solo ferire, colpevolizzare, far soffrire, possibilmente annichilire. Dio invece libera, e per liberare interroga le nostre coscienze affinché ci risvegliamo al senso della realtà e cerchiamo soluzioni. È un’interrogazione appassionata, dolente, partecipe per cercare di sottrarci alla deriva verso la disumanità. Sì, Dio tace e insieme parla come non mai. Anzi grida nella disperazione dei poveri, grida nella moltitudine di bambini malati e affamati, grida nella terra devastata. Il silenzio dell’umano è grido di Dio. La liberazione dei deboli va sempre anteposta alla libertà dei forti: è il messaggio sovversivo del vangelo in ogni epoca.

Una falsa libertà
Un filosofo, non ricordo esattamente chi fosse, ha detto che la relazione fra il debole e il forte sta nella libertà che opprime: e la libertà opprime quando mente. La libertà, specialmente quella che deriva dal denaro, occupa un posto assai importante nel mondo contemporaneo, ma non si tratta di libertà paritaria: è piuttosto una finta libertà. La libertà del commercio, ad esempio, è voluta da uno dei governi più protezionisti del mondo. Molti trattati commerciali, dopo aver minuziosamente lavorato per smontare le economie più deboli, tendono all’affermazione dei più forti. Un mondo di “esperti” quello della globalizzazione, che incarna uno statuto bugiardo quando promette un mondo senza frontiere. La globalizzazione dell’economia è in buona sostanza una totale privatizzazione del mondo. Un mondo privatizzato, non solo crea disuguaglianze enormi, ma anche disperazione solitaria, se manca un interlocutore pubblico, e si impone al suo posto una banda privata che governa il mondo dietro la finzione di una bandiera nazionale. Le potenze che dominano il pianeta ragionano con le bombe. Sono la forza, una forza geneticamente modificata, un potere smisurato che debilita la natura ed esercita la libertà di trasformare l’aria in fuliggine o il diritto di lasciare l’umanità senza casa. Una forza che definisce errori le sue atrocità, è sorda a qualunque ammonimento e schiaccia chiunque le si pari dinanzi. Abbiamo verificato in questi ultimi mesi, come la guerra anglo­americana contro l’Iraq abbia spudoratamente imbavagliato la democrazia e comprato l’omertà dei paesi poveri, mostrando quanto sia vera quella sentenza che la prima vittima della guerra è la verità.

La debolezza alternativa alla forza
«Si dice spesso che la forza è impotente a dominare il pensiero: ma perché questo sia vero, occorre che vi sia il pensiero. Là dove le opinioni irragionevoli tengono il luogo delle idee, la forza può tutto. È assolutamente ingiusto, ad esempio, dire che il fascismo annienta il libero pensiero: in realtà è l’assenza del libero pensiero che rende possibile l’imposizione con la forza di dottrine ufficiali interamente sprovviste di significato. Per la verità, un regime del genere riesce ad accreditare ancora considerevolmente l’imbestiamento generale, e c’è poca speranza per le generazioni che saranno cresciute nelle condizioni da esso determinato» (S. Weil). Noi siamo un piccolo drappello, che cerca di immettere nell’attuale situazione di violenza tra le forze in campo un elemento di debolezza che, proprio perché tale, può aprire nuove possibilità. La debolezza è il valore aggiunto di ciò che non ha prezzo e che pure è ineliminabile nell’esperienza umana, in ogni latitudine e tempo: la fiducia, la solidarietà, la gratuità, la compassione, l’amicizia. Queste cose non hanno prezzo e sono deboli. Diceva Romano Guardini: «La verità nel mondo è debole, il più stupido degli uomini può ferirla». È la complessità della storia che chiede a tutti di attrezzarsi in modi inediti per far fronte alle crisi grandi e piccole. Ci sono nel mondo tanti movimenti sociali, rurali, politici, culturali che intervengono a rompere questo cerchio, fatto di ricatti e di violenza. C’è un diffuso recupero dell’identità e della coscienza, un’anarchia feconda, una tendenza che si manifesta nei modi più svariati e negli angoli più sperduti del mondo.

La discrezione delle cose importanti
Da sempre mi accompagna l’intuizione che le cose importanti di questa Terra avvengano nell’ordine del nascosto, dell’invisibile o del quasi invisibile, di cui non si parlerà mai nei media. Nella tradizione ebraica, il simsum indica il ritrarsi di Dio per far posto alla sua amata creazione, affinché l’uomo si manifesti. Nella discrezione, in umiltà. Le grandi cose della vita non sono visibili. Tutto ciò che è grande appartiene all’ordine del mistero. E questo, nella nostra società, società dell’immagine, della rappresentazione di tutto ciò che è esteriore, appartiene all’ordine dell’interiorità che la società dell’immagine non può incontrare se non per sbaglio. Ai nostri giorni l’informazione, ad esempio, parla solo di alberi che cadono con fracasso. Ogni fragore avrà un’eco corrispondente. Non si dirà mai nelle notizie di attualità che, nella città tale, sono venuti al mondo 152 bambini e che 38.500 madri hanno accompagnato i figli a scuola. Cose del genere non fanno parte dell”’attualità”. D’accordo, però, il fremito inudibile della foresta che germoglia è la cospirazione dell’amore, silenziosa, di cui nessuno parlerà mai. Tutte le madri che, al mattino, preparano una cioccolata calda per i figli, le persone che si guardano e si amano, sostengono il mondo. Carattere degli estremi è di andare oltre le parole. La grande gioia, come il grande dolore, l’affondare nel buio, come la luce definitiva non possono essere detti. È impossibile rendere tutta l’esaltazione e lo struggimento del cuore che si sa amato e che ama.

L’ombra che è in noi
Esistono anche momenti cruciali dell’esistenza in cui la vita traballa, paragonabili, in certo modo, al rumore d’un albero che viene abbattuto. Si tratta di un momento drammatico. Cosa si deve fare? Ricacciarlo al fondo dell’inconscio o farne scaturire una metamorfosi? Quando si è toccata la propria profonda miseria, quando si è capito che ciascuno di noi è capace del peggio come del meglio, quando si deve ammettere che «tutto ciò che è possibile sulla Terra è possibile anche in me»; quando in questa spaventosa umiltà si ha il coraggio di guardarsi in faccia, accade qualcosa che appartiene all’ordine della grazia. Si traballa, ma «è morto il giudice dei miei fratelli». A partire da quel momento, il giudice che sta in me non esiste più.

La feconda solitudine interiore
Per arrivare a questo è necessaria la solitudine. La grande solitudine interiore. Andare in se stessi e non incontrarvi, per ore, nessuno: a questo bisogna arrivare. Essere soli come è solo il bambino. Se ci si accosta a un bambino assorbito in un gioco o nell’esplorazione di un oggetto, si ha subito da parte sua una reazione brusca: egli ama stare solo con se stesso, le sue fantasie, i suoi arabeschi gestuali e mentali. Poi, quando cresce, perde questa capacità di stare con se stesso e comincia, sì, la vita in compagnia, ma anche la logica del branco e del rumore di fondo, una sorta di distrazione permanente dal silenzio. Per questa via si perde la possibilità d’incontrare se stessi, di ascoltarsi, di penetrare nel segreto della coscienza. Lo stare soli contiene in sé il germe della riflessione, della maturazione, delle finezza spirituale, della stessa contemplazione di fede. Purtroppo è un esercizio che è scomparso dall’orizzonte educativo e dalla prassi quotidiana anche degli adulti. È così che si alza il tasso della superficialità, dell’irritabilità, della banalità e dell’indifferenza. Il silenzio per “andare in se stessi” è una sorta di dieta dell’anima che ci purifica dalle miserie, ci solleva dalle cose, ci libera dalla chiacchiera, ci spoglia dalle realtà inutili. Ma attenzione: la vera solitudine non è isolamento, perché quest’ultimo è una prigione dell’anima, un terreno dove può sbocciare l’erba maligna dell’infelicità e compiersi la morte dell’amore. Il lavoro dell’anima consiste nel trovare ogni giorno uno spazio di tempo per rinfrescare questa certezza cui è legata la serenità interiore. Oggi ci viene incontro un tipo di angoscia universale, cosmica che non possiamo evitare, che non possiamo scaricare su padre Pio e sui santi. Per questo dobbiamo recuperare la forza che è in noi, che è insieme armonia con le cose e capacità di far fronte alla realtà. È l’insegnamento che ci danno i salmoni: non si può essere davvero fecondi senza tornare alle proprie origini, ma per farlo bisogna nuotare controcorrente per centinaia di chilometri, bisogna risalire tutto il fiume. È l’eterna verità delle rondini: sentire il corso delle stelle e attraversare la notte fino a raggiungere il sole del sud. È la sapienza delle onde del mare: la nostalgia della luna è più forte della tempesta. Non si può negare nulla con passione senza un amore appassionato per il mondo degli uomini.
Pove del Grappa, maggio 2003