La questione delle “alternative”

È stato all’inizio degli anni ’80 che Margareth Thatcher pronunciò la sua celebre frase: "Non c’è alternativa"… È stato all’inizio degli anni ’80 che Margareth Thatcher pronunciò la sua celebre frase: "Non c’è alternativa". Nello stesso momento in cui il suo governo e il governo nord-americano di Ronald Reagan prendevano le prime decisioni e iniziavano le politiche della deregulation che smottavano le frontiere economiche, integravano i mercati e permettevano l’avanzamento della globalizzazione finanziaria. Ma fu soprattutto negli anni ’90, e nei paesi della periferia capitalistica ribattezzati (dai media finanziari) "mercati emergenti", che la frase della Thatcher si trasformò in un vero alibi. La sentenza fu ripetuta dai loro governanti, dalle loro imprese e da una quota significativa dei loro intellettuali.

Quasi tutti aderivano o si sottomettevano al programma di riforme neoliberali imposte, usavano come giustificazione la supposta inesorabilità tecnologica ed economica della globalizzazione. Una semplificazione intellettuale che allo svincolo dalla politica dei grandi cambiamenti recenti del capitalismo, trasforma tutte le decisioni del potere sovranazionale in un imperativo inappellabile. Fa di tutti gli atti di resa dei nostri governanti una manifestazione di realismo e sensatezza. E classifica tutte le lotte e conquiste popolari come sinonimo di irresponsabilità e populismo.

Perciò, la visione liberale e egemonica sulla natura della "grande trasformazione" che avviene in questi ultimi 25 anni non è solo una teoria equivocata, si tratta, in vero, di una operazione ideologica fatalista, conservatrice e smobilitizzante di ogni e qualsiasi lotta per una alternativa popolare al neoliberismo. Un ministro del governo brasiliano ha riesumato recentemente questa posizione conformista e subalterna nell’affermare in una intervista che "il Brasile non può volere di più di ciò che può", dimenticandosi che nessun popolo ha giammai conseguito di arrivare ad avere di più di quello che aveva, senza aver desiderato, in qualche momento, più di quello che poteva.

È a questo punto che si situa, forse, in questo inizio di secolo, la maggior sfida e difficoltà intellettuale e politica delle forze sociali e politiche di sinistra. In un’epoca di "crisi lunga e generalizzata", come quella che stiamo vivendo, e che ha destrutturato il campo delle sue idee e dei suoi progetti politici e economici consolidati nel secolo XX, la discussione su una alternativa storica che contempla l’interesse degli "stanchi e subalterni" non può restare prigioniera di un dibattito meramente congiunturale, né ancor meno delle idee e proposte dei più "forti e vincenti".

Ma è esattamente questo che è avvenuto nella maggioranza dei paesi in cui le forze di sinistra hanno difficoltà di pensare una propria identità durante o dopo della lunga egemonia delle idee e politiche liberal-conservatrici. Quello che è certo e che ogni volta che accettano e partono dalle stesse premesse, svincolando dalla politica il fenomeno della globalizzazione e delle nuove "restrizioni" esterne e interne create dalle riforme liberali, finiscono ripetendo le tesi, e in alcuni casi, le stesse politiche dei loro avversari.

Come perderanno il loro obiettivo e non avendo una teoria propria sui fenomeni contemporanei, resteranno prigionieri di un economicismo congiunturalista e staranno sempre alla ricerca di qualche formula magica e immediata, confondendo la ricerca di alternative con due o tre pizzichi innovatori della politica economica o sociale.

Vent’anni dopo la sentenza fatalista della Thatcher, nel dicembre 2000, la rivista Foreign Affairs ha pubblicato un articolo dell’assistente per gli Affari della Sicurezza Nazionale della Presidenza degli USA, Samuel Berger. Nel suo testo, egli ha ammesso che "i principali avvenimenti mondiali delle ultime decadi sono avvenuti a causa dell’uso del potere degli Stati Uniti, e non a causa di qualche bisogno prestabilito e imposto dalla globalizzazione".

Nel campo del dibattito teorico e ideologico, come nel disegno delle politiche concrete, è importante sapere interpretare i fatti e tirare le debite conseguenze di questa inversione radicale dal ragionamento della Thatcher. Esistono si alternative, ma, dal punto di vista dei "condannati dalla terra", esse non sono da vedere come la suggestione più o meno completa di formule istituzionali o modelli economici, ma con il mutamento radicale dalla commistione delle forze e dalla coalizione del potere liberal-conservatore, che ha governato l’America Latina e il Brasile, durante tutti gli anni ’90.

José Luis Fiori è uno studioso brasiliano della politica (tratto da www.cartamaior.com.br). Nostra traduzione.