La questione siciliana e il dibattito sulle proposte di Lombardo

L’iniziativa e il successo del movimento autonomistico creato dall’on. Lombardo sono un’occasione da non perdere per sviluppare una vera discussione sui problemi della nostra città, della nostra regione e del nostro paese L’iniziativa e il successo del movimento autonomistico creato dall’on. Lombardo sono un’occasione da non perdere per sviluppare una vera discussione sui problemi della nostra città, della nostra regione e del nostro paese, a condizione di non farne ancora una volta una passerella “aggiornata” della retorica meridionalistica. Nessuno ha ricette e privilegi interpretativi e perciò mi limiterò a indicare un’agenda e una tematizzazione. Il potere non si rivendica, ma si esercita innovando anche lo sguardo e il lessico con cui “vediamo” la realtà.
Personalmente sono convinto che nessuna discontinuità si può immaginare se non si assume, al primo posto, il punto di vista autocritico, non in modo genericamente auto-flagellatorio, ma come arma di lotta contro chi pensa che la discontinuità sia soltanto un semplice voltare pagina e implicitamente un’amnistia generale.
Dunque, la prima riflessione riguarda l’individuazione di quelli che Togliatti chiamava i nemici interni della Sicilia. Nemico interno della Sicilia è chiunque (di destra o di sinistra) abbia gestito il rapporto con il governo politico, culturale, sociale del paese in termini di puro scambio fra quote di consenso “controllate” e ruoli personali di potere e visibilità; nemici interni sono tutti coloro che hanno venduto l’anima a gruppi politici, culturali e sociali, dominanti in altre aree del paese.
Nemici interni sono, ad esempio, le istituzioni culturali che, costruendo apparentemente alleanze con poteri e personalità dell’esthablishement nazionale o europeo, hanno ceduto autonomia e sovranità per “promuovere” i propri “clienti”. Se qualcuno, esagerando, ha definito il sistema di reclutamento universitario uno scambio istituzionalizzato fra la vittoria del “cretino locale” e la vittoria di un più paludato “cretino nazionale”, garantito geneologicamente dall’appartenenza alle Università più potenti del Nord, si può agevolmente constatare che il decadimento delle Università siciliane è proporzionale alla degenerazione progressiva dei sistemi di reclutamento e a una chiusura corporativa che non ha precedenti: praticamente si è rinunciato a una vera competitività nazionale e europea, per stabilizzare i rapporti di dipendenza fra i più potenti baroni e i loro fedelissimi, ribadendo una subalternità della “provincia” ai grandi centri di potere nazionali e extranazionali. Ne è prova drammatica l’assenza di prospettive di inserimento nella ricerca delle nuove generazioni.
Questo modello che vige nell’Università può essere esteso a quasi tutti i campi delle funzioni di governo del territorio. Per dirla brutalmente non c’è a nessun livello selezione meritocratica di coloro che debbono svolgere funzioni di auto consapevolezza e sviluppo intellettuale dei cittadini.
Se si guarda alla politica ai tempi del primo dopoguerra quando dalla Sicilia venivano fuori figure come Sturzo, Alessi, fino a Magrì e Scalia, dal mondo cattolico, o come Li Causi, Colajanni, La Torre, Macaluso, dal campo opposto, e se si pensa alla forza delle idee messe in campo nel conflitto politico, e lo si confronta con l’attuale dirigenza politica si può amaramente constatare quanta “autonomia e intelligenza” abbiamo perso negli ultimi vent’anni. Anche nell’ambito dei ruoli e delle funzioni politiche manca ogni forma di selezione trasparente e democratica. Chi scegli e chi?
Questa autocritica intesa alla individuazione dei “nemici interni”, è necessaria per affrontare la questione fondamentale della nostra realtà: il sistema di corruzione molecolare che inquina drammaticamente la nostra vita civile e apre le porte alle più gravi collusioni con i poteri criminali.
È strano che debba essere un comunista della prima Repubblica a ricordare che una società che non usi il criterio meritocratico, per garantire l’attribuzione delle funzioni della propria riproduzione, è destinata al disfacimento.
In verità c’è un nesso forte fra meritocrazia e democrazia, giacché l’eguaglianza nella possibilità di accesso alle cariche pubbliche non è incompatibile con una selezione fondata sulle “virtù civili”. Così come non sono i concorsi a garantire la vittoria del migliore, così non sono le gare pubbliche che garantiscono la trasparenza degli appalti. Un incarico attribuito ad personam con una limpida motivazione e precise condizioni (tempi, ecc.) di realizzazione dei compiti assegnati è più democraticamente legittimante di un pseudo concorso con esito precostituito, come accade nella maggioranza dei casi.
In questi termini la questione morale è strettamente legata al sistema di selezione unitamente al problema della ricerca della verità come bene pubblico e come meta collettiva giacché essa è il fondamento della convivenza.
Non c’è perciò discontinuità se al sistema di cooptazione clientelare e al codice sociale dell’omertà non si oppongono altri crieri e altri principi, giacché il popolo ha il diritto di essere governato dai migliori.
Francamente considero le questioni poste il terreno più propriamente politico per misurare l’effettività di una svolta, di una discontinuità che rompa con il vecchio modo di governare. Discutere astrattamente del modello di sviluppo meridionale, se si debba puntare sul Ponte sullo stretto e sulle grandi opere infrastrutturali oppure sul turismo e sull’artigianato, mi appassiona poco. Così come non mi appassionano le fabbriche del programma di Prodi e i pensatoi di Berlusconi. Il problema non è soltanto se fare un parco o un palazzo di Giustizia, ma chi è stato chiamato a decidere e “realizzare” e su quali presupposti. Il problema del criterio selettivo e la lotta alla corruzione e al malaffare sono il presupposto fondativo di una nuova politica, il primo contenuto di una nuova prospettiva.
Il che fare è contestuale al chi e al come, perché questo è il vero legame che può ricostruire il rapporto lacerato fra la “città” e i suoi governanti.

Pubblicato da “La Sicilia”, concessoci dall’autore