La reciprocità del dono

Resoconto della relazione che Marcel Henaff ha tenuto il 24 aprile 2008 a Bassano su nostro invito Oggi passeggiavo per una strada di campagna (asfaltata) ho incontrato un cane che stava segnando il territorio con l'urina. Quando mi ha visto si è messo a ringhiare. Non mi ha riconosciuto e io non avevo nulla da dargli per farmi riconoscere. E ho dovuto abbandonare il territorio.

L'incontro con Marcel Henaff era atteso, ma gli intenti erano indirizzati ad una parte della conversazione: il dono. In mattinata prima dell'incontro, Marcel mi chiedeva cosa ci aspettassimo ed io gli ho fatto la mia sintesi del suo libro. Bonariamente mi ha detto che la sintesi era ottima.
E me lo ripeterà anche dopo la conversazione della sera al Graziani.
Mi diceva pure, sempre nella mattinata, che la nostra concezione del dono è unidirezionale; per noi il dono è qualcosa di gratuito, che non si aspetta  ricompensa alcuna dal dono; è così il servizio del volontariato, è così la solidarietà di un popolo verso un altro popolo in difficoltà. Non ci si aspetta risposta.

E aggiungeva Marcel che c'è invece un dono che obbliga alla reciprocità, la sua condizione è la reciprocità; vale a dire che uno offre cose importanti e si aspetta che l'altro lo ricambi, non tanto per il valore delle cose, ma perché quei doni significano riconoscimento dell'altro, della sua umanità, del suo valore, ecc.

E veniamo alla conferenza: Marcel ci propone una lettura antropologica e quindi fa un salto indietro, nel passato, alle società tradizionali, nelle quali il capo del gruppo, o della tribù, o di un villaggio, offriva ad un altro gruppo dei doni preziosi, che in qualche modo facevano parte della vita stessa del gruppo, erano in qualche modo parte di loro, a volte addirittura si scambiavano le donne, ma non come merce, ma come il dono più prezioso che avevano, e per un ulteriore riconoscimento umano. Lo scambio dei doni, ed erano doni importanti, preziosi, avveniva per il riconoscimento reciproco.

Nello stesso tempo i gruppi, le tribù, i villaggi si scambiavano tra di loro le cose utili alla vita quotidiana; si scambiavano quello di cui erano carenti; gli agricoltori scambiavano i loro prodotti coi cacciatori, ecc. e questo non c'entra nulla con lo scambio di doni; e non è neppure la conseguenza dello scambio dei doni. Lo scambio dei doni e lo scambio delle merci sono due cose diverse e distinte.

Sappiamo, e non è il caso di soffermarci, che lo scambio di merci viene poi reso agile dalla introduzione del denaro, che non è una conseguenza del dono
reciproco; il denaro diviene con il tempo l'equivalente universale; vale a dire che con il denaro io posso fare qualsiasi scambio; un'autorità prima
locale poi nazionale, poi internazionale riconosce la validità dello scambio con la moneta. Il denaro diventa il corrispondente delle merci grazie ad
un'autorità politica, economica, ecc. Intanto il villaggio si è trasformato in città, in nazione, in confederazione di nazioni, in organismi sopranazionali. Ed io con il denaro posso fare qualsiasi tipo di scambio, posso soddisfare qualsiasi bisogno; non ho bisogno del riconoscimento di
nessuno; posso addirittura estraniarmi dall'altro e dagli altri, se ho il denaro, il denaro mi garantisce la copertura di ogni bisogno.

Possiamo vivere gli uni estranei agli altri e non solo lo possiamo, ma lo facciamo pure; diventiamo una società in cui gli uomini non si riconoscono,
non comunicano, siamo estranei gli agli altri.

Insensibilmente abbiamo pensato che lo scambio in denaro possa sostituire la reciprocità del dono. Non abbiamo più bisogno di essere riconosciuti; il denaro sostituisce ogni tipo e forma di riconoscimento; è una chiave di accesso a tutto ed a tutti; e garantisce anche l'anonimato, anzi l'anonimato
è importante, perché l'altro non acceda ai miei segreti, ai miei affari.

Ma allora dove è finita la socialità dell'uomo, quella primitiva socialità attraverso la quale gli uomini con gesti quasi cerimoniali (vedi lo scambio dei doni) si riconoscevano, cioè riconoscevano l'umanità dell'altro e la  possibilità quindi di convivenza o di buon vicinato?

Ed è qui il secondo passaggio di Marcel Henaff.
Dice Marcel che oggi ci sono tre piani di reciprocità: il piano pubblico, il piano sociale, il piano personale.

Con la parola "Pubblico" Marcel intende le istituzioni, lo Stato, il Parlamento, le leggi, le autorità politiche; tutto questo mi costituisce come cittadino e mi garantisce come cittadino, con il diritto ad una vita dignitosa, ad un lavoro onesto, ad un'istruzione confacente, ecc il Pubblico è anche quello che batte moneta e garantisce la moneta che io uso.
Insomma non posso dire che mi sono fatto da solo, ma sono costruito e riconosciuto cittadino, soggetto di diritto dal piano Pubblico (Stato, leggi, ecc).

Il secondo piano è il "Sociale", che comprende tutte quelle attività, tradizioni, condizioni che fanno sì che io posso vivere e comunicare: la religione, la lingua, il cibo, le associazioni, le case, le città, i mezzi di trasporto, la cultura, l'arte, il modo di vestire, ecc tutto questo costituisce il piano sociale, fa in modo che io sia uno che ha una sua identità, e capacità di entrare in comunicazione; tutti elementi che mi qualificano e per i quali io sono subito riconosciuto dai miei simili, dai miei conterranei; la pronuncia stessa, la cadenza, la pettinatura, sono tutti elementi sociali, che mi costituiscono e nei quali io vivo; non li ho fatti io, me li sono ritrovati, ci vivo dentro, posso servirmene, possono diventare anche materia di ulteriore creazione, ma non li ho fatti io, li ho trovati.

E veniamo all'ultimo piano: quello"Personale". Qui ci mettiamo dentro tutte le relazioni personali, gli amori, le amicizie, la famiglia, che sono tutte
relazioni in cui io agisco in prima persona, ma nelle quali io sono a mia volta riconosciuto o respinto. A questo livello posso già meglio comprendere la reciprocità del dono; so che non esiste amicizia senza reciprocità; il rifiuto della relazione, spegne la relazione; l'amicizia è gratuita e non cessa di esser tale; ma senza l'impegno, la lealtà, l'attenzione reciproca ogni relazione amicale, affettiva si chiude, finisce.
Il riconoscimento dell'altro è un fatto gratuito che io ricevo, al quale posso corrispondere o rifiutare, ma questo chiude la relazione.

Faccio un inciso: è pur vero che il denaro può diventare un sostituto dell'amicizia, io mi compro gli amici, ma so che sono amici pagati e dunque non sono amici; forse posso accontentarmi, ma con il denaro non posso costruire l'amicizia; per questo il denaro rientra nel trattato del libro di Marcel; il denaro infatti è strumento, ma può diventare fine; è riconosciuto dall'autorità come strumento, ma per la sua capacità di trasformazione, o come si dice di EQUIVALENTE GENERALE, può portare all'inganno; ma qui chiudo per non dimenticare o far dimenticare il tema che ora ci interessa.

Torniamo indietro un momento ai due piani precedenti, e cioè: il pubblico ed il sociale. Noi abbiamo ricevuto, noi siamo stati costruiti come  cittadini e siamo stati messi in grado di comunicare. Bene. Abbiamo ricevuto dei diritti,che ci danno la possibilità di esistere e di vivere dignitosamente; però se io non contribuisco a costruire e rigenerare le istituzioni, la socialità, succede a quel che avviene con le amicizie, che si spengono se non le curo.

Se io mi fermo al dono che ricevo, e non ricambio il dono con il riconoscimento, che cosa succede? Qual è la conseguenza della mancanza di riconoscimento da parte del cittadino sulle Istituzioni? Qual è la conseguenza del non riconoscimento del sociale da parte dell'individuo, che riceve solidarietà a senso unico, scambia la banalità con l'arte, ecc.? quali sono le conseguenze? Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti: le istituzioni si indeboliscono, ed il sociale diventa la terra di qualcuno che si dà da fare, e gli altri che stanno a guardare e che battono le mani, per tutto il tempo dello spettacolo. Al Sociale, come al Pubblico succede la stessa cosa che succede nelle relazioni personali: tutto si può comprare e la corruzione dilaga. Ma la corruzione dilaga non per colpa di uno solo, ma per la connivenza di molti o di tutti.

Ecco perché oggi la Politica è disprezzata, non solo per colpa degli uomini che la gestiscono, ma perché è diventata il luogo dell'interesse del privato
cittadino, che si attende dalla politica solo la difesa dei suoi interessi; ed ecco perché il sociale si confina a dei moti improvvisi di affetto e
non diventa una rete di rapporti di solidarietà e di arte e di cura della bellezza, perché mi basta quel che ho ricevuto di intelligenza e di arte per
fare i fatti miei ed intanto il paesaggio, l'ambiente in cui vivo è deturpato, ma la colpa non è solo di qualcuno, ma dell'abbandono in cui il Sociale ed il Pubblico è lasciato, abbandonato, non riconosciuto da chi dal Sociale e dal Pubblico ha ricevuto tutto.

Chiudo. So di aver scritto cose che provengono da Marcel e cose che contaminano o stravolgono quel che lui ha detto o scritto. Ma mi sembrava utile riprendere il filo della sua conversazione, che per tanti versi è rimasta lettera incompleta, un poco perché noi siamo abituati a pensare aldono come qualcosa che finisce su chi lo riceve, senza pensare alla reciprocità; un poco per la pigrizia mentale in cui ci adagiamo; un poco per la difficoltà oggettiva di intendere Marcel che pronunciava un italiano che non era al piano di comprensione (anche questo fa parte del sociale, la lingua con cui comunichiamo e per la quale gli altri ci capiscono).
Marcel infatti si è sforzato di parlare la nostra lingua, voleva parlare la nostra lingua per entrare più direttamente in rapporto con noi, ma lo sforzo
non ha ottenuto il risultato ottimale che lui sia spettava.