La resistenza creativa

Non è il miracolo, ma l’interiorizzarsi che rende creativo il mondo

Questa invenzione della  scarsità è la chiave perché questo sistema funziona solo nella misura in cui gli esseri umani sono insoddisfatti: più si è insoddisfatti più si consuma, e non è proprio più pensabile oggi, è il tabù cruciale della nostra società, l’idea che si possa dire ADESSO BASTA!
Ringrazio tutti voi e in particolare Giuseppe e Pietro Barcellona che ha creato questo contatto. Io vi racconterò un po’ di cose varie, ho detto a Giuseppe: "Vengo perché mi ispira molto questo tema che tiene insieme spiritualità e globalizzazione". In realtà sono in un momento di cambiamento, lavoro molto meno con la cooperativa di cui parlava Giuseppe e invece mi dedico molto di più a cose come la tessitura, come la spiritualità, il tai-chi e insomma sto orientandomi a fare cose un po’ diverse da quello che ho fatto negli ultimi dieci anni, ma non è che le ho buttate via, ne troverete molte tracce in quello che dico.
Cercherò soprattutto di parlarvi a partire dalla mia esperienza, in senso molto vario, tenendo dentro la parte accademica e la parte che accademica non è. Volevo solo all’inizio dire che sono molto debitrice delle cose che vi dirò – possiamo chiamarlo il mio cammino spirituale, io mi considero cristiana – e però credo di dover ricordare una serie di persone e di esperienze che sono state importanti per me. Le cito solo, giusto per dare dei riferimenti e capire da dove vengo e cosa ho fatto in questi trentacinque anni.
Come prima cosa, per questo cammino, credo di dover ringraziare i miei genitori, il mio compagno e di dover ringraziare alcune esperienze forti che hanno segnato molto la mia vita, che sono state una comunità di base degli anni ’80, Roccabrivio vicino Milano, fatta da Servi di Maria, un prete operaio, Oliviero, di Lodi e un altro prete, Don Michele Do’ di Saint Jacques, le comunità di base dell’America Latina, soprattutto in Messico e in Perù, la comunità di Bose, la comunità di Rossano Calabro, il movimento Sem Terra, – anch’io sono transitata, non per poco, attraverso il Brasile e sicuramente molte delle cose che ho capito sulla spiritualità mi vengono da quella esperienza. Poi vorrei ricordare due donne maya e ichil del Guatemala, due tessitrici – noi abbiamo una relazione molto forte con una comunità di donne in Guatemala – e queste due donne in particolare, Tele e Schus, sono anche venute in Italia per un mese e anche loro credo sono state fondamentali per quello che io intendo oggi per spiritualità. Due amici e compagni di strada musulmani, una donna iraniana, Halè e un uomo palestinese, Noà e ultimamente la Comunità dei Ricostruttori nella Preghiera e uno sciamano di duecentocinquant’anni. Ecco, queste sono un po’ le tappe, le persone, le esperienze che sono state e che continuano ad essere vitali e che c’entrano con tutto quello che vi dirò.
Volevo iniziare proponendovi una cosa: di chiudere gli occhi, so che non sempre per tutti è semplice, però, se riuscite, se ce la fate, sarebbe bello, lo dico soprattutto per voi. Chiudendo gli occhi respiriamo,- respiriamo sempre, è il ritmo della nostra vita e soprattutto di questo pezzo di esistenza che trascorriamo come esseri umani, inizia, questa vita, questa dimensione, con la prima inspirazione e finisce con l’ultima espirazione: fra questi due momenti trascorre tutto questo tempo che ci è dato che possono essere pochi momenti o possono essere lunghi anni. Il respiro, dicevo è il nostro ritmo ma è anche un’azione a cui non pensiamo quasi mai, per fortuna e però è anche un’azione profondamente mistica, è  l’azione attraverso la quale portiamo dentro di noi, accogliamo, ciò che sta fuori che può essere vitale, positivo, salubre o può anche essere cattivo, però noi lo accogliamo, lo portiamo dentro di noi, lo mescoliamo con ciò che c’è di più profondo dentro di noi e sempre all’interno del ritmo del respiro, ributtiamo fuori: a volte ci liberiamo di qualcosa, restituiamo qualcosa a ciò che ci sta intorno, ….. respiriamo…..
Ascoltiamo questo respiro e ascoltiamo profondamente dentro di noi, il nostro corpo, le nostre tensioni, anche le cose con cui siamo arrivati qua…. Preoccupazioni, oppure allegrie, gioie, ce le portiamo dietro perché sono parte di noi. E proviamo in questo silenzio, in questo ritmo, a trovare una parola, una parola profondamente nostra, densa; una parola, non pensiamola, non cerchiamola, proprio sentiamo che arriva e accogliamola, può essere un nostro bisogno molto forte in questo momento, un nostro desiderio, un augurio, può essere anche una parola che non ci piace, però arriva…. …..Quando l’abbiamo trovata, custodiamola, facciamo due profondi respiri e apriamo gli occhi. E ora vi invito a cercare con la mano una persona, magari meglio se non vi conoscete molto, ma va bene in ogni caso, a cui state seduti vicino, vi toccate i palmi delle due mani, quindi se uno usa la destra l’altro userà la sinistra e in un momento di incontro e di comunicazione con l’altra persona, ciascuno comunica all’altro e dona all’altro la sua parola. Fatelo con più persone, almeno tre o quattro persone di quelle che vi stanno intorno…….
Riprendiamo….. bello che le persone si sono anche alzate, in realtà sarebbe stato bello poterlo fare in uno spazio che consentisse anche il movimento, purtroppo abbiano la costrizione delle sedie, ecco, non so se qualcuno vuole, molto liberamente, chi ha voglia, dire la parola che l’altro ha consegnato a voi e che più a voi ha risuonato…. magari anche tutte e tre, tutte e quattro, non so quante ve ne siete scambiati e sono state significative, magari invece è una sola, dimenticatevi la parola che voi avete consegnato perché questa vivrà negli altri, si trasmetterà negli altri, ma quella che voi avete ricevuto e che per voi è diventata significativa è la vostra parola a questo punto. Chi vuole…..
Bene, allora ciascuno si conserva le parole che ha ricevuto, magari ha bisogno di interrogarle perché non sempre dicono immediatamente qualcosa a noi, è interessante perché, tante volte, parole dette da una persona che magari nemmeno conosciamo, ci stiamo vedendo per la prima volta, sono proprio LA PAROLA SIGNIFICATIVA per noi in quel momento; altre volte, invece, non sentiamo questo e quindi forse c’è bisogno di ascoltare meglio perché non è una parola insignificante quella che ci viene comunque da un’altra persona, da un’altra vita, da un altro momento. Ecco, di solito cerco sempre, anche quando facevo formazione su temi molto tosti e accademici, cercavo sempre di farla nel modo più, non dico informale, però con dei momenti che provassero ad aprire un po’ di spiragli rispetto ad una comunicazione che non fosse solo frontale e accademica ma anche un po’ più circolare o un po’ più di ascolto e di sguardo verso l’interno. Forse, appunto, questo momento è una di quelle cose che si potrebbero chiamare riti, e una delle prime, la prima cosa forse, che ho voglia di comunicarvi è questa attenzione, di ritornare a fare attenzione ai riti, a riscoprirsi, a reinventarsi dei riti, perché abbiamo spesso una serie anche abbastanza numerosa di riti che non ci dicono più niente, che sono vuoti, formali, che sono silenziosi, muti e invece abbiamo bisogno di riti nella nostra vita, anche proprio contro quello smarrimento di cui parlava all’inizio Giuseppe. Però, chiaramente, i riti devono parlare, devono essere grandemente significanti, sennò non servono a niente, sono dei momenti inutili; i riti sono ciò che ci unisce al di là, magari stiamo facendo una discussione accesissima, stiamo partecipando a una battaglia tremenda, piena di contrasti, di contraddizioni: il momento rituale ci fa ritrovare la comunione, c’è qualcosa che va oltre allo scontro immediato della parte razionale e che però ci unisce ed è importante ricordarcelo e sottolinearlo con una cosa esperienziale, in cui facciamo esperienza del fatto che c’è questo qualcosa che ci unisce, non basta che lo sappiamo, perché siamo umanità, perchè siamo tutti fratelli, perchè….. tanti altri motivi ci possiamo dare. Il rito è anche un qualcosa che mette in gioco, che può mettere in gioco, la parte emotiva e la parte corporea, – quella corporea oggi un po’ meno -, ma insomma sarebbe importante che nei riti ci fosse anche questo elemento. Riflettevo prima sul fatto che stiamo seduti ed abbiamo unito le mani: dentro la Messa c’è questo momento dello scambio della pace, no? che secondo me è uno dei momenti più tremendamente tristi, in cui le persone che sono una a fianco all’altra, si scambiano la pace mentre cercano di guardare sottoterra o insomma di sfuggire allo sguardo della persona a fianco. Sarebbe un momento veramente forte e importante, però di fatto non parla più, non riusciamo più a farlo diventare un momento di comunicazione. Ecco, quindi, questo primo elemento della ritualità; riprenderemo, dopo, perché la ritualità è così importante.
In realtà nella prima parte di questa mia comunicazione volevo un po’ recuperare la parte più di riflessione, più accademica, per provare a riflettere con voi su dove collochiamo noi come soggetti in cerca di spiritualità oggi, proprio a partire da questo titolo che nomina la globalizzazione come elemento centrale di descrizione della nostra realtà o comunque di definizione di ciò in cui ci collochiamo. Allora quando io parlo di globalizzazione, – che può essere anche un termine molto sintetico che indica tanti fenomeni diversi, che è diventato di grande uso, quindi può essere anche utile e funzionale continuare ad usarlo – comunque, quando nomino questo, io mi riferisco a quel fenomeno di progressiva espansione del capitale, che man mano possiamo indicare, perlomeno, dal millequattrocento fino ad oggi, è andato lentamente espandendosi con fasi e modalità organizzative anche molto diverse,  però,  fino ai giorni nostri giorni. Fino a far diventare, oggi, TUTTO MERCE, come già diceva Giuseppe all’inizio.
Quindi, cosa significa oggi che tutto ciò che noi abbiamo intorno, i famosi beni comuni, delle cose che fino ad oggi erano fuori dalle logiche di tipo mercantile, di tipo creazione-oggetti-fatti-per-creare-profitto, erano al di fuori – pensiamo a beni comuni come l’acqua, oggi c’è una grandissima discussione, dibattito e lotta intorno a questo –  ma anche beni come la sanità, l’istruzione, anche questioni che non chiameremo proprio beni ma "situazioni" come la guerra, come tutte queste diventano possibili situazioni di creazione di profitto, e quindi sia che siano merci, oggetti, come l’acqua, sia che siano servizi, come la sanità, come la sicurezza e quindi la guerra, possono essere trasformati in meccanismi per produzione di altri soldi, in merci.
Ecco questa progressiva espansione del capitale sta comportando una enorme riorganizzazione di ciò che era produzione e riproduzione: io uso queste due categorie: per produzione intendiamo tutto ciò che ha a che fare una volta molto più concretamente con la produzione delle merci, delle cose che poi noi usiamo, ma, appunto, possiamo parlare in modo più esteso di produzione nel senso di tutto ciò che è remunerato, anche i servizi possono rientrare nell’ambito della produzione, quindi fra produzione e riproduzione, che invece è tutto ciò che ha a che fare con la riproduzione della vita, – che non è solo la parte biologica, ma anche tutta la parte relazionale, l’educazione, i lavori domestici, l’allevare dei bambini, non solo metterli al mondo ma anche allevarli, accompagnare alla morte una persona o accompagnarla dentro una malattia, – tutto questo ha a che fare con attività di tipo riproduttivo che fanno sì che domani noi possiamo essere di nuovo sulla scena del mondo come lo siamo stati ieri:  rifare il letto, fare da mangiare, lavare i piatti, sono tutte attività riproduttive anche in questo senso, che ci permettono, fanno sì che anche i lavoratori il giorno dopo possano essere lavoratori nella loro integrità psicofisica esattamente come lo erano il giorno prima. Ecco a livello mondiale oggi si assiste ad una grandissima riorganizzazione di questi due settori, pensate a fenomeni come quella che è stata definita come la globalizzazione della cura: il  fatto che enormi centinaia di miglia di persone si spostano da alcuni paesi, abbandonando le attività riproduttive nei loro paesi, venendo nei nostri paesi a svolgere, in cambio di un salario, delle attività riproduttive, questo è uno dei cambiamenti più grandi che la nostra società sta vivendo e solo negli ultimissimi anni si è iniziato a descrivere questo fenomeno anche sotto la globalizzazione; prima, quando si parlava di globalizzazione si parlava solo di fabbriche che si spostavano dai nostri paesi europei, o Stati Uniti, ex paesi industrializzati, si spostavano nel sud del mondo, questa era la globalizzazione. Invece c’è, corrispondente a questo, anche una grandissima riorganizzazione nelle attività riproduttive, che in grande misura diventano pagate, – ma questo non è un grandissimo avanzamento – e che vengono in qualche modo "appaltate" o affidate a persone di altre culture, donne in grandissima misura, ma anche qualche uomo, di altre culture. Questa riorganizzazione di produzione e riproduzione a livello mondiale è quasi sempre molto violenta perché implica, per esempio, la migrazione, ma migrazioni in condizioni molto pesanti, sapete benissimo, per esempio, che la costa del  sud della Sicilia, dove io vivo, è quotidianamente teatro di sbarchi, ma soprattutto è l’affaccio su questo grande cimitero che sta diventando il Mediterraneo. Ma è violenta anche perché ovviamente si tratta di un grandissimo sforzo per un controllo di risorse. Quando si parla della fase di nuova industrializzazione dei paesi del sud del mondo io cerco sempre di insistere sul fatto che, se le imprese multinazionali, ma non solo loro, si spostano in questi paesi non è solo perché, ovviamente, trovano lavoro a basso costo ecc. ma è anche perché in quei paesi, nei decenni precedenti, sono avvenuti dei processi di disarticolazione sociale ed economica di quei territori, che rendono oggi possibile l’insediamento delle imprese; perché finché queste società erano società fondamentalmente di tipo agricolo, con le persone radicate a delle comunità, a dei territori, con una base di agricoltura e poi nei decenni scorsi in queste società sono avvenuti dei tali processi di disarticolazione del territorio che hanno fatto sì che milioni di persone hanno abbandonato le campagne, oggi si ritrovano migranti nelle periferie delle grandi megalopoli del sud del mondo disponibili come manodopera a qualsiasi condizione di lavoro. Per quale motivo sono tutti disponibili a lavorare spesso per dei salari che non sono nemmeno sufficienti a mangiare una volta al giorno? Perché non c’è altra condizione e soprattutto si sono tagliati i ponti con quello che c’era prima. I processi poi che hanno portato alla disarticolazione delle "società tradizionali", del contesto sociale ed economico che esisteva prima, sono tanti: in alcuni paesi sono appropriazione di terre da parte di multinazionali per allevamenti, – processo di cui si sente parlare così in astratto ma io negli anni ’80 visitai diverse comunità in Guatemala di contadini buttati fuori dalle loro terre perché un giorno era arrivata un’impresa americana che aveva circondato con la rete le loro terre, il giorno dopo aveva messo dentro centinaia di capi di bestiame e i contadini che quelle terre le avevano sempre lavorate senza avere un titolo di proprietà ma da secoli, si sono trovate sul margine di queste reti a non avere più neanche un fazzoletto di terra. In altre zone sono delle guerre, dei conflitti, i famosi conflitti "tribali": chiaramente uno dei primi effetti che creano è espulsione di milioni di persone da delle terre dove hanno sempre abitato e che si trovano senza più niente a dover campare di qualcosa. Sono davvero tanti, alcune volte sono dei fenomeni naturali, disastri naturali, creano profughi anche questi, quindi tanti processi che sono andati avanti negli ultimi 30-40 anni nel sud del mondo che di fatto hanno portato alla disarticolazione di contesti culturali ed economici tradizionali, rendendo persone disponibili a qualsiasi condizione di lavoro. Ecco questo è la violenza della globalizzazione. Sicuramente dobbiamo abituarci a considerare questo sistema di espansione del capitale, che si chiama "capitalismo", in questa sua fase particolarmente violenta di oggi, come non tanto un sistema economico, è chiaro che l’obiettivo finale è sfruttare delle risorse, ma anche un sistema culturale, perché è un sistema che rende possibile il fatto che le persone desiderino partecipare a questo sistema e siano disponibili ad abbandonare qualsiasi cosa che avevano prima, a tagliare i ponti senza reti di sicurezza, per buttarsi in questa offerta, questa proposta che viene dopo. Cercavo di descrivere come la messa a lavoro della vita, in tante forme, in tante modalità diverse nelle nostre società come nel sud del mondo, sia sicuramente il cuore, l’elemento centrale dell’attuale fase di espansione del capitale. Nelle nostre società come avviene questo? Pensiamo a tutto il discorso che qualche anno fa veniva analizzato come qualità totale relativa solamente alle grandi imprese in particolare alle industrie automobilistiche, ma oggi in inglese c’è una parola molto significativa, si parla non più dello sfruttamento della forza lavoro ma dello sfruttamento degli "humans kills", delle capacità, delle abilità umane, perché oggi ciò che fa la differenza fra un’impresa e l’altra – sull’immagine la concorrenza è più o meno uguale – ma quello che fa la differenza è quanto un’impresa rispetto all’altra può offrire delle relazioni con la clientela più soddisfacenti:si veda il grandissimo investimento che viene messo sull’immagine ma anche su come ci si relaziona con l’esterno. Questa è la messa a lavoro di capacità umane, perché non sono professionali, il fatto di sorridere sempre, il fatto di essere sempre condiscendenti con i clienti, di dire sempre di sì a qualsiasi richiesta che facciano o esigenza che abbiano, questo colludere con il cliente, è far entrare dentro, per contratto, – io ho fatto un’analisi anche di alcuni contratti, vengono richieste proprio per contratto queste competenze umane – significa che uno prende la sua capacità di gentilezza o di ospitalità o di amicizia e la mette in un contesto professionale, anche se quel giorno lì non è per niente contento, non è per niente disponibile, non è per niente ospitale, ma lo deve fare perché per lavoro si deve fare. Ecco, questa è una delle modalità in cui la vita, perché il sorriso o la parola gentile o la domanda simpatica fanno parte della vita, della nostra disponibilità in quanto esseri umani, messa a lavoro. E’ su questo che si crea quel di più di profitto su cui oggi si gioca la concorrenza, in molte imprese, ovviamente non in tutte. Altri elementi di messa a lavoro della vita sono tutti i vari traffici di corpi umani, dalla questione dei migranti, dalla questione del traffico degli organi, dalla questione del traffico di bambini per adozioni o per altro tipo di lavori, dalla questione dei cataloghi di matrimoni per corrispondenza, sono tutti fenomeni di cui ogni tanto noi veniamo a sapere, ci sembrano delle cose……, beh tutta la questione della prostituzione ovviamente, ma non sono punte dell’iceberg, sono veramente fenomeni che si stanno strutturando come parti enormi dell’economia e del giro di soldi che oggi avviene nel mondo. E anche lì sono i corpi – appunto messa a lavoro della vita: qui abbiamo dei corpi in tutta la loro fisicità addirittura pezzi di corpo umano – che entrano in circuiti che servono a creare profitto. E ci sarebbe tutta la questione delle tecnologie riproduttive, ma è un capitolo abbastanza complesso, se qualcuno è interessato molte di queste cose che dico sulla globalizzazione sono contenute anche nel libro "Donne e globalizzazione".
Quello che vorrei provare a descrivere sono due elementi della situazione di oggi: da una parte quello che io definisco come un enorme punto di forza, quando me ne resi conto veramente pensai "questa è la grandissima vittoria del capitalismo, assoluta" e l’altra invece è il punto di debolezza, che è la questione ambientale. Allora per arrivare a quello che ho descritto come enorme punto di forza, faccio un minimo di genealogia su che cos’è l’essere umano che oggi è soggetto di questo momento storico e culturale. Il presupposto dell’uomo, dell’individuo che oggi domina il mondo è quello che è stato definito in letteratura "homo economicus", quell’uomo che, a partire dal ‘400 – ‘500 diventa l’individuo, diventa il soggetto individuale, non più legato, vincolato, costruito dentro una comunità, dentro una religione, ma diventa l’individuo svincolato, che ha la razionalità economica come logica del suo funzionamento. Questo individuo che nasce nell’età moderna è l’individuo del "cogito ergo sum" cartesiano, di cui sempre Giuseppe parlava prima, è l’individuo della scienza nuova, la scienza baconiana, il soggetto, lo scienziato, è colui che si appropria della natura, che esegue esperimenti sulla natura per carpirne i segreti, quindi avviene questa spaccatura rispetto alla concezione che c’era prima dell’individuo invece dentro la natura. Quindi, in dimensioni diverse della realtà, avanza questo individuo singolo, l’individuo del "volere è potere", della capacità tecnologica e scientifica che può dominare il mondo, che può soggiogarlo ad una logica di riproduzione del profitto. E’ l’individuo della razionalità economica, che fondamentalmente trasforma il tempo in denaro, parcellizza il tempo e fa sì che questo tempo diventi capace di produrre più denaro. E’ interessante – ci sono degli studi che lo dimostrano – come sia stata necessaria una violenza enorme per costringere gli esseri umani a lavorare più del necessario per campare: prima si lavorava quello che era sufficiente, punto e basta, ad un certo punto perché si deve lavorare….. Se voi guardate una società più legata all’agricoltura, certo ci sono momenti in cui si lavora anche quattordici ore al giorno perché c’è la necessità del campo, della coltivazione, ma ci sono anche un sacco di momenti in cui non si ha da lavorare, si fanno altre cose, ma con molta più rilassatezza… è la costrizione che viene fatta invece con la rivoluzione industriale per cui bisogna stare al lavoro anche al di là: com’è che viene costretto l’essere umano a ribaltare la relazione fra vita e lavoro, in cui il lavoro viene prima? Abbassando i salari, facendo sì che le persone guadagnino talmente poco che per arrivare a poter guadagnare qualcosa per sopravvivere, devono lavorare diciotto ore, che fra l’altro è quello che oggi sta ritornando nei paesi di nuova industrializzazione: non è che le operaie cinesi siano tanto contente di lavorare sedici ore al giorno, però di fatto, se non lavorano sedici ore al giorno, non guadagnano nemmeno il necessario per mantenere la famiglia. E’ stato uno sforzo enorme quello di far diventare l’essere umano che c’era sempre stato fino a quel momento nella storia, l’essere umano che invece ha il lavoro come questione centrale di identità fondamentale per esistere, per sé. Il risultato di tutto questo è che tutto diventa funzionale – l’essere umano, la natura, la fisicità dei corpi – funzionale alla crescita del capitale del profitto che diventa l’unico elemento sensato, ammissibile.
Adesso vi volevo raccontare di alcune riflessioni di un teologo brasiliano di origine coreana, Jung Mossung, – che è un grande uomo -, che ha fatto tutta una riflessione sul legame fra economia e teologia, analizzando il sistema capitalistico. Lui parla della centralità, nel capitalismo, del "desiderio mimetico", cioè del fatto che l’essere umano desidera, ha bisogno, di riconoscersi nell’altro uomo e questo riconoscimento passa attraverso il desiderare le stesse cose che desidera l’altro uomo, non lo stesso "essere" dell’altro uomo, ma che l’essere passa dal possedere delle cose, e che quindi il bisogno di riconoscimento – che è un bisogno fondamentale per l’essere umano, senza il quale non si potrebbe vivere – non passa attraverso un riconoscimento ideale, spirituale, ma attraverso il riconoscimento del possesso delle stesse cose dell’altro. Chiaramente, se tutti desiderano le stesse cose e queste stesse cose sono le cose ammesse dal sistema capitalistico dentro il quale stiamo, cioè sono le merci, queste cose sono scarse: se noi desiderassimo la pace, il coraggio, se queste fossero le cose che noi desideriamo, non c’è scarsità, beh…. le cerchiamo, anche a lungo, non sempre con soddisfazione, ma sono inesauribili, dipende da noi, le dobbiamo costruire, ma se l’unico desiderio possibile ed ammissibile sono le merci, ebbene le merci sono finite, limitate, e se tutti perdippiù desiderano esattamente quelle  stesse merci, quelle ulteriormente sono limitate, quindi sono scarse.
Questa invenzione della  scarsità è la chiave perché questo sistema funziona solo nella misura in cui gli esseri umani sono insoddisfatti: più si è insoddisfatti più si consuma, e non è proprio più pensabile oggi, è il tabù cruciale della nostra società, l’idea che si possa dire ADESSO BASTA!  Cioè, mi è sufficiente quello che ho: non è pensabile questo nella logica del sistema in cui siamo, economico e culturale. Ma l’essere umano viene pensato come essere umano proprio perché desidera sempre di più, ed è considerato sano desiderare sempre di più: se uno non desiderasse l’ultimo modello di cellulare piuttosto che un’altra macchina,non sarebbe considerato, non è considerato, insomma è considerato un pochino fuori. In più questo elemento dell’insoddisfazione e della frustrazione che crea, deve essere sempre collocato in termini individuali, perché abbiamo detto che presupposto centrale di questo sistema è che si parla sempre di individui isolati l’uno dall’altro, non di comunità o di società nel loro complesso, per cui la frustrazione, il fatto di non poter avere tutto quello che si desidererebbe, non è un difetto del sistema, ma è un problema dei singoli individui, quindi colpa loro! Se uno non riesce a avere quello che lo "standard" direbbe che è corretto e giusto e auspicabile avere per un essere umano, si vede che non è abbastanza bravo per ottenerlo: questo è il modo in cui continuamente si allontana la possibilità di pensare che è un problema del sistema, non dei singoli individui che sono dentro il sistema.
Ecco, questa era tutta la premessa per arrivare all’estremo punto di forza, la grandissima vittoria del sistema capitalistico: il fatto che avere collocato la merce, il desiderio della merce, nel punto più profondo dell’essere umano, nella sua identità personale, ha fatto sì che questo desiderio può arrivare a stravolgere i bisogni minimi, i bisogni basilari dell’essere umano.
Quando io sono stata in Brasile, quando ho avuto l’"illuminazione", diciamo così , – ho abitato per un po’ a Goias Veja, la vecchia capitale dello stato di Gojas, dove c’è la comunità di Marcelo Barros -, in questa periferia dove abitavo noi passavo in tutte queste casupole, molto da periferia brasiliana, vedevamo che in tutte ovviamente c’è la televisione, in molte di queste c’è un impianto stereo che io me lo sogno a casa mia, in alcune c’è la moto.…. e questo avveniva in famiglie in cui spesso non si mangiava due volte al giorno: ovviamente queste merci erano acquistate a rate, allora quello che lì si vede è che il desiderio della merce, la necessità assoluta di avere la merce perché ne va della tua identità personale, di quello che tu sei come essere umano, è arrivata ad un punto talmente profondo dell’essere umano da far sì che questo desiderio ce l’abbiano anche persone che non hanno nessuna possibilità economica di realizzarlo, lo realizzano a scapito di modificare i bisogni minimi dell’essere umano, cioè non si mangia più di una volta al giorno, i bambini non vanno a scuola perché non possono permettersi … – come sapete in tutti i paesi non esiste più educazione gratuita, negli anni ottanta, con gli aggiustamenti strutturali, in quasi tutti i paesi del sud del mondo l’educazione è diventata a pagamento, per la divisa, per i libri, per….. non è che si paga la scuola, però di fatto si paga, se non si hanno soldi non si può entrare nella scuola, senza uniforme ecc…. Questo significa che se ci sono le rate da pagare per l’impianto stereo megagalattico, i bambini non si mandano a scuola, non ci sono molte altre risorse, a meno di non mettersi a rubare. Qualcuno dice sì, ma è sempre stato così, in fondo anche nelle nostre periferie c’erano beni di consumo sempre molto al di sopra delle possibilità: io ho l’impressione che quando questo inizia ad avvenire per tre miliardi di persone in giro per il pianeta, la questione non è più solo che c’è uno specchietto per le allodole e cerco di prendermelo, ma è diventato qualcosa di veramente strutturale che modifica l’essenza dell’essere umano, così come un’altra immagine allucinante: nelle Filippine, file enormi, centinaia di persone che fanno la fila per entrare nei centri commerciali – che io in Europa non ne ho mai visti così – a Manila in un quartiere lussuoso c’è un centro commerciale lungo più di un chilometro, fatto da cinque centri commerciali diversi, con passaggi sospesi tra l’uno e l’altro e file di centinaia di persone che entrano e che non potranno mai comprare niente lì e che però lì si sentono nella loro realtà; vengono dalle periferie, passano la giornata dentro il centro commerciale, che è il loro mondo, cioè tutto quello che hanno e che pensano è proiettato lì, fra l’altro le Filippine è un paese con una fortissima migrazione, le rimesse degli emigrati sono la seconda voce del Prodotto Interno Lordo (PIL) e quindi, in qualche modo, arriva anche la possibilità poi di accedere ad alcuni di queste merci, di questi obiettivi, ovviamente questo stravolge ulteriormente l’interiorità e la struttura antropologica delle persone. Questa, a me sembra, la vittoria stratosferica del capitalismo perché quando si vede una cosa così, non c’è più niente da fare, non abbiamo nessuna speranza.
Il punto debole è la questione ambientale perché questo sistema, così com’è, questo sistema dentro cui noi viviamo, il Pianeta, il sistema solare, l’universo,  chiamiamolo come vogliamo, questa parte naturale della nostra esistenza ha delle leggi ferree, che sono le leggi della termodinamica, che purtroppo nessuno a scuola ci fa studiare in questo senso, però le leggi della termodinamica, che sono anche molto semplici, la prima dice che "niente né si crea né si distrugge" e la seconda dice che "le trasformazioni di energia avvengono sempre da energia disponibile a energia non disponibile o anche che l’entropia aumenta sempre nel sistema", – se c’è qualche tecnico mi correggerà sui termini, però a me interessa la sostanza di questa cosa. Il nostro sistema invece, con la crescita infinita su cui è basato, di cui abbiamo parlato prima, ha per presupposto esattamente il contrario delle leggi della termodinamica, cioè, se l’energia né si crea né si distrugge significa che non possiamo fare magie, l’energia che abbiamo è questa, non l’energia del petrolio, l’energia del nostro pianeta, l’energia del "sistema universo" è questa, quindi non possiamo pensare che abbia senso una crescita infinita, una crescita infinita presuppone un’energia infinita. La prima legge della termodinamica dice che non è vero, che l’universo ha questa energia punto e basta, per di più che questa energia ha un verso, una direzione, nel suo uso e consumo, da energia disponibile, da energia vera e reale, che sta lì, che possiamo usare, trasformandosi diventa sempre energia non più disponibile, la possiamo rirendere disponibile ma ci vuole ulteriore energia, dobbiamo usare una quantità enorme in più di energia per farla tornare ad essere energia utilizzabile. Quindi capite che anche questo è esattamente l’opposto di un’idea che sia pensabile una crescita unica e senza una fine. Ogni volta che noi abbiamo una merce che va più veloce, per esempio, o che ha una prestazione migliore di quella precedente, può anche costare dieci volte di meno, questa è la cosa enorme che ci frega, è che noi ragioniamo con i costi economici e non con i costi energetici. Il costo economico può ridursi tantissimo ma il costo energetico, se la velocità è aumentata, se le prestazioni sono aumentate, il costo energetico è sempre aumentato, non è possibile per le leggi della termodinamica che sia diminuito e a noi l’unica cosa che deve interessare è il costo energetico, non è il costo economico, non ci interessa niente se un computer esce oggi costa mille fra un anno costa duecento, non è rilevante ai fini della questione ambientale, anzi, è un gravissimo problema sia perché noi abbiamo l’illusione che stiamo risparmiando, che sia una cosa buona, perché ce la possiamo permettere, sia perchè abbiamo un rifiuto in più per esempio, abbiamo molti rifiuti in più. Significa che per farlo sono state usate materie prime più difficili da estrarre, e quindi che hanno richiesto molta più energia per questo tipo di operazione. Questo è il punto di estrema debolezza di questo sistema nel quale stiamo.
Ora volevo un po’ provare, sempre a partire dalle riflessioni di Yung Mossung, a ragionare un po’ sul sistema capitalistico e la spiritualità. La questione della relazione tra teologia ed economia di Yung Mossung cita un versetto – che anche io vi rileggo per chi non se lo ricordasse bene, dagli Atti degli Apostoli, capitolo 4 –  nel quale, lui dice, si capisce chiaramente che la modalità, per riferirci semplicemente al cristianesimo, la modalità con cui i cristiani si relazionano ai beni testimonia della resurrezione, questo, lui dice, è il legame assolutamente indiscutibile – che nei testi degli Atti degli Apostoli noi ritroviamo – per cui, nel cristianesimo, fra economia e teologia c’è una relazione strettissima: testimonianza della resurrezione viene data da come i cristiani si relazionano ai beni, alle merci, all’economia, ai soldi e, lui ritrova, in particolare, – ci sono anche altri punti, però questo al capitolo 4 è forse il più chiaro, versetto 32, – "la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia, nessuno infatti tra loro era bisognoso perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno". Questo "nessuno infatti tra loro era bisognoso", legato al versetto prima che dice "gli apostoli rendevano testimonianza della resurrezione del Signore"…… Ecco, quindi qui proprio, lo dice Yung Mossung ma mi sembra una lettura anche molto interessante, – ce ne sarebbero anche altre rispetto al sistema economico, non so se a qualcuno di voi sia capitato di leggere la bellissima interpretazione di Frei Betto della moltiplicazione dei pani: lui dice che in questo racconto della moltiplicazione dei pani vengono illustrati perfettamente tutti i modelli economici, di struttura della società – poi magari la recupero e la leggiamo insieme perché è molto interessante.
La questione che volevo affrontare è proprio questa: che nel momento in cui il capitalismo pretende di essere la risposta ai bisogni più profondi dell’essere umano, di identità, di riconoscimento, di senso, perché dice, appunto, "le merci sono il cammino per la soddisfazione", poi mai soddisfatto, come abbiamo visto, però sono quelle il cammino, chiaramente si pone in una contraddizione tremenda rispetto a qualsiasi discorso spirituale perché significa dire che è attraverso il cammino del desiderio delle merci che l’essere umano può arrivare a soddisfare i suoi bisogni profondi: la spiritualità dice esattamente il contrario, anzi è nel contenimento rispetto all’appagamento che danno le merci, è nella ricerca di qualcosa che va molto oltre alla realtà concreta fatta dalle merci. Questo è un po’ l’elemento centrale e l’altra cosa che, a mio parere è molto collegata a questa, è che nella dimensione spirituale, nel cammino spirituale, c’è bisogno di esseri umani capaci di autocontenimento, di esseri umani capaci di autodeterminare i propri bisogni; senza questo non è pensabile dimensione spirituale, se c’è qualcun altro, in questo caso la pubblicità, chiamatela come volete, che determina quali sono i bisogni dell’essere umano, questa è già la negazione di una possibilità di un cammino che sia di tipo spirituale. C’era una frase molto bella – che dice sempre Yung Mossung –: "non c’è fede possibile senza neutralizzazione della fascinazione del mercato sulle persone". Non è possibile la fede, pensare a qualcosa come la fede, senza rendere inoffensiva la fascinazione che comunque c’è, che c’abbiamo tutti perché viviamo in questo sistema, di questo sistema, tutti noi, non ci sono i bravi e i cattivi, in qualche modo siamo tutti complici e siamo tutti dentro: però, questo obiettivo primario dello smascherare questa fascinazione del meccanismo di cui abbiamo parlato fino adesso e quindi la capacità di autocontenimento, è esattamente andare contro a quel tabù di cui parlavo prima, la capacità di dire questo è quello che mi è necessario e mi basta, non ho bisogno di altro, non ho bisogno di altre cose che mi vengono presentate come fondamentali, insostituibili, necessarie per la mia esistenza, per la mia identità ecc… Ricordo quando spesso mi chiamavano nelle scuole per parlare della dipendenza da droghe, da videogiochi o altre cose, io cercavo sempre di smontare questa impostazione, perché a me sembra molto ridicolo puntare tutta l’attenzione, immaginare che il problema della dipendenza nella nostra società è quello di droghe e videogiochi quando siamo dentro un sistema che fa della dipendenza esattamente la questione principale per cui sei riconosciuto come individuo legittimo, che senso ha, quando siamo tanto dipendenti dalle merci, che senso ha poi dire "no, ci sono certe merci che, non sappiamo bene per quali motivi, però quelle lì non vanno bene, videogiochi e droghe non ci piacciono", tutto il resto invece sì, va bene, più ne hai e più entri nel meccanismo di desiderio e più sei bravo. Perché ci sono effettivamente, poi, delle questioni veramente gravi legate alla quantità delle merci, all’eccesso di merci dentro le nostre vite e soprattutto, fondamentalmente, nell’educazione dei bambini, ma non solo, – noi ne parliamo molto nei corsi con genitori e insegnanti -, ma non è ovviamente l’unico problema, per tutti vale il discorso. Uno dei problemi più gravi è quello che più le merci sono, più diminuisce la capacità di costruire legami affettivi con le cose. Le cose non è che sono schifezze, le cose sono importanti per la nostra vita, ma quando ce ne sono troppe e così tante quante oggi ne abbiamo, perdiamo completamente la capacità di costruire legami affettivi, di dare valore, di sapere distinguere fra le cose. E’ Sintomatico vedere, in una camera qualsiasi di un bambino, questa massa di oggetti, di giochi completamente indifferenti uno rispetto all’altro, che molto spesso poi durano pochissimo, perché vengono rotti, perché non c’è nessun tipo di legame con quella cosa e perché spesso sono inutili, non solo sono troppe, ma sono anche inutili e qua, dietro il fatto dell’inutilità degli oggetti, dell’usa e getta, c’è il problema che perdiamo la capacità di riconoscere senso alle cose. Senso e durata nel tempo: questi sono tutti dei macigni enormi: questo significa che noi ogni giorno siamo educati continuamente e costantemente a queste cose, alla perdita del legame affettivo, alla perdita del senso, alla perdita del senso della durata nel tempo. A proposito dei rifiuti voglio citare l’esempio di una associazione, che probabilmente Giuseppe conosce, a S.Paolo, "Migna rua, migna casa" che è un’associazione di raccoglitori di immondizia che ha una filosofia di questo tipo, loro dicono: "noi siamo i rifiuti della società, le persone che non hanno più posto in questa società, quelle che hanno perso il lavoro, che non l’hanno mai avuto, che non hanno la casa, per i motivi i più vari siamo i rifiuti della società; ebbene, noi ci mettiamo a raccogliere i rifiuti di questa società", quindi fanno la raccolta differenziata, vanno nelle discariche o anche lungo le strade a raccogliere le cose, "e ridiamo vita a questi oggetti" loro fanno un lavoro non tanto di riparazione, quanto artistico: trasformano gli oggetti che raccolgono in oggetti d’arte favolosi, di una bellezza estrema. Loro dicono quindi: "noi che siamo i rifiuti della società, raccogliamo i suoi rifiuti e ridiamo dignità a questi oggetti, che l’hanno persa, e attraverso questo processo, recuperiamo dignità per noi". Ecco, questa è esattamente l’inversione di tutto il processo della nostra società e del nostro sistema, che produce rifiuti in eccesso, – oltre a tutti i problemi di tipo psicologico poi ci sono anche tutti i problemi molto concreti -. L’ultima cosa che volevo sottolineare in questo senso, dei danni di questa modalità di funzionare che è la tarda fase del sistema capitalistico, è quella che tutto questo sistema, potremmo dire, va a diminuire, a depotenziare dignità ed energia delle cose: l’uso di sempre più merci, di merci usa e getta, fa sì che diminuisce costantemente l’energia, non più quella della termodinamica – forse c’entra anche quella, non lo so – ma l’energia in senso della dimensione spirituale che noi mettiamo nelle cose, già il discorso della perdita del legame affettivo ha a che fare con questo. Ma anche – vi faccio un esempio sul quale questa estate mi è capitato di discutere molto con degli amici -: credo che anche qui ci sia una cosa che in Sicilia è molto in voga: la macchina per fare il pane. Da qualche anno c’è questo nuovo elettrodomestico in cui voi mettete dentro farina, acqua, qualsiasi cosa volte nel pane, accendete, dovete controllare ogni tanto, abbassare, alzare, fare un po’ di cose ma dopo un po’, alla fine, vi esce il pane già fatto: magnifico. Allora, si crea questo bisogno di rifare le cose tradizionali, il pane si torna a farlo in casa come si faceva una volta, però si torna a farlo, appunto, con un elettrodomestico. Il problema è che noi, quando c’è una cosa nuova, vediamo tutto ciò che guadagniamo: chi lo usa mi dice anche che guadagna in tempo, io non so quanto perché poi mi dicono, sì, devi andare dopo mezz’ora a controllare quello, poi abbassare quell’altro, comunque richiede un’attenzione, non è che l’accendi poi non guardi più niente e dopo un’ora c’è il pane pronto, non è così……. comunque, ritengono, perché poi sono tutte persone che non hanno mai fatto il pane, quindi non è che lo confrontano con un’altra esperienza e possono dire che con questa si risparmia, comunque, di fatto, quando abbiamo un elettrodomestico nuovo, vediamo tutti i vantaggi. Il problema è che non calcoliamo mai le cose che perdiamo: perché comunque è un cambiamento, a parità ci saranno delle cose in più, che migliorano, ma necessariamente ce ne saranno che perdiamo e quelle sono esattamente quelle che sono difficilissime da vedere, da osservare, perché per esempio con questa macchina del pane, sì molte persone mi dicono "io non sapevo fare il pane e ora lo faccio", sì ma ti sei perso la possibilità di relazione con qualcuno che sa fare il pane, una volta che te lo fa vedere l’hai imparato, non è che fare il pane sia una cosa sconvolgentemente difficile, quindi comunque c’è una perdita di relazione, c’è una perdita di conoscenza, perché hai voglia a dirmi che la lettura del libretto di istruzioni è uguale a imparare a fare il pane da un’altra persona vedendolo, non è esattamente lo stesso tipo di conoscenza, è un po’ diversa, anche perché poi della macchina in sé non sappiamo niente, se si rompe schiacciando il bottone e non si accende più noi abbiamo conoscenza zero su quell’oggetto lì e anche questo mette un grossissimo punto di domanda sul tipo di conoscenza legato alle macchine, agli elettrodomestici. Poi non uso più le mani, perché lo impasta la macchina del pane; allora poi mi dicono ma sai
(interruzione per giro cassetta)
….corso in palestra, però ti sei tolto di fare il pane a mano, di usare queste parti qua dei muscoli, queste….. Perdi anche questa questione del ritmo, di misurare il tempo sul farsi di un’altra cosa; non ce l’abbiamo più, c’è un orologino che scatta quando il pane è pronto, tac, scatta e il pane è già fatto; per fare il pane invece bisogna saper fare la lievitazione, andare a guardarlo, rifarla di nuovo, dopo altre tre ore rifarla un’altra volta, impastare, aspettare di nuovo, metterlo in forno, passa un’altra ora….. è un ritmo che con la macchina del pane abbiamo perso completamente. E’ la tremenda mistificazione del fare le cose tradizionali completamente bonificate, userei proprio questo termine, bonificate, anestetizzate, rispetto a tutti i contenuti energetici e di piacere che avevano. E’ diventata una cosa asettica: schiaccio il pulsante, leggo il libretto delle istruzioni e ho fatto il pane, bellissimo, stesso pane che facevo a mano: non è la stessa cosa. Ecco, ritornare a percepire questa differenza, che "non è la stessa cosa" già è una porticina per una dimensione spirituale.
Allora, vorrei arrivare adesso, a provare a parlare un po’ di più di questa dimensione spirituale: io vi direi subito perché secondo me è così fondamentale: vabbè può essere perché questo mondo così com’è non ci piace e allora abbiamo visto, anche da tutta l’analisi cha abbiamo fatto prima, può essere che per fare in qualche modo resistenza a tutto questo sistema culturale ed economico forse è anche importante pensare che ci sia una dimensione spirituale. A mio parere è fondamentale per resistere e sperare, le metto insieme queste due cose perché se noi guardiamo il quadro così com’è, la questione ambientale, ecc., ecc., non c’è moltissimo da sperare, io ho l’impressione che se non sappiamo cercare in quella direzione, di un cammino di tipo spirituale, possiamo resistere un anno, due anni, dieci anni, ma NON RESISTIAMO, alla lunga non resistiamo, perché tante volte è difficile trovare elementi di speranza in questo mondo, se non crediamo in qualcosa che va oltre rispetto a quello che materialmente noi vediamo ogni giorno e se non lo coltiviamo, se non lo nutriamo questo, perché non lo possiamo tirar fuori nel momento in cui siamo depressi, non lo troviamo più in quel momento lì, sicuramente, se non lo abbiamo coltivato prima. E allora, ecco, io direi proprio che la spiritualità è dove possiamo trovare l’alimento, la forza, per continuare a pensare che qualcosa di diverso da questo che abbiamo è possibile e continuare permanentemente a pensarlo, poi ci sono alti e bassi ovviamente, però è l’ambito in cui possiamo fondare una qualche sensata speranza. Io dico sempre che ci sono altre tre cose a cui la spiritualità serve o che ci aiuta a capire meglio: uno è la questione della creatività, non si resiste a questo sistema se non con una grandissima fantasia, bisogna inventarsi le cose, perché le soluzioni che sono quelle che circolano, che ci vengono presentate, sono assolutamente funzionali a tutto quel discorso che abbiamo fatto  prima. Se noi vogliamo qualcosa di diverso, dobbiamo inventarcelo. Per farlo va benissimo che si inizi da soli, però l’altro elemento fondamentale è che ci sia una collettività, che ci siano più persone, Macondo può essere per qualcuno l’ambito di questa collettivizzazione, della condivisione di questo, per altri può essere la famiglia, per altri l’ambiente di lavoro, ciascuno trova che cos’è per sé lo spazio collettivo nel quale sperimentare il cambiamento. La terza cosa fondamentale, anzi ce ne sono altre due: una è che il cambiamento è qui e ora. Non si può resistere a lungo pensando che il cambiamento sia fra cinque anni, fra dieci anni, quindici, perché poi questi arrivano e noi ci deprimiamo perché il cambiamento non è avvenuto, quindi come la mettiamo? Invece, le piccole cose che possiamo fare, che già sono il cambiamento di cui parliamo, le dobbiamo fare oggi, e dobbiamo provare piacere nel farle – questa è un’altra grande verità che abbiamo scoperto nei corsi con i genitori e gli insegnanti sull’educazione ai consumi -; perchè tante persone sono persone di buonissima volontà, che vogliono fare, che so, dalle cose più banali, fare la raccolta differenziata, piuttosto che fare il pane in casa (non con la macchina) insomma qualsiasi cosa che vogliano inventarsi come cambiamento concreto e dicono "io lo faccio perché… la giustizia nel mondo, perché…. non mi piace la globalizzazione, … perché credo nel comunismo o ….. sono cristiano, qualsiasi motivo di questo genere: di nuovo, non si dura, perché viene sempre il momento in cui il comunismo fallisce o la globalizzazione ci fa vedere che è molto più forte di quanto pensavamo ecc. Quindi l’unico motivo sensato per cui si continua a stare nel percorso del cambiamento è che ci piace da morire, è che noi facendo quella cosa lì in modo diverso da come la facevamo prima o comunque sentendo che è un cambiamento, c’è cambiata la vita e non ci rinunceremmo più per niente al mondo e questa, guardate, è la cosa che nella trasmissione ai bambini è rivelatrice. Per misurare quanto si riesca a non fare per moralismo, per convinzione etica o politica, ed invece a fare per convincimento del piacere personale, la verifica sono i bambini, perché tutte le volte che un bambino ha il minimo sospetto che il genitore gli proponga una cosa non perché è la più bella cosa in assoluto che si possa fare, ma perché c’è un altro motivo, immediatamente lui preferisce l’opposto, preferisce la cosa che fanno tutti poi alla fine, non è che è così tanto strano il bambino. Mentre invece tutte le volte che i bambini in queste cose originali, chiamiamole così, seguono serenamente e convinti i genitori, è perché i genitori gli hanno trasmesso che non gli stavano facendo fare un sacrificio, non gli stavano dando meno di quello che i loro compagni hanno, ma gli stavano dando la cosa migliore in assoluto, facendogli vedere che era così, perché si passa più tempo con loro, perché si trovano delle cose belle lì dentro. Io non vorrei che si pensasse che questo discorso della spiritualità è qualcosa di lontano, di un po’ strano, – non so quanto queste cose sulla spiritualità vi siano vicine e risuonino già dentro di voi, probabilmente sono già nella vostra vita, le praticate già – però il problema è che se non siamo veramente consapevoli di quanto questi siano i passi della costruzione di una dimensione spirituale, li facciamo un po’ per caso ma non li coltiviamo, li facciamo quando ci capita, o perché qualcuno ci ha detto di farli, li facciamo magari perché ci vengono spontanei, però non gli diamo tutta la estrema importanza e rilevanza in quanto elementi di profonda resistenza contro questo sistema, non per fare battaglie lancia in resta, ma per l’idea che ci sia davvero uno spazio ampio dentro il quale dobbiamo imparare a discernere, a fare delle scelte e delle scelte contrarie a quelle di tutto il resto dell’andazzo, della valanga, del corso. Ovviamente è molto difficile dare rilevanza a queste pratiche perché abbiamo diversi secoli di cultura occidentale contro, non è solo una cosa dell’ultimo secolo: tutta la costruzione della razionalità economica, dell’homo faber, la secolarizzazione, tutta la battaglia contro la cosiddetta superstizione, tutto questo ce lo portiamo appresso, sono anche elementi che spesso ci fanno guardare con diffidenza o ci fanno essere un po’ più cauti rispetto al coltivare con entusiasmo queste briciole di spiritualità che sono dentro la nostra vita. Vi elenco un po’ questi passi, – io li ho chiamati "mistiche" in portoghese, chi frequenta il movimento sem terra sa che "as misticas" sono i momenti che loro fanno come spazi di spiritualità, non c’è mai una riunione di quelle tostissime del "movimento sem terra" superpolitiche sul contesto attuale, strategie e tattiche di intervento ecc.. , non c’è mai una riunione che non inizia e si conclude, anche spesso a metà, con delle "misticas" -. Sono dei momenti in cui, appunto, non si usa la parola, si usano i corpi, i colori, le canzoni, gli strumenti musicali, si usano altri linguaggi, per ricostruire quella spiritualità, quella dimensione che va oltre a quello su cui poi, anche dentro una riunione dei "sem terra" magari ci si può dividere, e che però sono davvero fondamentali per resistere. Allora queste sono tante piccole "misticas" che ciascuno di noi fa quotidianamente però magari senza vederle come tali. Il primo elemento che mi veniva da dire è che la mistica è dinamica – che significa che è dinamica? – che è allergica alle polarizzazioni, allergica ai dogmi, al positivo e negativo, alle verità statiche, codificate, alle gerarchie, proprio perché, come sempre ci ripetiamo, anche lo spirito soffia ovunque, soffia dove vuole, soffia sempre più in là di dove noi ce lo aspettiamo, soffia anche oltre ai nostri schemi mentali. Il primo elemento importante dentro cui imparare a praticare una mistica dinamica, è proprio partire dall’immagine che abbiamo di Dio. Quanto siamo disponibili, a nostro agio, con un’idea di Dio che non sia incrostato del Dio patriarcale, che non sia un Dio maschile? A parte il vecchio con la barba – ma comunque già il cristianesimo ha iniziato a fare qualche passo quando ha detto che era anche un bambino, è un passo notevole in avanti – però quanto, dentro l’immagine o il sentire di Dio che abbiamo, ci sta anche il femminile? È un lavoro su di noi, non è una questione da teologi, da chissà chi, da dottoroni. È una questione di quanto proprio dentro il nostro animo riusciamo a scrostare le incrostazioni patriarcali che le religioni hanno. Comunque al di là di questo discorso sul maschile, più in generale quanto riusciamo a toglierci questa idea, questa perversione che la nostra cultura ha rispetto alle dicotomie, con un giudizio di valore, per cui il bianco e il nero, il maschile e il femminile, l’alto e il basso, il freddo e il caldo – mi veniva da pensare poi quanto il linguaggio sia un tranello – il forte e il debole, fra le dicotomie, proviamo anche a trovare termini diversi; il forte e il tenero piuttosto che il debole, mentre nel debole immediatamente c’è una connotazione negativa. L’importanza delle polarità è fondamentale, ma quanto riusciamo a toglierci lo schema mentale che le polarità sono sempre su connotazioni positivo-negativo e non sono invece la tensione necessaria che tende all’equilibrio, non è importante che ci si arrivi sempre o non ci arrivi, però che la vita nasce proprio dentro a questa polarizzazione, se non c’è questa polarità non c’è possibilità di vita, c’è l’unico, ma l’unico è statico, è fermo, non c’è speranza. Questa idea – se qualcuno di voi ha familiarità, per esempio con il tao -, la cultura orientale lo ha espresso in questo, c’è fortemente la polarizzazione: nel tao, avete in mente la rappresentazione grafica, il cerchio con il bianco e il nero e dentro il nero c’è un pallino di bianco e dentro il bianco c’è un pallino di nero, ma anche la forma che ha questa separazione bianco-nero è una forma che in realtà è in rotazione, è continuamente in una mescolazione, in uno scambio. Ecco dovremmo forse più avvicinarci con un lavoro sui nostri schemi mentali per arrivare a sentire che la polarità non è mai statica e non è mai positivo-negativo ma è sempre dinamica. Poi la mistica dell’abbraccio, volevo raccontarvi con questo quell’atteggiamento che ci porta ad ascoltare i nessi, i richiami, quelle che noi spesso chiamiamo le coincidenze, diciamo "è successo…., che coincidenza!", ma, sì, coincidenza ma… potrebbe però anche non essere, è un modo di interpretare il fatto che due cose avvengono vicine, per esempio, se noi le chiamiamo coincidenza è una interpretazione, perché non pensiamo che quelle due cose possano essere state richiamate l’una dall’altra. Però ci sono tanti legami con le cose, ci sono tanti segni, nella realtà, che noi non sappiamo leggere: i famosi segni dei tempi, ma ci sono anche segni molto più quotidiani e concreti, che uniscono gli eventi, le persone, quindi a sentire un po’ la realtà come un grande abbraccio che ha continui richiami fra una cosa e l’altra. Questo implica che la realtà non è solo la realtà sensibile che noi vediamo ma che anche la realtà va molto al di là della realtà che noi percepiamo e controlliamo con i nostri sensi. C’è una realtà che ci sfugge ma perché abbiamo perso le antenne per coglierla, per leggerla, ci sono altre culture che la leggono benissimo, vi potrei fare moltissimi esempi, ci sono, pensate, realtà, esistenze diverse, dopo la morte c’è un’altra dimensione, ma anche prima, pensate ai nove mesi che il feto passa nel grembo della madre, non è un’esistenza come la nostra, è un’altra dimensione, che ne sappiamo noi di come percepisce il tempo, i rumori, le cose di questa vita un bambino dentro la pancia della mamma, è un’altra dimensione, e così, perché no, dopo, un’altra dimensione che non abbiamo le antenne per percepire, non c’è un’ecografia che ci dice com’è la vita dopo la morte, per fortuna. Ci sono altre esistenze, ci sono gli angeli, uno può crederci o no, però perché chiudersi alla possibilità che esistano altre esistenze, altre dimensioni. Ecco, tanto più noi siamo in relazione con questo grande abbraccio cosmico tanto più lo rigeneriamo, questa è una cosa drammatica per la nostra cultura che, siccome ha continuato a tagliare le radici dicendo che era tutta superstizione, che quello che non si può toccare, vedere, non esiste, oggi non esiste più, è normale che sia così. Se noi togliamo l’acqua, prosciughiamo una cosa, non c’è più poi, ma se noi la ricoltiviamo questa cosa continua ad esserci, continua a riprendere esistenza e in qualche modo, secondo me, questo è anche un po’ il presupposto della preghiera, perché come si fa a pensare di pregare, a pensare di fare memoria di persone che non ci sono qua, di pensare a situazioni dentro le quali non siamo, se non crediamo che ci sia questo legame, che continuamente il nostro pensiero, che la nostra energia raggiunga altre esistenze, perché questo è il modo di dare presenza a queste altre esistenze davanti a Dio e anche di continuare l’opera creatrice di Dio, il fatto che noi la rimemoriamo continuamente, le ridiamo esistenza. La mistica dell’impronta è forse più semplice, la mistica dell’impronta è riconoscere che tutto quello che noi vediamo di sensibile, quindi la natura, la luce, le cose che ci stanno intorno, portano la voluta traccia di qualcosa che sta oltre, che non si esauriscono completamente in quello che noi vediamo e che quindi, forse, l’atteggiamento è quello della contemplazione più che non della comprensione e qua torniamo, – anche Giuseppe lo richiamava prima, e cioè la perversione del voler comprendere sempre tutto -, prima cosa, che comprendiamo poco della realtà che ci sta intorno, che in realtà può diventare "porta", il dato sensibile, quello che noi possiamo vedere e toccare può diventare per noi una porta verso una dimensione che sta oltre. Un’altra mistica è la mistica dell’attesa: è l’atteggiamento che ci porta a non desiderare le cose, non cercare, ma aspettare che le cose arrivino; questa è una cosa un po’ folle per noi che cresciamo in una cultura della programmazione, l’idea che tu ti affidi all’attesa… ci vuole una fiducia di quelle che abbiamo disimparato ad avere, l’idea di provvidenza, è una bellissima cosa la Provvidenza, però l’abbiano un po’ dimenticata. Fra l’altro, quanto più alimentiamo questa cosa, tanto più poi ci dobbiamo fondare solo sull’esperienza, perché dopo un po’ che diamo fiducia, vediamo che le cose le troviamo, arrivano, cioè facciamo esperienza che funziona così, e allora poi questo ci da forza per continuare ad attendere le cose più che a cercarle con bramosia. Qui ci sono tre passaggi: il primo è che tutto quello di cui abbiano bisogno ci viene dato, – tante volte facciamo esperienza di questo, però  sentiamolo come una cosa mistica, una cosa davvero forte, non come una coincidenza, come dicevamo prima, – a volte con una estrema sovrabbondanza, molto più di quanto avevamo desiderato, ricordiamocelo quando ci succede! Qualche volta invece non ci arriva quello che desideravamo, nel senso che quello che ci arriva è inaspettato, non avevamo proprio fatto i calcoli… e allora se è una cosa positiva, va bene, è sovrabbondanza, quando è negativa uno ci resta un po’ male all’inizio…. però l’idea che comunque quello che ci arriva è comunque per la nostra gioia massima, nel senso che è una rivelazione che arriva lì per noi in quel momento, e che sta a noi farla nostra, tenerla dentro la nostra vita, darle un senso dentro la nostra vita. A volte ci sono cose di cui proprio non capiamo il senso e non lo capiremo mai, perché sono troppo tremendamente grandi o gravi o troppo pesanti, non riusciamo a portarle, abbiamo l’impressione di non avere le forze per portare ciò che ci è arrivato… e allora lì di nuovo la dimensione del mistero: ci sono delle cose che NON CAPIAMO e non capiremo mai, che vanno al di là della nostra comprensione, anche questo è importante che resti, sapere che è una dimensione del nostro esistere dentro questa vita, il mistero, il non arrivare a capire tutto. Questo è un atteggiamento che porta molto a liberarsi dalla paura del negativo, della morte, della malattia, del dolore, del brutto e a sentire questa idea che è nostro, che non è un qualcosa da cui ci dobbiamo difendere, da tenere lontano, da buttare via perché ci perturba, perché ci disturba, ma è qualcosa che sta profondamente dentro, che è venuto lì proprio per noi, ad interrogarci in quel momento, magari non per noi – per chi ci crede, c’è anche il karma, può anche essere la traccia di qualcun’altro dentro la nostra vita, o nostra rispetto ad altre che abbiano fatto e che noi non leggiamo più come collegate, quello che ci arriva dopo non lo leggiamo come collegato a qualcosa che abbiamo fatto molto prima – però ecco…. questa mistica dell’attesa.
Poi la mistica del rigenerare: è l’atteggiamento che ci porta a sentire che niente va perduto, anche la briciola più infinitesima, che ci sembra non colta da nessuno, che appunto ci sembra inutile, anche la più nascosta, quella fatta senza alcuna ricompensa, quella fatta senza proporzione – a volte si fanno delle cose del tutto sproporzionate, fuori misura – anche quella è come se ci fosse qualcuno che tiene la proporzione, non dobbiamo preoccuparci noi di tenerla. Perché questo? Perché in fondo, in quel momento, nell’azione nascosta, nell’azione senza risultati immediati, in realtà noi stiamo partecipando a questo immenso lavorìo che è il lavorìo dell’universo: una fonte continua a sgorgare anche se non c’è nessuno che la guarda, i fiori continuano a fiorire anche per nessuno, di una bellezza meravigliosa, – ogni cento fiori che fioriscono uno solo porta frutto, è un dispendio, uno spreco enorme della natura, eppure la natura funziona così, – e in questo c’è, che noi non afferriamo per fortuna, c’è qualcosa di mistico. In questo la pratica che io suggerisco, che ho scoperto come pratica per fare esperienza di questo tipo di mistica, è il lavoro domestico: questo è un classico lavoro che viene fatto per essere disfatto, voi rifate il letto perché la sera venga disfatto, preparate da mangiare perché venga mangiato, lavate i piatti perché vengano risporcati: è l’esempio più chiaro di un lavoro da Sisifo, sembrerebbe, un lavoro che viene fatto per essere tolto.. del resto ai cristiani questo dovrebbe essere abbastanza noto, una storia che perlomeno nella parte sensibile si conclude con una crocifissione dice molto su un’energia che si rigenera dentro a un’apparente assenza e nullità delle cose. A questo proposito ricordo sempre una frase di una donna, un’amica che tuttora e nei precedenti vent’anni ha portato avanti una lunghissima storia di resistenza, una storia di mafia molto pesante, lei non ha mai più riottenuto le terre che le hanno portato via, era una vedova con due figli piccoli quando la storia iniziò, e lei dice sempre "io mi sento di avere vinto: la mia vittoria è che non ho mai ceduto, è che io ho cresciuto due figli, da sola, a cui ho saputo insegnare cos’è l’onestà"; apparentemente zero, perché non ha mai vinto una causa in tribunale, non le hanno mai restituito niente di quello che le avevano tolto, ha passato vent’anni d’inferno, ovviamente poi ammalandosi ecc. ecc. , eppure lei dice "io sono contenta, perché questa per me è una grande vittoria". E’ un po’ questo il senso: c’è una spiritualità profondissima in una frase del genere.
Infine, concludo con la mistica del corpo. Come prima dicevo della traccia dell’altro e dell’oltre dentro la natura, il nostro corpo è forse la prima porta che noi abbiamo per accedere alla dimensione spirituale e questa purtroppo è forse la parte che nel cristianesimo è stata più distrutta, più mortificata; in realtà ci sono molte tradizioni che hanno fatto invece di questo una pratica molto forte, pensate ai Sufi, questa danza ripetitiva, è attraverso il corpo, il muovere il corpo in un certo modo e far prendere un certo ritmo al corpo, che si accede ad una dimensione altra; lo stesso yoga, sono tutte pratiche che, a partire dal corpo, lavorano per aprire dimensioni diverse. Perché, in fondo, – anche nel versetto della Genesi si dice che il corpo è immagine di Dio, quindi è una cosa abbastanza seria -, ma è anche uno snodo mistico: nel corpo c’è l’incontro tra lo spirito e la materia, ma c’è l’incontro tra generazioni diverse, tra ciò che siamo stati prima, ciò che siamo oggi e ciò che saremo domani, c’è l’incontro di corpo, psiche e anima, tante componenti diverse, quindi è uno snodo, ciascuno nella sua singolarità, è uno snodo ricchissimo di significati che vanno oltre alla realtà sensibile della pelle, delle ossa, degli organi ecc. ecc. Il problema è che noi siamo grandemente ignoranti al riguardo: prima perché non lo ascoltiamo, almeno lo ascoltassimo.. e da qua discenderebbe tutta una pratica di alimentazione, una pratica medica, ce ne sarebbe da aprire… e tutti questi possono anche essere cammini spirituali se intesi in questa modalità, per esempio l’alimentazione che va per la maggiore o la medicina che va per la maggiore sono profondamente antispirituali in questo senso, stanno proprio da un’altra parte, stanno dalla parte della tecnologia, dell’industria ecc. Ascoltare il corpo per conoscerlo ed anche controllarlo, nel senso di sapere come si comporta, sapere come funziona – il respiro è un’altra delle cose fondamentali, il fare l’amore, sono tutti elementi di cui abbiamo scarsissima conoscenza e che invece potrebbero diventare, essere strumenti che aprono delle porte verso una dimensione  dell’oltre – io penso sempre che l’affermazione del cristianesimo della risurrezione dei corpi sia una bellissima affermazione, anche presa in senso simbolico, sulla centralità dei corpi, poi la storia successiva ne ha fatto tutt’altro, però dire che la pienezza viene con la resurrezione del corpo non è esattamente un concetto greco, dove le idee erano la cosa fondamentale.
Direi che vi ho consegnato tante parole, vi chiedo scusa se risuonano con difficoltà nelle vostre vite e nelle vostre pratiche però io le ho incontrate e per me sono molto significative per la mia vita e quindi è il regalo che vi faccio questa sera.