La riproduzione tecnica della vita

Intervista a Pietro Barcellona

La legge sulla fecondazione assistita propone diversi temi importanti ed ha aperto dibattiti e contrapposizioni.
Qual è nel merito la tua posizione?

Intanto si pone una prima questione, perché la riproduzione al di là delle disposizioni legislative che possono essere più o meno coerenti, e in questo caso sono molto contraddittorie, è un tema fondamentale: è possibile la riproduzione tecnica della vita? La riproduzione tecnica della vita infrange un tabù storico; l’uomo può disporre e dispone della natura esterna, ma non ha mai disposto della riproduzione di se stesso, tant’è vero che i vecchi codici contengono normative che preservano anche la possibilità di vendere organi o parti del corpo: il corpo della persona è stato sottratto alla disponibilità individuale.
Il principio della riproduzione tecnica va oltre il caso specifico della riproduzione assistita, abbraccerà tutta la questione dei trapianti, degli interventi sul cervello; ripeto io metterei la nostra conversazione sotto l’etichetta: riproduzione tecnica della vita. Sotto questo punto di vista io credo che una questione simile non possa essere discussa né a partire dai desideri né dai bisogni individuali, perché è una questione che riguarda la conformazione sociale, la cultura, di un popolo, di una nazione o addirittura della stessa umanità; e neppure può essere affrontata sotto l’aspetto ideologico di una tesi liberale o di una posizione restrittiva; né tanto meno si può ridurre ad una lotta di religione, tra cattolici ed atei.
La legge è nata dalla opportunità di regolare il ricorso a tecniche di fecondazione e si è poi sviluppata in un clima di contrapposizione, che ora confluisce nei referendum.
Io sono convinto che bisogna andare a votare, perché i referendum non sono solo una manifestazione di democrazia, ma sono pure una grande occasione per discutere in mezzo ai cittadini, nelle scuole, nelle università, nelle assemblee, nei condomini, dei significati di questa legge e dei referendum, di cui spesso si parla senza sapere cosa c’è dentro. Io spero che questi referendum siano l’occasione prima di arrivare al voto, per una decisione libera.
Io ho concesso una intervista a L’Avvenire, che non è stata ripresa da nessun altro giornale, perché sono argomenti (i miei) che spiazzano, mettono in campo un tipo di argomentazione nuovo. Non è che io sono favorevole alla libertà di fare quel che desidero, la libertà non può mai essere una libertà senza limiti; né io sono favorevole per rispetto alla sacralità della vita a non toccare neppure gli embrioni. Io sono in una posizione che mi sono formato laicamente dall’esperienza della mia vita, della mia professione, del mio lavoro. Non penso di dovermi iscrivere al partito della chiesa o a quello di Pannella; voglio continuare a sentire la mia libertà di riflettere a voce alta su questi argomenti. Questo non sta accadendo e questa è una cosa che va denunciata La Chiesa sta commettendo un grande errore, perché sta trasformando in una crociata quello che poteva essere un’occasione per valorizzare il ruolo della donna nella maternità e capire quanto il destino dei bambini sia legato al comportamento dei genitori.
Il discorso deve essere portato oltre la divisione un po’ vecchia per schieramenti contrapposti. Però sono contrario agli interventi manipolativi che modificano le forme della riproduzione umana. Io sono contrario per una ragione di statuto antropologico. E per statuto antropologico intendo dire quello che nella storia dell’uomo, nel corso dei secoli si è formato, non sto parlando di una esistenza immodificabile dell’uomo, che può anche auto sopprimersi, ma intendo dire che una civiltà viene strutturata non solo attorno a regole giuridiche, ma da modalità di comportamento che comprendono scelte affettive, implicano principi educativi, forme di costruzione della identità personale, che vanno al di là di una posizione giuridica o anche della scelta liberale, per cui ciascuno può fare quello che vuole.

A tuo parere c’è un riferimento morale cui attenersi a fronte di tale questione?

Prima ancora dell’etica c’è un ragionamento che riguarda la scelta di vivere in una forma di civiltà, e ti dirò cosa mi spinge ad essere contrario a questa idea che i figli si possono fare al di fuori di un rapporto di coppia e al di fuori di una certa azione dell’utero della madre. Sono convinto che ci sia un’esigenza di fondo che è stata sottolineata più volte in psicanalisi: un bambino per avere uno sviluppo sano, armonico, anche se non privo di conflitti, ha bisogno del riferimento di figure che sono esponenti in qualche modo dei suoi tempi, ha bisogno della figura paterna e della figura materna.
La rappresentazione del nascere da una coppia, che è il principio dell’accoppiamento dei sessi, è il principio, che introduce un limite realistico alla volontà di potenza. La volontà di potenza che certamente fa parte della fantasia e del delirio di onnipotenza, che fa parte delle dinamiche possibili della vicenda umana, si scontra con il limite della realtà, perché ciascuno di noi sa che non può essere riprodotto integralmente, sa che l’uomo non è fotocopiabile; e che per riprodurre un essere vivente al quale sei legato da affetti, e prolungare in qualche modo la tua esistenza hai bisogno di collaborare con l’altro sesso.
C’è il tentativo da parte dell’uomo di realizzare il vecchio sogno delirante di onnipotenza, quello cioè di autogenerarsi, di nascere dal nulla. Di negare, cioè, la prima vera dipendenza che fa di ciascuno di noi un essere nato da coppia di genitori. Che siano di fatto o conviventi, non mi interessa. Quello che mi interessa è che il bambino nasca da una relazione d’amore tra un uomo e una donna.
Oggi si ripropone la discussione attorno all’embrione, alla sua valenza e al suo uso. Per quanto riguarda il senso comune e per quanto riguarda l’educazione dei nostri figli, io avrei lasciato che la scienza seguisse liberamente i suoi percorsi, non mi sarei molto preoccupato se l’embrione sia un autocosciente o non autocosciente perché questa è una questione secondaria; la stessa teologia non è mai stata chiara in merito a quando si diventa persone o quando si è viventi ma non individualizzati. Non avrei fatto una questione sulla soggettività dell’embrione, mentre avrei diffuso al massimo una cultura che ripudia l’idea che si possano procreare bimbi senza accoppiarsi con un compagno dell’altro sesso. E questo non ha niente a che vedere con il matrimonio. È proprio l’idea culturale che tu, crescendo, diventando prima un bambino, sviluppi degli affetti contradditori verso il padre e verso la madre che ti fanno diventare progressivamente quello che sei, all’interno di tradizioni in cui questi affetti vengono rappresentati.
La grande cultura greca ha avuto il merito e la forza di rappresentare la tragedia degli affetti, che non sono un percorso semplice e lineare. Freud individua nel complesso di Edipo il motore dell’umanità, e dice che gli uomini si sviluppano attraverso l’amore e il conflitto. Che si sviluppano perché li imitano il padre e la madre, e perché li vogliono contrastare. Gli uomini se non hanno queste figure di riferimento (il padre e la madre) non hanno uno sviluppo adeguato, perché non si confrontano né con la potenza degli affetti né con la realtà. L’emotività, la passione e la durezza insopprimibile del reale rimangono i due poli nell’esperienza umana. Insieme con la legge si dovrebbe innestare un processo educativo.
Anche sulla Costituzione Europea la gente non sa nulla. Una società è fatta principalmente di processi educativi; non serve una legislazione che piove dal cielo, perché quattro esperti hanno deciso in un modo o in un altro.

La tua posizione è dunque una posizione solo culturale, oppure…?

Se io dovessi legiferare in questo campo, l’unica cosa che farei è quella di prevedere dei sostegni per chi vuol fare l’omologa, perché l’omologa può essere in qualche modo accettabile. La limitazione di embrioni ai fini della ricerca io non la condivido. Se gli embrioni possono produrre interventi per malattie gravissime come la demenza senile, l’Alzheimer, la immuno-deficienza, altre malattie di cui oggi non si conosce l’origine, la ricerca deve essere libera.
Certamente ci vogliono regole deontologiche che spingano i medici a trattare la materia con la prudenza dovuta; ma non mi fermerei a discutere sulla caratteristica degli embrioni, se sono già persona, coscienti; per me persona si diventa; e si diventa nella relazione effettiva, vera, non astratta. E dunque nel rapporto con il padre, la madre e l’ambiente di vita. Il padre e la madre non sono solo persone fisiche. Mia madre ha trasmesso a me non soltanto l’educazione verbale, ma anche un modo di affrontare il rapporto con l’altro, di trattare le altre persone, il rapporto con mio fratello più piccolo. Un genitore è il rappresentante di una tradizione, di una civiltà. Perché si parla di lingua materna? Perché è la lingua nella quale si apprende a stare al mondo.
Contrariamente a quanto pensano alcune femministe, non diminuisce affatto il ruolo della donna.
La maternità è una relazione affettiva decisiva per il bambino; la madre non solo quando lo tiene nell’utero, ma anche quando lo allatta, lo cura, lo accoglie, la madre è la fonte della prima significazione; i primi significati per orientarsi, per sentirsi diversi, sono suggeriti dalla madre. La madre è la signora dei significati.
Uno psicanalista francese raccontava questo episodio, Una donna viveva sola con il suo piccolo, e nonostante fosse sola con il figlio aveva talmente presente nel suo spazio mentale la figura del padre che il bambino conosceva il padre senza averlo mai visto. E il figlio aveva dentro di sé l’idea di essere nato da una madre che fisicamente lo toccava e da un padre che non aveva mai visto.
Viceversa in un appartamento di Parigi viveva una coppia che si odiava, con una madre che aveva completamente rifiutato l’idea del padre; il figlio di questa coppia, educato dalla madre a prescindere completamente dalla presenza mentale del padre, non aveva acquisito il senso della paternità, perché la madre non glielo aveva trasmesso.
Se noi stacchiamo il fatto procreativo dalla relazione affettiva e sessuale, si può ipotizzare un futuro in cui la produzione di esseri umani avviene totalmente attraverso macchine. Una volta combinato tecnicamente l’ovocita e lo sperma, si procederà a costruire artificialmente degli esseri umani. La scienza potrà arrivare a questo. Il problema non è impedirlo. La ricerca deve fare i suoi percorsi per capire quello che può della vita. Ma l’uomo non deve consentire che tutto ciò che è tecnicamente fattibile diventi lecito.

Pietro Barcellona
ordinario di filosofia del diritto
facoltà di giurisprudenza
Università di Catania
L’intervista contiene due citazioni tratte da
un’intervista concessa ad Avvenire, 26/02/2005