La rivoluzione verde è un sogno

Davanti al problema di 786 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo, i propagandisti del nostro ordine sociale hanno una soluzione facile: ottenere più alimenti attraverso i prodigi dell’ingegneria chimica e genetica. Davanti al problema di 786 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo, i propagandisti del nostro ordine sociale hanno una soluzione facile: ottenere più alimenti attraverso i prodigi dell’ingegneria chimica e genetica.

Monsanto, Novartis, AgrEvo, DuPont e altre compagnie chimiche, unite con la Banca Mondiale e altri organismi internazionali, assicurano che il mondo può essere salvo se premettiamo a queste stesse imprese, stimolate dal libero mercato, di fare la loro magia.

Per coloro che ricordano la promessa della Rivoluzione Verde di porre fine alla fame attraverso l’impiego di sementi miracolose, questa chiamata in favore della Rivoluzione Verde II dovrebbe suonare a vuoto. Di fatto, se per affrontare il problema della fame la formula si limita ad aumentare la produzione di alimenti, essa fallirà, giacché non sarà modificata la pronunciata concentrazione del potere economico e, specialmente, l’accesso alla terra.

Pure la Banca Mondiale arrivò alla conclusione, in un importante studio realizzato nel 1986, che la fame mondiale poteva essere alleviata solo per mezzo della "redistribuzione del potere d’acquisto e dei rimedi in favore della denutrizione". In poche parole, se i poveri non hanno il denaro per comperare gli alimenti, l’aumento della produzione non li aiuterà.

Nonostante i decenni di rapida espansione della produzione di cibo, esistono ancora 786 milioni di persone al mondo che soffrono la fame. Circa i due terzi di questi vivono in Asia, precisamente dove le sementi della Rivoluzione Verde contribuirono per il miglior esito produttivo. Secondo la rivista Business Week, "nonostante i silos in India trabocchino, attualmente cinquemila bambini muoiono ogni giorno a causa della denutrizione in questo paese. Dato che i poveri non possono comperare quello che è prodotto, resta solo al governo immagazinare milioni di tonnellate di alimenti".

Tanto la Rivoluzione Verde, come qualsiasi altra strategia per stimolare la produzione alimentare, dipende da regole economiche, politiche e culturali, che determinano chi ne beneficia come amministratore dell’incrementata produzione e chi ne beneficia come consumatore, chi ottiene gli alimenti e a che prezzo. I poveri pagano di più e ottengono meno. Gli agricoltori poveri non possono comprare fertilizzanti e altri prodotti nelle quantità necessarie e nemmeno offrono ai prezzi migliori, come fanno i grandi produtori agricoli. I crediti o i sussidi governativi sono beneficiati enormemente dai grandi agricoltori.

Ciò detto, la Rivoluzione Verde fa si che l’attività agricola sia dipendente dal petrolio. In India, l’adozione di nuove sementi era accompagnata da un aumento esponenziale dell’uso dei fertilizzanti. Frattanto, l’aumento della produzione agricola per ogni tonnellata di fertilizzante in questo paese diminuì di due terzi. Di fatto, durante gli ultimi 30 anni, la crescita annuale dell’uso dei fertilizzanti nelle colture asiatiche di riso è stata da tre a quaranta volte più rapido di quello della crescita della produzione. Negli USA, le sementi migliorate, combinate con fertilizzanti, permettevano maggiori raccolti che, a sua volta, abbattevano i prezzi che gli agricoltori ottenevano dalla loro produzione. Frattanto, i costi dell’attività agricola aumentavano vertiginosamente, diminuendo drasticamente i margini di guadagno degli agricoltori stessi.

Davanti questo stato di cose, chi sopravvive ora? Due gruppi molto diversi: i pochi agricoltori che scelgono di non dipendere dall’agricoltura industrializzata e coloro che sono capaci di continuare aumentando la loro estensione di terra. Tra quest’ultimo e selezionato gruppo stanno 1,2% di stabilimenti con alte rendite, quelli che hanno, per lo meno, 500 mila dollari di vendite annuali. Nel 1969, le superaziende erano con il 16% di rendita liquida del totale della produzione agricola, ma, alla fine degli anni ’80, rispondevano per quasi il 40%.

Gli Stati Uniti videro diminuire il numero di aziende dei due terzi, in quanto la dimensione media delle proprietà aumentò più del doppio, dalla seconda guerra mondiale. La decadenza delle comunità rurali, il sorgere di quartieri periferici nei centri delle città e l’aumento esagerato della disoccupazione avvennero dopo la vasta migrazione dal campo alla città. Pensiamo a quello che significa l’equivalente esodo rurale nel Terzo Mondo, dove il numero di disoccupati già è il doppio o il triplo di quello registrato negli Stati Uniti.

L’unico modello con il potenziale per fermare la povertà rurale e per proteggere l’ambiente e la produttività della terra per le future generazioni è un’agricultura basata nello sfruttare piccole aziende che seguono i principi di agroecologia. Dagli Stati Uniti all’India l’agricoltura alternativa si sta mostrando praticabile. Negli Stati Uniti, uno studio che rappresentò un traguardo, fatto dalla National Research Council, diceva che gli agricoltori alternativi producevano di più per acro, con costi più bassi per unità coltivata, nonostante molte politiche federali distimolavano l’adozione di pratiche altenative.

In un’analisi finale, se la storia della Rivoluzione Verde ci insegna qualcosa, è che l’incremento della produzione degli alimenti può, e frequentemente è così, seguire di pari passo con l’aumento della fame. E perciò che dobbiamo essere sciettici quando Monsanto, DuPont, Novartis e altre compagnie chimico-biotecnologiche ci dicono che l’ingegneria genetica stimolerà il rendimento dei raccolti e alimenterà gli affamati. Tutto porta a pensare che la Rivoluzione Verde II, allo stesso modo della prima, non cancellerà la fame.

Peter Rosset è co-direttore di Food First/The Institute for Food and Development Policy
e co-autore del libro World Hunger: Twelve Myths(1998).

tratto da Biblioteca das Alternativas del Fórum Social Mundial 2001 (www.forumsocialmundial.org.br)
Testo pubblicato per la Envolverde, Brasile, Giugno 2000: www.envolverde.com.br
Nostra la traduzione