La sfida della decrescita

L'economista francese, propositore della decrescita, si sofferma su due aspetti: l'utopia dell'autonomia e la decrescita come utopia concreta locale.

Sempre più velocemente le specie spariscono in misura terrificante, cento, duecento al giorno, durante il mio intervento spariranno una o due specie. Questa sparizione è organizzata dall'uomo e, peggio, anche l'uomo poterbbe esserne vittima. Alcuni colleghi scienziati pensano che  l'umanità sia una specie siucida, c'è chi ha scritto sull'argomento, come Castoriadis. In Francia è uscito un libro dal titolo: "L'umanità sparirà? tanto meglio".
La scommessa della decrescita è un po' diversa,essa afferma che  non è l'essenza dell'umanità che è suicida, ma è l'essenza della società della crescita.
Che cos'è la società della crescita? E' la nostra, una società che ha  come fine  far tendere all'infinito la crescita del prodotto per far crescere il consumo: consumare sempre di più, produrre sempre di più, per generare profitti e… rifiuti.
Non si tratta di far aumentare la produzione di cibo per sopperire ai bisogni, ma si tratta della crescita come fine a se stessa. E' evidente che una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. Per questo dobbiamo uscire dalla società della crescita e organizzare una società fuori della crescita, che abbiamo chiamato decrescita.  La descrescita è uno slogan per significare questa necessità di rottura con questa logica infernale, ovvero la crescita per la crescita che porta alla distruzione del pianeta. Se vogliamo essere più rigorosi dovremmo parlare di a-crescita, così come si parla di a-teismo, con la a privativa greca iniziale, infatti si tratta di uscire da una religione: la religione della crescita, nella credenza del progresso, nella fede del consumismo.
Pensare oggi a come sopravvivere allo sviluppo, come organizzare questa società, è un'utopia.  In questo momento di crisi abbiamo bisogno di utopie, l'utopia  fa sognare, abbiamo bisogno di sognare dato che viviamo in un incubo,  ma l'utopia concreta è un progetto possibile, è possibile se lo vogliamo. Senza utopia non c'è politica possibile, c'è solo la gestione del sistema, del sistema degli affari.
Il progetto della società della decrescita è un'utopia concreta. Ho proposto una schema di organizzare questa nuova società con un circolo virtuoso, perché quando ho fatto i miei studi economici negli anni '60, i professori economisti parlavano dei "circoli virtuosi della crescita", virtuosi perché  i guadagni nati dalla  produttività  permettevano di aumentare i profitti e i salari. Guadagnavano i capitalisti, guadagnavano i lavoratori, guadagnava lo Stato attraverso le tasse, nel gioco risultavano tutti e tre vincitori. Solo che c'erano due perdenti, di cui non si parlava: la natura (e oggi si ribella; i cambiamenti climatici non sono frutto delle nostre follie attuali ma provengono da ieri) e il Terzo Mondo che ha visto peggiorare la sua già brutta situazione.
Ho conservato di quel periodo la nostalgia per il circolo virtuoso e ho proposto di costruire la società della decrescita con le 8 R: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, redistribuire, riorganizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare, che sono tutte azioni interdipendenti, l'una forza l'altra.
La proposta delle 8 R non è un programma politico, è un'utopia concreta, un progetto teorico che cerco di rendere coerente, non è un programma politico ma un progetto politico da cui si può trarre un programma politico.
La mia relazione si soffermerà su due punti specifici: l'utopia dell'autonomia e la decrescita come utopia concreta locale.

Perché la parola autonomia? Perché la società della decrescita non è un progetto così nuovo, si trova già sotto altri nomi come la società autonoma.
L'utopia dell'autonomia si basa su queste R: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridurre. L'autonomia dev'essere capita nel senso originale: autonomos, composto da autos ("stesso", "da sé") e nomos ("legge"); ovvero, "che si governa con le sue stesse leggi", in contrasto con l'eteronomia (dal greco "éteros" = altro e "nomos" = legge, ovvero "il reggersi con leggi date da altri").
Da questo punto di vista è molto intreressante che  il progetto della modernità era il progetto dell'Illuminismo, emancipare l'umanità dalla Tradizione, ddalla Rivelazione, dalla Trascendenza, creare una società laica, umana. Ma alla fin fine questo progetto si è autodistrutto e ha relizzato la società più eteronoma della Storia, una società che subisce la dittatura dei mercati finanziari. I mercati finaziari la fanno da padroni e il voto del cittadino conta meno di niente. L'azione dei politici è guidata dai mercati finanziari: sono loro  che vogliono l'innalzamento dell'età pensionabile, rendere più flessibile il lavoro, i salari ecc… Siamo dominati dalla mano invisibile dell'economia.

La parola autonomia è bella, ma pure lei non è così semplice, la si può fraintendere. Alain Minc, per esempio, quando parla di autonomia la pensa soprattutto in relazione alla tecnica. La tecnologia moderna ha preso una  strada sbagliata che porta alla controproduttività. E fa l'esempio dell'automobile. Quando si va in automobile si è autonomi, si ha un mezzo per andare velocemente dove si vuole e in tempi brevi. L'automobile è fatta per andare più velocemente, questo è vero se in rapporto ad uno che va a piedi e si sta percorrendo una strada libera a cento all'ora. Ma se tutti vanno in auto e la strada si ingorga questo non è più vero. E ha calcolato la velocità generalizzata: ha supposto che in un anno con l'auto si percorrano ventimila chilometri e ha calcolato quanto tempo impieghiamo per percorrerli. Ha calcolato un tot di ore passate a condurre il veicolo nel traffico, negli ingorghi, il tempo speso per fare benzina, pagare, l'eventuale incidente, le riparazioni, le manutenzioni, le contravvenzioni (si è calcolato che le famiglie spendono il 30% del loro guadagno per l'auto), alla fine i ventimila chilometri rapportati al tempo dedicato al sistema automobile dicono che la velocità media è di sei chilometri all'ora! Non siamo distanti dalla velocità di un pedone. Solo che l'auto ha svalutato i nostri piedi rendendoli ausiliari all'auto per permetterle di muoversi. Per questo Minc afferma che la tecnologia umilia l'uomo, perché lo mette in disvalore. E' un'analisi molto importante, si deve cercare di ridurre la dipendenza in rapporto al sistema tecnico. Ci sono altri strumenti che rafforzano quest'autonomia, come la bicicletta, che ti permette di andare abbastanza velocemente senza dipendere da tutta un'infrastruttura pesante, come dover fare il pieno di benzina. Che poi, dipendere dalla benzina significa dipendere dalla guerra del Golfo, insomma c'è  tutto un sistema dietro.
Per creare una società autonoma bisogna rafforzare le tecniche che Minc chiama "conviviali" più che le tecniche eteronome.

Molto spesso siamo accusati di essere retrogradi, e certamente lo siamo, nel senso che quando Riccardo Petrella dice che dobbiamo "demercificare", "demercatizzare" significa che va diminuito lo spazio del mercato nella nostra vita, questo significa anche diminuire la divisione del lavoro, essere più autonomi, sviluppare l'autoprofessione, sviluppare le nostre capacità. Ovviamente non si tratta di prodursi tutto, ma di trovare un compromesso, oggi l'eterodipendenza tecnica è diventata talmente forte, che per dirla con Minc, bisogna "intraprendere un tecnodigiuno".  Quando lo si deve intraprendere? Questa è una cosa molto arbitraria. Io l'ho intrapreso per il cellulare, per il PC, per l'auto, alcuni amici della decrescita, più integralisti, hanno buttato la televisione, il frigorifero, l'auto ecc… Non possiamo continuare questa dipendenza totale che alla fine distrugge l'uomo.
Ora ci sono dei progetti, specialmente negli Stati Uniti, ad opera di scienziati pazzi, che vogliono modificare la specie umana per migliorarla.
Per questo uno dei punti della decrescita, col quale sarebbe d'accordo Minc, che è il punto 9 del programma politico è decretare una moratoria sull'innovazione tecnologica, tracciarne un bilancio serio e orientare la ricerca scientifica e tecnica in funzione delle nuove aspirazioni, per esempio sviluppare la ricerca sulle energie rinnovabili piuttosto che, come facciamo in Francia, investire tutto sul nucleare, o sviluppare la medicina naturale piuttosto che mettere tutti i soldi sulla biogenetica per ricercare, ad esempio, i geni dell'obesità, forse ci sono, forse ne sono una causa, ma è più probabile che sia generata dal degrado ambientale. Meglio curare l'ambiente che studiare tecniche per modificare il corpo dell'uomo affinché possa, per esempio, sopportarte i pesticidi.
Molti affermano che noi "partigiani della decrescita" siamo contro la scienza, contro la tecnica. No, non lo siamo, siamo contro il dominio della scienza e della tecnica da parte del Capitale, del Capitalismo, delle Multinazionali.
Si tratta di sviluppare un'altra scienza, una scienza "cittadina". La scienza è una cosa troppo seria per essere lasciata in mano agli interessi economici, sono i cittadini che dicono cosa va cercato e per quale fine. Dobbiamo sviluppare pure delle tecniche ecocompatibili che permettono di ridurre lo spreco, il consumo, la distruzione dell'ambiente.
Su questo punto anche il filosofo Cornelius Castoriadis insisteva sulla necessità di porre limiti. Possiamo affermare che il problema della società della crescita è che ha distrutto il senso dei limiti e nessuna società umana può vivere senza limiti.

Come tracciare i limiti. Per la prima volta all'interno di una società non religiosa dobbiamo affrontare il problema. Controllare l'espansione del sapere in quanto tale, in quale modo senza arrivare alla dittatura culturale.
A mio avviso è sufficiente porre alcune linee di principio:
1) no a un'espansione illimitata e sconsiderata. L'economia deve essere uno strumento e non il fine della vita umana;
2) si alla libera espansione del sapere ma con ragionevolezza, con saggezza.
Chi deve porre i limiti? E' necessario trovare i limiti, trovare un comporomesso tra l'autonomia e l'eteronomia; questo compromesso può solo essere politico. Per questo è importante pensare una società politica autonoma. Nel'utopia dell'autonomia e la decrescita come utopia concreta locale. senso del progetto della democrazia radicale.
Ma la democrazia radicale era già un bel progetto, era quello di Rosseau, e pone molti problemi. Perché il progetto della democrazia è il progetto dell'uguaglianza. Ma l'uguaglianza è contraddittoria, E' impossibile raggiungerla completamente, in modo totale, perché ci sono esseri più crudeli, altri più intelligenti, altri più forti… l'unica via di uscita il liberismo l'ha trovata con la mano invisibile che crea una eteronomia. Se la mano invisibile ha deciso le disuguaglianze non ci si può opporre. E' la legge del mercato, questo Deus ex machina che non permette di rimproverare nessuno. La seconda cosa che permette a questa società di funzionare è la crescita.  Perché la crescita illude che quel che non è raggiugibile ora (comperare il nuovo modello di auto, per esempio) lo diventerà sicuramnente domani perché con la crescita saremo più ricchi. Questo mito ha funzionato bene, basta rileggere Adam Smith, quando scrive che il lusso del signore del medio evo ora è a disposizione di tutti.
Ma la crescita porta a distruggere il pianeta, per questo bisogna trovare il modo di far funzionare una società veramente democratica, sapendo che l'uguaglianza totale è impossibile. Su questo rifletteva anche Alexis de Toqueville, sociologo francese dell'ottocento, quando studiava la democrazia statunitense, pensava che solo la religione le permetteva di funzionare, perché la religione consente l'eteronomia, consente di sopportare la differenza di condizione sociale che è inevitabile. Per un laico  non possiamo introdurre la religione, dobbiamo trovare un'altra cosa, ovvero un compromesso, darsi dei limiti e parlare di autotrascendenza. Abbiamo 4 possibilità:
a) il sorteggio, come facevano i greci; se per dividere una terra tra più persone, difficilmente si faranno parti assolutamente uguali e col sorteggio nessuno può accusare l'altro di scorrettezza. Si limita l'invidia.
b) dare a tutti uno statuto; viviamo in una società di contratto, dove tutti sono uguali, tutti identici, per limitare i paragoni. Gli africani sanno gestire bene questo, nella società africana tutti hanno un titolo. Ci sono filosofi che hanno pensato la democrazia come una democrazia di aristocratici, tutti sono dei re.
c) introdurre la filìa, per Aristotele era indispensabile per la democrazia, l'amicizia, lo spirito del dono. I cittadini sono legati tra di loro con lo spirito del dono non con il calcolo, o per dirla con Minc, la convivialità. Questo può funzionare a livello di una piccola società, un villaggio, una città.
d) il localismo, fare la democrazia e fare la società della decrescita a livello locale.

La decrescita come utopia concreta locale.
Sono convinto che la decrescita  attualizza la parola d'ordine cara agli ecologisti "pensare globalmente, agire localmente". La decrescita è un progetto globale, ma la sfida è difficile, come convincere, per esempio,  i cinesi ad imboccare la strada della decrescita? Posso anche andarlo a spiegare, ma non so se mi asscolteranno, la vedo dura. Il posto dove possiamo agire, da subito, è il locale. questo ha due aspetti: inventare la democrazia ecologica locale e ritrovare l'autonomia economica locale.

Inventare la democrazia ecologica locale, qUesta raggiunge la perfezione nell'idea del grande pensatore anarchico Murray Bookchin, il quale aveva sviluppato l'idea dell'ecomunicipalismo. Lui pensava di organizzare la società democratica  a livello di bioregione (idea ripresa da Panikkar). La  bioregione è un'entità spaziale coerente  che traduce una realtà al medesimo tempo geografica, sociale, storica e culturale. Lo spazio dove la gente si sente legata da un sentimento forte di appartenenza e di volontà di fare le cose. Questo spazio può essere un villaggio, una città, una provincia, una regione. L'ecomunicipalismo è un luogo dove la democrazia può, senza essere totalmente diretta, avere la partecipazione diretta del popolo a diverse istanze, come il bilancio partecipativo. Bookchin pensava di organizzare una società ecologica come un municipio di municipi, una città di città, una città di villaggi, o un villaggiop urbano, ovvero organizzare dal basso delle strutture dove è possibile avere una vera vita democratica. E una vera vita democratica ha bisogno di un cambiamento del modo di vivere, una delle R più importanti è ridurre lo spreco, il sovraconsumo, ma anche ridurre il tempo di lavoro, perché per fare il cittadino ci vuole molto ozio, molto tempo, per i dibattiti, per informare, per fare le scelte. Ad esempio, cosa fare nel terittorio comunale, se attivare e come la raccolta differenziata, se serve costruire e come un parcheggio, se serve o meno una scuola, se vogliamo costruire una centrale a carbone o una centrale nucleare o se vogliamo riempire i tetti di pannelli solari… questa è la politica! E sono scelte a livello locale e ognuno coglie l'importanza di queste decisioni.
Per risolvere questi problemi in un'assemblea popolare ci vuole tempo.

Negli anni '50 il sogno dell'universale era molto forte, nel 1954, un poeta portoghese scrisse questa frase: "l'universale è il locale senza i muri". A quei tempi si pensava di uscire dal locale, lo si vedeva come un carcere. Con Bookchin il locale non sarà mai un carcere: internet, i media ci hanno trasformato in un villaggio globale abbiamo il mondo in casa, ma dobbiamo ritrovare il locale, rovesciare la formula: pensare il locale come un universale con i muri. In questo modo, come dice Panikkar, il locale diventa un pluriversale. Pluriversale non ha  lo scontento totalitario dell'universale, questo senso della omologazione planetaria, si tratta di ricreare il diverso, ricreare confini, ricreare dei passaggi per ritrovare l'autononia economica locale, ovvero rilocalizzare.
Ritrovare più che si può l'autosufficienza alimentare. Non si tratta di autarchia, si tratta di diminuire quese cose pazzesche che accadono oggi, come vedere camion che partono dall'Olanda con pomodori prodotti in serra per portarli in Spagna e camion che dalla Spagna portano pomodori in Olanda. Si racconta che un giorno 2 di questi camion carichi di pomodori,  che seguivano strade opposte, di sono scontrati seminando pomodori per la strada, realizzando una salsa di pomodoro europea. Ci sono molti esempi come questo.

Al centro di questo c'è un'altra R che è a fondamento di tutte le altre: resistere. Ora dobbiamo resistere al rullo compressore della globalizzazione, dell'omologazione planetaria, della deculturazione ecc…
Dobbiamo creare un nuovo immaginario. Dobbiamo recuperare una cosa che nelle società tradizionali aveva grande importanza ma che oggi abbiamo cancellato: la poesia. La poesia non ha più spazio, oggi non ha più senso scrivere poesie, alcuni pazzi lo fanno, ma nessuno li legge, pubblicano a spese loro i libri, ma nessuno li compra. E' il ruolo del poeta: ha ricevuto un dono che lui ridà alla società gratuitamente. Quando Pavarotti canta, non canta per il denaro, ma per il suo piacere e per il nostro piacere, restituisce il dono che ha ricevuto a tutti. Questa è una forma di demercatizzazione. Gli artisti sono  gli specialisti della gratuità, tocca a loro creare un nuovo immaginario, perchè sono culturalmente creativi.
Purtroppo per tutta la mia vita sono stato un economista, l'economista è il contrario del poeta. Naturalmente mi sono curato, ma la cura non è ancora finita.

Tutti oggi pensano preoccupati alla Cina, all'India, al Brasile, ai paesi che hanno imboccato la strada della società della crescita. Lo sviluppo di questi paesi accellera la distruzione dell'ecosistema: è una cosa buona o cattiva? Non lo so, ad ogni modo, di sicuro questo accelera molto il momento della verità. Forse è meglio così, capiremo che dobbiamo cambiare strada. Si puo pensare che se Cina, India e Brasile non avessero imboccato questa strada, l'emergenza non ci sarebbe. No, si sarebbe solo allungata di qualche anno, anziché avere l'emergenza per il 2050 l'avremo avuta per il 2100. In ogni modo dovremo cambiare, allora prima lo faremo e meglio sarà.
Non possiamo neppure dire ai cinesi di non imboccare questa strada perché disastrosa, perché per primi l'abbiamo fatta noi e la continuiamo a fare. L'unica cosa fattibile è che cominciamo noi la strada della decrescita e così dimostrare che vivremo meglio.
Le sorgenti della descrescita sono due: una è la teoria ecologica che dice che la crescita illimitata è impossibile, dobbiamo cambiare (club di Roma); l'altra  afferma che questa società dei consumi non è auspicabile perché distrugge l'umanità, distrugge la cultura (lo affermava copn forza Pasolini negli 'Scritti corsari').
Fortunatamente i cinesi non sono i statunitensi, si sono si occidentalizzati, ma sono coscienti dei problemi e hanno una grande cultura millenaria. Per cui non sono disperato. Quale sarà il futuro? Sarà quello che vorranno un miliardo e trecento milioni di cinesi (che possiamo fare contro un miliardo e trecento milioni di persone?), possiamo solo pregare affinché i cinesi non distruggano il pianeta.

Il movimento della decrescita sta crescendo, in Francia abbiamo due deputati che riprendono le nostre i idee, ma non è sufficiente.
Non siamo davanti alla situazione che prevedeva il marxismo dove si deve creare un rapporto di forza basato su degli interessi, perché salvare il pianeta è un interesse planetario  e nello stesso tempo è interesse di nessuno. Siamo davanti a una cosa che assomiglia a una conversione religiosa. Si tratta di convincere la gente.  Dalla nostra c'è l'impulso che è una necessita sempre più forte. Facciamo tutto quello che possiamo, nient'altro.

 

Città di Castello 08/09/2007

Intervento tenuto al seminario organizzato dall'Altrapagina "La sfida della descrescita. Il sistema economico sotto inchiesta."
Testo non rivisto dal relatore. Trascritto e adattato da noi.