La storia di Nahrik il mercante

Un racconto sulla fatica di comprendere una lingua diversa, di accettare uno straniero, il piacere dell’incontro e dello scambio… insomma un racconto in sintonia con Macondo.

A Sabrina e Paolo con affetto

Nei lunghi e assolati pomeriggi di Karal Waruk, piccola cittadina dell’Arabia, gli uomini si trovano dopo il lavoro alla Locanda del miele, sorseggiando bevande fresche e chiacchierando a lungo, anche per delle ore!
Durante la festa dei dolci, che dura una settimana, la cittadina si riempie di gente venuta da fuori regione. Nel locale mercato annuale, primeggiano i fiori, le spezie e la seta, ma anche le pietre ornamentali e molto altro si trova da comprare. Il ricordo di questa festa si perde nella memoria degli abitanti, essa c’era prima del paese.
Durante questa settimana si rivedono nella cittadina facce note, di mercanti, che tutti gli anni fanno tappa per vendere le loro merci, e, chi più chi meno, trascorrono pure loro qualche ora alla Locanda del miele. Oramai i frequentatori abituali e i mercanti, son divenuti amici, e passano il tempo a rinfrescarsi e a raccontarsi le loro vicissitudini, storie sentite nel loro girovagare o, come talvolta accade ai mercanti, di sana pianta inventate.
Blemahnil, pure lui un mercante di spezie, non faceva eccezione e dopo il mercato si rintanava alla Locanda del Miele. Conosciuto da tutti come un tipo loquace, era spesso invitato ai tavoli degli amici per raccontare loro delle storie.
Nell’ultimo giorno utile di mercato, durante un pomeriggio più caldo degli altri, così si rivolse agli amici seduti al tavolo: <<Ora vi racconto una storia, che l’ho sentita direttamente da chi l’ha vissuta, una storia particolare di un uomo veramente particolare …
Trenta estati fa, se non ricordo male, una gran siccità colpì l’Asia centrale, da dove provengono la maggior parte delle sete preziose che si vendono a Karal Waruk e in tutta l’Arabia. Fu un periodo molto duro per gli abitanti di quelle terre, infatti, dopo due anni di tremenda calura e senza che cadesse una goccia di pioggia, non avevano quasi più da mangiare. Pensate che anche il principe di quelle zone, fu costretto a razionare cibo e bevande a corte; dovette ridurre il suo esercito e chiedere pace con le nazioni vicine, con le quali da sempre era in guerra. Anche il commercio era ridotto al minimo, si scambiavano ormai solo acqua e pane, invece che seta e spezie.
Nahrik, un mercante di quelle parti, decise di partire verso ovest con il suo carro pieno di merci che non poteva più vendere laggiù: lui, il carro, e l’asino fedele andarono verso occidente.
Passarono giorni e giorni, viaggiando per terre a lui sconosciute; attraverso anche una sterminata foresta, dalla quale uscì dopo aver camminato un giorno intero in mezzo a soli alberi.
Rimasto a corto d’acqua e, ormai disperando di poterla trovare, pensava che era vicino alla fine del mondo, quando, improvvisamente, gli alberi si diradarono e da lontano vide qualcosa, forse una città. Continuando a camminare si avvicinò e vide che era veramente un posto abitato.
Arrivato che fu sotto le mura, si accorse che non era una grande città; dall’alto una guardia da sopra le mura gli urlò qualcosa in una lingua lui sconosciuta.
Nahrik era si intimorito, ma pure stanco di camminare e risoluto al suo compito di mercante, non ebbe paura a rispondere alla guardia "Mi chiamo Nahrik e vengo dalla città di Bukhara, porto con me molte merci che voglio vendere al vostro mercato, così sfamerò i miei figli lontani".
La guardia non aveva inteso le parole di Nahrik e cominciò a parlottare con le altre due sentinelle che nel frattempo s’erano avvicinate: "Che lingua parla questo straniero? Non ho colto una parola, capisco solo che con quel carro trainato dall’asino deve essere un mercante e quindi non dovrebbe essere pericoloso farlo entrare". Gli fece eco una delle sentinelle "Bene, ma non possiamo certo farlo entrare senza sapere bene chi è e che cosa vuole, il Capo Città ci farebbe scorticare se venisse a saperlo".
A una terza guardia, finora silenziosa, venne in mente che, forse, qualcuno in città poteva conoscere la lingua di quel viaggiatore e disse "Bisogna chiamare il vecchio Chefren, lui da giovane ha viaggiato molto e probabilmente conosce quella parlata".
Le guardie mandarono a chiamare il vecchio di cui parlavano, mentre Nahrik disperava ormai che gli fu aperto il grande portone di legno
Arrivato l’anziano uomo e dopo aver esser salito le scale che portavano alla sommità delle mura, non poco affaticato si rivolse a Nahrik, che ancora ripeteva alle sentinelle di lasciarlo entrare "Chi sei straniero? Da dove vieni? Porti con te la peste per caso? Se è così, vattene subito prima che le guardie ti uccidano".
Nahrik, contentissimo nel sentire che quel vecchio parlava la sua lingua, replicò "Nobile padre, non porto la peste nè altri malanni, ma mercanzie da vendere nella vostra città, rispondo al nome di Nahrik, da Bukhara lontana provengo dove ho moglie e giovani figli".
Il vecchio ristette un momento, poi rivolto verso il mercante "Straniero, sappi che se menti non sarà lunga la tua vita, mostra ora le armi e ti faremo entrare".
Nahrik trasse il coltello, l’arco e le frecce e depositò tutto sopra il carro coperto, cosicchè, poco dopo, lo scricchiolio dei cardini accompagnò la sperata apertura del grande portale.
Uomo, carro e asino fedele entrarono nella città, a loro si fece incontro il vecchio con due guardie, che gli presero le armi mentre era accompagnato dal Capo della Città di Destra (questo nome lo seppe dopo, ma di questo vi racconterò poi).
Arrivati al cospetto del Capo, Chefren spiegò chi era lo straniero e cosa portava con lui: in breve Nahrik fu autorizzato a vendere al mercato cittadino già all’indomani le spezie, la seta, pietre e amuleti e gomma.
Il giorno seguente il nostro mercante fu al mercato, trovando un buchetto dove esporre la mercanzia. Pochi si fermarono davanti al suo carro, tutti indaffarati a comprare montagne di carni e di altri alimenti e bevande, tanto che quasi nessuno gli rivolse la parola e quei pochi e poche che lo fecero, terminavano subito il discorso sentendolo straniero.
Così Nahrik per i quattro giorni seguenti stette al mercato, ma senza frutto: nessuno voleva la sua roba. "Sono cose che vendo da sempre, possibile che in questa terra non ne capiscano il valore? E’ pur vero che non parlo la loro lingua, ma le cose si vedono … eccome", rifletteva sconsolato Nahrik.
Trascorso inutilmente il giorno successivo, cercò il vecchio Chefren e gli disse che voleva andarsene per vendere altrove, con più fortuna, le sue merci. L’anziano lo accompagnò dal Capo Città, al quale Nahrik chiese di uscire dalle mura per andarsene in un’altra città. Il Capo Città dapprima rispose seccato di no, che non si poteva entrare e uscire così dalla sua città, ma vista l’insistenza di Nahrik che a lui si rivolgeva con queste parole " … con cosa sfamerò i miei tre figli e la moglie, se non riesco a vendere nè spezie, nè seta, nè gomma e altre cose che porto con me? Mi lasci andare per la mia strada signor Capo della Città, non la importunerò mai più". Quest’ultimo propose a Nahrik un cambio: lui poteva uscire dalla città, ma un terzo delle sue merci doveva rimanere lì, come indennizzo. Il povero mercante protestò, ma il Capo Città non gli diede retta e, a malincuore, Nahrik dovette calmarsi e lasciare giù un terzo di spezie, di gomma, di seta e delle altre cose.
Sbuffando, le guardie aprirono il grande portale di legno massiccio, fecero passare il nostro mercante, seguito dall’asino trainante un carro divenuto più leggero, grazie alla confisca di parte delle sue merci.
Dopo un giorno e mezzo di cammino, allontanatosi parecchio dalla città, Nahrik vide, lontana, una cinta di mura e pensò "è una città, spero che qui possa vendere qualcosa di più che non in quella spilorcia che ho appena lasciato".
Nahrik arrivato sotto le mura fu fermato dalle guardie, anche in questa nessuno sembrava capire la sua lingua, ma questa volta, venne lo stesso Capo della città a parlare con lui.
Nahrik un po’ nella sua lingua, un po’ con la manciata di parole che aveva appreso nella città visitata prima, disse che voleva vendere le sue merci. Mentre parlava rivolto al Capo città, non gli sfuggì il modo (avido direi) con cui il Capo Città guardava il suo carro.
Le porte vennero aperte e lui, da buon mercante, il giorno seguente era al mercato, assieme a tanti venditori, più di quelli della Città di Destra.
Nahrik osservò quanto simili fossero nelle due città, le case, le vie, persino i nomi delle persone (che non capiva) sembravano uguali. A parte questo, nemmeno qui gli affari gli andavano bene e riuscì a vendere molto poco in sette giorni, tanto che per mangiare, dovette prendere alcuni denari dal borsellino nascosto che conteneva tutto il suo denaro.
Decise all’ottavo giorno di andarsene dalla città e di cercare altri paesi dove poter commerciare, un paese meno diffidente verso i mercanti stranieri.
Per caso incontrò al mercato il Capo Città, e gli disse che gli affari andavano male e che voleva uscire per cercare altri mercati. Quest’ultimo rispose che ciò non era possibile. Ironia della sorte di un mercante: Nahrik comincio a barattare la sua libertà di uscire, finchè il Capo Città gli intimò di consegnare metà dei suoi denari e solo allora sarebbe uscito. Nahrik, protestò adirato, maledicendo (ma nella sua lingua) la sfortuna che lo perseguitava e l’animo avido e crudele di quell’uomo.
Dopo un po’, quando il Capo Città fece chiamare le guardie, Nahrik consegno metà dei denari tratti dal borsellino e li diede all’uomo.
Con 2/3 di merce e metà denaro di quello che aveva alla partenza da Bukhara, il nostro uscì ancor più sconsolato dalla città e non si voltò indietro che dopo due ore, quando alle sue spalle l’odiata mura s’era dileguata.
Camminava e camminava senza quasi pause, venne sera e Nahrik trovò riparo in un piccolo boschetto. Lì trascorse la notte stellata, al chiaro di una luna che si faceva via via più grande, rotonda e al massimo del suo splendore. Pensò che avrebbe fatto ancora un tentativo e poi sarebbe tornato a Bukhara, venduto o non venduto: via da questa terra inospitale!
Di buon mattino, si levò e s’incamminò: dopo poco usci dal boschetto e vide, ancora non chiaramente, un gruppo di case lontane, forse trenta o forse quaranta piccole case. Rimessosi in moto, venne bloccato da cinque uomini armati che lo colpirono alla testa e svenne.
Appena si riprese, dolorante per le percosse ricevute, Nahrik vide che era chiuso in una capanna di legno, la quale aveva con una minuscola finestrella proprio sopra la sua testa: era in una prigione dalla quale non era facile scappare.
Urlò e subito arrivarono degli uomini, che iniziarono a confabulare tra di loro. Diceva l’uno all’altro "costui verrà certo dalla Città di Sinistra, sarà sicuramente una spia"; "no" gli disse un altro " secondo me, è un malfattore e sarà in fuga da chi gli reclama giustizia". Nahrik cercava di spiegare a loro per la piccola apertura che lui era un mercante, di venire da Bukhara e che voleva solo vendere le sue merci e che poi sarebbe subito tornato dalla sua famiglia che lo aspettava.
Gli uomini parlottarono a lungo tra di loro, con fare che a Nahrik sembrò sempre più irato e minaccioso. Si sentiva in pericolo: solo, legato le mani e piedi, in balia di uomini coi quali non riusciva a comunicare.
Anche il tempo volgeva al brutto, Nahrik sperava solo che peggiorasse e che così tornassero alle loro case. Passò la sera e la notte in quella capanna, con la sola compagnia della fame che lo attanagliava sin dal mattino.
Svegliatosi il villaggio, il nostro mercante aprì gli occhi e vide fuori dalla capanna un piccolo gruppo di donne che parlavano tra di loro mentre guardavano la capanna con sguardo di compassione. Poco dopo una di loro indicò alle altre la capanna più lontana del villaggio. Una di queste, dopo aver brevemente discusso con alcuni uomini, si diresse proprio verso una lontana capanna, mentre a Nahrik una donna anziana aveva dato pane e un po’ d’acqua, che in breve il nostro consumò.
Passato qualche minuto, una voce gli chiese "Chi sei, un mercante o una spia? Da dove vieni?". Nahrik, stupefatto nel sentir parlare la sua lingua, guardò l’uomo entrato nella capanna e notò che era zoppo.
L’uomo, che disse di chiamarsi Tersehn, si era rivolto a Nahrik con tono pacato, quasi amichevole. Dopo qualche discorso con Nahrik, lo zoppo chiamò a sè gli altri e le donne e con fare severo disse loro "Quest’uomo viene da molto lontano, è partito dalla sua città per commerciare a occidente, non ha alcuna cattiva intenzione ed è già stato derubato dai Capi delle due città".
Al sentir questo, quelli che il giorno prima avevano inveito contro Nahrik, si precipitarono a scusarsi con lui. Dopo aver capito che l’uomo chiuso nella capanna non era pericoloso, tutti, uomini e donne, corsero a preparare deschi e tavole piene di cibi>>.
Blemanhnil prese fiato, sorseggiò una bevanda di fronte ai compagni della Locanda del miele, ormai tutti s’erano stretti attorno a lui, curiosi del seguito della storia.
<<Nahrik mi raccontò qualcosa anche di quell’uomo che sapeva molte lingue " avrà avuto sino a no vent’anni quando successe quello che nel villaggio chiamavano il "fattaccio di Azul".
Decise di andarsene lontano, a est. Prese servizio da un signore turco, a sua volta assoldato dai principi come combattente. Questo mercenario aveva un suo esercito che lo seguiva ovunque, e anche Tersehn lo affiancò per combattere: così l’Asia divenne la sua casa, la girò in lungo e in largo.
Poco dopo aver pagato i suoi uomini, in un luglio di circa dieci anni prima, il signore mercenario Tushful avanzò col suo esercito verso la città di Bukhara per incontrarvi il Capo di essa, in vista di affari urgenti. Poco dopo i soldati seppero la nuova destinazione: per conto della città di Bukhara dovevano ridurre al silenzio la minacciosa Samarcanda.
Durante il secondo assedio a quest’ultima fiorente città, Tersehn venne colpito da una freccia alla gamba destra. Ferito e sanguinante, dopo aver estratto da solo la freccia, si medicò come potè e rimase in disparte dalla battaglia. Finito l’assedio e ridotta Samarcanda a più miti consigli, Tushful incassò la somma pattuita e fece ritorno in Turchia.
Per Tersehn fu un viaggio dolorosissimo: la gamba destra gli faceva sempre più male e gli serviva sempre meno: infatti doveva aiutarsi con un bastone. Il suo signore lo fece curare dai migliori medici, ma non valse a nulla: la gamba destra di Tersehn, divenne come il ghiaccio, fredda e inutile. Allora egli prese la decisione di tornare a casa, visto che non poteva più combattere. Al suo ritorno trovò molto cambiata la sua regione, per gli eventi che, proprio quando gli abitanti del villaggio preparavano per la festa, iniziò a raccontare a Nahrik>>.
Al mercante stupito della confusione gioiosa che regnava nel villaggio, il combattente zoppo iniziò a raccontare:
"Nahrik, forse non capirai fino a che punto l’uomo arriva in basso, ma quella che ti racconto è una storia realmente accaduta. Circa venti estati fa non esistevano le due città che hai conosciuto, quella di destra (è la prima che hai visitato) e quella di sinistra, nemmeno questo villaggio esisteva. Vivevamo tutti nella città chiamata Azul, a metà strada tra le due.
Era grande, molto grande e contava circa duemila famiglie. C’erano mercanti, ciabattini, fornai, sacerdoti e avevamo tutto ciò che serviva per vivere bene. I campi attorno la città la rifornivano di grano, di frutta e verdura.
Ma l’armonia non durò a lungo, iniziarono gli screzi a causa di una lite tra due fratelli per un pezzo di terra fuori le mura. In breve tempo si formarono due squadre: quella dei "rahmed" che parteggiava per Ramadel, il quale diceva che quella terra era sua poichè suo padre l’aveva lasciata a lui; quella dei "tosman" che dava ragione a Tosmanhek, convinto assertore che la terra era sua di diritto per averla lavorata tanti anni.
Entrambi pagarono i violenti e fannulloni della città, affinchè combattessero contro la fazione avversaria. Nahrik, quelli che vedi qui e i loro figli, sono persone fuggite dalla città ormai in preda a una futile e distruttiva guerra.
Un gruppo di venti famiglie uscì dalla città, di notte per non essere visto dai combattenti che per tutto il giorno avevano lottato. Ci stabilimmo qui, isolati dalla città e protetti dal bosco dove le guardie ti hanno preso. Da allora viviamo del lavoro dei campi, qualcuno di noi fa l’artigiano e produce i ferri per i cavalli o macina la farina per il pane.
Ma tornando ad Azul, essa non durò ancora molto. Già dopo la partenza, che venne scoperta solo il giorno dopo, visto che con noi fuggirono anche le guardie di turno quella notte, successero cose sempre più atroci: vendette tra padre e figlio, tra fratelli e sorelle, soprusi e furti quotidiani, sino a quando, una notte quelli della fazione di Tosmanhek, appiccarono il fuoco alla casa di uno sgherro dell’altra fazione, colpevole di aver ucciso una loro parente.
Pazzi uomini, non s’accorsero, presi nella loro idiozia, che il vento soffiava forte quella notte: in poco tempo le fiamme si levarono alte nel cielo, tanto che vedemmo anche noi (il giorno dopo) il fumo nero che saliva al cielo della città che ancor bruciava.
Molte persone, che da giorni dormivano con un occhio solo chiuso, raccogliendo poche cose riuscirono a scappare e, come lo volesse il destino, quelli della fazione di Tosmanhek fuggirono a destra, mentre quelli di Ramadel a sinistra.
E’ già passata una generazione, ma la città di destra odia ancora quella di sinistra, ben ricambiata da quest’ultima. Di tanto in tanto ingaggiano delle lotte fuori le mura per sopraffare la città nemica: chissà quanto sangue verrà versato … per un piccolo pezzo di terra.
Non è stato facile sopravvivere anche per noi, all’inizio ci mancava quasi tutto. Ma ora viviamo bene, non abbiamo molto oro nè denari, ma abbiamo da mangiare e da vestirci, alleviamo le capre che ci danno latte e formaggi in quantità ".
Appena dette queste parole Tersenh e Nahrik vennero prelevati da un gruppo di uomini, che li invitavano verso la lunga tavola imbandita, dove ebbe inizio la festa. Tutto il villaggio s’era adunato per banchettare, così che anche gli uomini e le donne che tornavano dal lavoro nei campi non entravano nemmeno nella loro casa, ma si univano subito ai festanti.
Nahrik era felice, come da tempo non gli capitava, raccontava storie dell’Asia lontana a chi non aveva mai percorso quelle strade. Il clima del villaggio si animò ulteriormente con l’arrivo di un paio di suonatori, che dettero il via a musiche e danze: anche le guardie ritornarono dal boschetto e si trattennero con gli altri e solo la notte inoltrata le persone si ritirarono e andarono a dormire.
Il giorno seguente Nahrik, dopo aver riflettuto, disse a Tersenh che oltre a non essersi mai divertito tanto in vita sua, era rimasto sorpreso dall’ospitalità, ma che sentiva pure di dover rimettersi in viaggio verso la sua famiglia, con o senza mercanzia.
Uscito dalla capanna e accompagnato da Tersenh, Nahrik diede a ogni famiglia del villaggio un poco di spezie, di seta, di gomma e altro ancora, così che non nè restasse alcuna priva di un suo omaggio. Animato dal compito, non s’accorse che aveva esaurito la merce e che non gli rimaneva più niente. Guardò l’asino fedele, e concluse che lui doveva essere contento: avrebbe fatto molta meno fatica nel traino del carro.
Si accingeva a partire, attorniato dagli abitanti del villaggio che lo pregavano di rimanere ancora un poco, quando si fecero avanti due uomini accompagnati da Tersenh.
Questi presero il carro di Nahrik e lo caricarono di farina, formaggi secchi, datteri e verdure, e, forse per riguardo all’età dell’asino, legarono avanti al carro un’asina che avrebbe tenuto compagnia al vecchio animale.
Tersenh si rivolse a Nahrik dicendogli "Sappiamo che la tua terra non è qui, ma porta almeno un buon ricordo di noi e sfama la tua famiglia lontana".
Nahrik, commosso, salutò tutti con calore e si mise in viaggio, voltandosi a ogni passo a ricambiare i saluti che le persone gli mandavano. Prese dopo qualche ora la via di Bukhara: non aveva venduto le sue merci, era stato depredato, ma tornava carico di cibo per sfamare i bambini e la moglie e inoltre, aveva nel cuore … un bel ricordo di un paese lontano>>.