La terra fiorisce sotto il passo dei giusti

Noi cristiani quando diciamo "giustizia" cosa diciamo? Anche se guardiamo la Bibbia, il nostro patrimonio, ci sono delle pagine bibliche che sono in contraddizione rispetto ad altre pagine bibliche, eppure il valore della giustizia è il valore supremo dell'ebraismo, mentre per il cristianesimo è la carità

Uno dei problemi, forse il problema fondamentale del nostro tempo è che non sappiamo cosa intendiamo quando pronunciamo la parola "giustizia". Gustavo Zagrebelsky, eminente costituzionalista, in un colloquio col Cardinal Martini, concludeva dicendo: "Noi possiamo definire che cosa è il giusto, ma non sappiamo definire che cos'è la giustizia!". Io penso che quando sentiamo pronunciare questo termine, quando noi stessi lo pronunciamo, ci si accendono nella mente delle immagini, in contraddizione tra di loro, di sicuro in contraddizione con quelle che si accendono nella mente del vicino, di quello che sta dall'altra parte. Questo è un grosso problema.  

 La grande tragedia del '900 è stata quella di aver coltivato questo grande sogno della giustizia e di essere fallito nella misura in cui sappiamo, pensiamo all'utopia socialista e comunista, animata da questo desiderio potente, nobile, di giustizia, che si è tradotto dialetticamente, in una delle più grandi ingiustizie che il mondo ha conosciuto. Anche noi cristiani quando diciamo "giustizia" cosa diciamo? Anche se guardiamo la Bibbia, il nostro patrimonio, ci sono delle pagine bibliche che sono in contraddizione rispetto ad altre pagine bibliche, eppure il valore della giustizia è il valore supremo dell'ebraismo, mentre per il cristianesimo è la carità. E qui mi permetto di dire, sono semplici allusioni, che andrebbero argomentate, che la sintesi di queste due cose sta esattamente nel capire che giustizia è uguale amore, amore uguale giustizia. Questa è la sintesi potente. E allora si capisce nella radice cosa diciamo, quando diciamo amore, e cosa diciamo quando diciamo giustizia. Comunque, se noi guardiamo alcune pagine della Bibbia ebraica, noi ritroviamo il valore della giustizia, dell'uomo giusto. Troviamo che l'uomo può essere giusto. Non solo deve, ma può. E se invece guardiamo altre pagine del Nuovo Testamento, sto pensando soprattutto a Paolo, vediamo come l'uomo primariamente deve riconoscere la sua radicale ingiustizia.  

 Leggete la lettera di Giacomo, e vedete che Giacomo, che era un giudeo cristiano ma soprattutto un giudeo, ad un certo punto insulta qualcuno, quando dice: "Ma questo insipiente, questo stupido, come si permette di dire che le opere senza la fede non sono nulla?". E' del tutto chiaro a chi si riferiva. Si riferiva al suo collega di apostolato, Paolo di Tarso. Bellissima questa cosa, se noi tornassimo nella Chiesa, nella Teologia, ad avere questo senso di sfida aperta, gli uni con gli altri, non dico che bisogna insultarsi, ma ci dovrebbe essere libertà di giudizio, di critica, di parola. Se non sono d'accordo, ti dico da subito, chiaro, su che cosa non sono d'accordo, l'argomento, senza gridare immediatamente gli scandali, le eresie, i tradimenti, ecco, se noi trovassimo questa franchezza, che le nostre Scritture ci testimoniano, sarebbe un bene per tutti. Comunque, tutto questo, era semplicemente per dire che riflettere sul tema della giustizia non è una cosa che si può fare in un ora, ma richiede veramente il lavoro di una vita.  

 Il tema è difficile, primo per la dimensione epocale di cui parlavamo prima, e secondo anche per ragioni teologiche; tutta l'avvertenza e la disputa col pelagianesimo di Agostino, questo dichiarare eretico il pelagianesimo (esaltava la potenza della volontà umana, alla quale attribuiva la capacità di opporsi al male e al peccato; la volontà era garanzia di salvezza), mi permetto di dire che veramente è una cosa che va rivista. Quando Gesù nel Padre Nostro dice: "Rimetti a noi i nostri debiti, così come noi li rimettiamo…" ma non è un pelagiano nel dire questo? Non è uno che fa dipendere la grazia non gratuitamente, ma dal fatto che qualcuno esercita la sua libertà? Con la misura con la quale avete misurato, sarete misurati! Quando affermo che questi sono problemi enormi, io voglio semplicemente dire qual è il compito primario che io intravedo per la Teologia: deve tornare a parlare della santità. Si tratta di fondare speculativamente questa dimensione: la santità. Tutto il resto, tutti gli altri discorsi sono funzionali a questa dimensione, alla santità, la santità personale. Cercare dentro di noi.  

 Il mondo non lo potremo mai cambiare. Ma il piccolo mondo che siamo noi, questo si. Lavorare dentro di noi, sapendo che si può lavorare dentro di noi solamente relazionandoci agli altri, sapendo che la relazione con gli altri è funzionale a pulire, a pulire la mia interiorità, a levigarla, a renderla splendente. Questo pezzo di mondo lo possiamo cambiare. Voi sapete, che secondo la Teologia i tre gradini della santità sono: venerabile servo di Dio, beato, santo. Ecco, io un'altra delle eresie che coltivo nella testa, è quella di pensare a cambiare questa cosa, il beato io lo vedo più del santo. Il santo è ancora uno che ha dei nemici, sotto certi aspetti, che lotta, è uno non totalmente conciliato. Il beato, lo dice anche la parola, è uno che non ha più nemici, magari ha qualche avversario, ma non ha nemici. E' una cosa completamente diversa. Il beato è una persona che è conciliata non solo con Dio ma anche col mondo. Ecco questa a mio avviso, e concludo veramente, è la dimensione della santità su cui dobbiamo camminare. Conciliazione con Dio e conciliazione col mondo sono esattamente la stessa cosa.

 

intervento tenuto domenica 25 maggio. Non rivisto dal relatore.