La violenza sui bambini di strada

Dalla sua esperienza di educatrice di strada, ci spiega quale sono le dinamiche che portano alla nascita di un menino de rua e la reazione, violenta, della società nei suoi confronti. Grazie a voi che avete la pazienza di ascoltare. Voglio dirvi qualcosa sulla realtà in Brasile e soprattutto a Rio de Janeiro dove noi ci troviamo a lavorare con i bambini di strada.
La nostra città, come tutto il Brasile, soffre molto la violenza.
Com’è questa violenza oggi? I ricchi sono chiusi nelle loro case. sono prigionieri della loro ricchezza, perché hanno paura di quei poveri che hanno prodotto.
Noi tutti viviamo in una realtà violenta. Perché?
Perché i ricchi, sempre più ricchi, sono esenti da tasse, tasse che noi dobbiamo pagare. Per darvi un’idea vi dico che l’1% dei ricchi possiede il 13,9% della ricchezza, mentre il 50% dei più poveri ne possiedono il 12%.
In Brasile muoiono 51.6 bambini ogni mille nati. Il 41,9% della popolazione brasiliana è povera. Di questi ben 16 milioni sono miserabili. Ogni bambino nasce con un debito estero di milioni di dollari. E li dobbiamo pagare. Ma non riusciamo a pagare neanche la metà degli interessi.

I punti critici della violenza.
Il primo punto critico è la riforma agraria: non l’abbiamo fatta e penso che non la faremo.
Ogni giorno molti contadini vengono espulsi dalla terra. Si trasferiscono nelle grandi città speranzosi che ci sia lavoro per tutti, assistenza sanitaria, scuola, ma non c’è niente per nessuno di loro.
Questa gente si trasferisce in periferia o dentro le città, nelle favelas, dove, in baracche di tre metri per quattro vivono intere famiglie, e queste accolgono le nuove affinché possano costruirsi in un fazzoletto di terra la loro baracca.
Cosa accade in questa nuova situazione? L’uomo è stato educato a badare alla sua famiglia, a dare loro il necessario; la donna e i figli lo guardano, aspettano. La situazione è difficile e il padre è il primo a non sopportarla. Non sopporta d’essere disoccupato e di non poter far niente per la sua famiglia. Allora la abbandona per trovare un’opportunità di lavoro. In pratica, scappa da una situazione che non riesce a reggere: non tornerà più.
La madre rimane sola con i figli, magari incinta. A questo punto incarica il più grande ad andare in città e a procurarsi il denaro per il pane, il latte… Così un bambino di nove, dieci anni vive di lavori umili, in genere come lustrascarpe, lavorando tutto il giorno.
Se alla sera ritorna dalla madre senza soldi, questa, nervosa, lo sgrida e lo picchia.
Non sono rari i casi in cui in queste famiglie viene a convivere un uomo nuovo e, non essendo il padre del bambino, manca il vincolo affettivo. E sovente anche questo lo picchia per avere il denaro.
Questa situazione rimane tale finché il bambino dice: "basta!", e non fa più ritorno a casa. Perché dovrebbe tornarci? non c’è affetto per lui. E inizia l’esperienza di rimanere per la strada e scopre tre cose:
può sopravvivere;
quello che guadagna è tutto per lui;
scopre la libertà e a questa non vi rinuncerà più.
Ecco creato il bambino di strada!
Ma nella strada cade nelle mani di altre forze, la principale è la droga, il narcotraffico.
Ha bisogno della droga per poter andare avanti. Comincia con la colla. Poi deve mantenersi. Non sempre ha la forza per lavorare. Così chiede la carità o ruba.
Impara un’aggressività verso gli altri. E quando questo si realizza, sopraggiunge il castigo: la società si arma contro di lui.
Molti vi trovano la fine della loro vita per l’intervento degli squadroni della morte, spesso mandati da commercianti perché danno fastidio e rubano. Perché il bambino di strada sta dov’è il commercio, lo si trova dove circola denaro contante.

Altra violenza è quella fatta sui bambini che non vivono nella grande città ma devono iniziare subito a lavorare.
Recentemente ho visto su un giornale la foto di una bambina di cinque anni col ciuccio in bocca e un machete che tagliava la canna da zucchero.
Ma ce ne sono tanti altri di sette, otto anni che lavorano nelle carbonaie.
Un giorno questa violenza avrà il suo ritorno dalla società, la società darà una risposta alla violenza che fa un bambino: sarà il giorno che deve morire.
Questa è un’ingiustizia che grida forte dentro di noi che viviamo vicino a loro.

In favelas un bambino di nove, dieci anni guadagna cinque volte di più della mamma che lavora tutto il giorno.
Perché da noi il salario minimo è di cento dollari, ma un bambino, solo per fare da palo ai narcotrafficanti guadagna 5 o 6 salari.
A 12 anni, se prepara i pacchettini della droga, guadagna da 8 a 10 salari. A 14 anni, se spaccia, guadagna 15-16 e una pistola. I più coraggoisi guadagnano un fucile AR15 e dai 20 ai 30 salari per fare da guardie del corpo ai loro capi.
Non arrivano ai 22 anni.
Ho vissuto in favela cinque anni. E ho visto tutti i giorni passare dei cadaveri di bambini lungo un piccolo canale. Chi mai saprà della loro morte?
Rio de Janeiro conta otto milioni di persone, circa la metà vive in favela. In ogni favela c’è il narco traffico.

Abbiamo da poco iniziato a lavorare in una parte della città, in un luogo diverso da dove abbiamo fin’ora operato. E siamo andati a conoscere le comunità delle favelas. E abbiamo capito che sette delle otto favelas visitate appartengono ad una fazione di narco trafficanti chiamata "Comando vermelho" (comando rosso), mentre una appartiene alla fazione denominata "Terço comando" (terzo comando). Ne consegue che noi non possiamo chiamare i bambini di tutte le favelas e invitarli a venire da noi, perché un bambino del "Terço comando" non può stare assieme ad uno del "Comando vermelho".
E anche noi dobbiamo capire a quale fazione apparteniamo, seppure non abitiamo in quelle favelas.
Perché se faccio qualcosa che può nuocere al mio "comando", il capo di quest’ultimo mi può ordinare che per quel giorno non si fa scuola, i bambini vengono spediti a casa e si chiude, per quel giorno, la scuola.

Un’altra violenza è l’abuso sessuale sui bambini.
Una bambina che va in strada è perché in casa (nella baracca) ha subito degli abusi, da qualsiasi persona. E ce lo dicono "sono finita sulla strada perché ho provato ad ammazzare chi mi ha fatto del male."
Ma ce lo dicono col tempo, con fatica, perché i legami della famiglia, la vergogna, hanno il loro peso. Ma ce lo dicono, perché hanno paura.
E in strada subiscono comunque violenza: dai poliziotti, dalla gente, dai barboni.
Così le bambine diventano più aggressive, più violente e stentano ad accettare un’azione pedagogica. Non credono a niente, hanno disistima di sé stesse.
Tuttavia, se riesce a convincersi che è comunque una persona di valore, accetta il percorso pedagogico e cresce prima del maschio. E quante quattordicenni mi hanno detto: "Sono pronta, prendo il mio bambino e vado per la mia strada. Vado a cercare mia madre e ricomincio." Questo ci da infinita gioia. Quel poco che riusciamo a dare lo trasformano in voglia di vivere.
I poveri non hanno bisogno di tanto. Quel poco che riescono ad avere, senza bisogno di cercare le infinite ricchezze, fa la loro felicità.
Queste cose non si vivono solo a Rio de Janeiro, ma in tutto il terzo mondo.
Questo è quanto vi posso raccontare. Ma voglio aggiungere che avere da voi questa solidarietà, ma soprattutto questa presenza insieme a noi, ci da la forza di continuare, ci fa capire che non è tutto perso, che nel mondo è possibile avere un luogo dove le persone si possono incontrare, possono amare, possono vivere e fanno crescere la speranza.

Adma Cassab Fadel è educatrice a Rio de Janeiro.
Discorso tenuto alla festa nazionale di Macondo il 27 maggio 2001.