La violenza sulla donna in Colombia.

Dagli anni settanta la Colombia vive in uno stato di guerra.Vi riportiamo uno dei tenti aspetti della violenza della guerra: quella sulla donna.

Grazie a voi tutti. Per prima cosa devo dire che mi sento molto emozionata per questa immensa capacità di amare che sto percependo.
E sono pure emozionata per il tema che Macondo ha voluto e che esprime la realtà colombiana: la multiforma della violenza.
Il tema "la violenza è privazione di terra, di parola, di diritto" per la Colombia significa la violenza alla vita.
Il problema principale è il diritto alla vita, diritto che non abbiamo.
Ve lo testimonierò tra poco, con alcuni esempi, ciò che intendo per diritto alla vita.

La Colombia è un territorio in conflitto con molti attori che vi partecipano: dall’estrema sinistra all’estrema destra.
E’ un conflitto per il controllo del territorio, un conflitto che non abbiamo mai voluto: i Colombiani non sono antropofagi.
In Colombia non si producono pallottole e non abbiamo alcuna industria degli armamenti. Le armi si ottengono attraverso il mercato nero e provengono dall’Italia.
E’ una dura realtà per voi da accettare, ma è una realtà con la quale noi ci stiamo ammazzando.
Che in ogni Paese ci siano dei conflitti è normale, conflitti religiosi, politici territoriali che servono alla costruzione di un ordine collettivo. Ma non è giusto che l’industria degli armamenti fomenti su questi conflitti, che si alimenti di un’industria di morte, che viaggi di Paese in Paese cercando zone di conflitto per arricchirsi sugli esseri umani.

Ma passo a farvi qualche esempio, come dicevo poc’anzi, sull’assenza di diritto alla vita, esempi di cui sono stata testimone.
Sei mesi fa, varie squadre dell’esercito colombiano, uscendo dal territorio di guerra, intravidero dei movimenti nella montagna opposta alla loro.
Non ci hanno pensato due volte e hanno sparato delle raffiche verso quei movimenti. Quindi andarono a controllare: avevano trucidato dei bambini che stavano giocando in quel parco.
Una quindicenne è stata violentata dai soldati e rimase incinta. Volle abortire. Per questo è stata condannata a quarant’anni di carcere, una pena che non si da a nessuno in Colombia, nemmeno ai narcotrafficanti, agli assassini o ai corrotti.
I paramilitari hano catturato 183 indigeni per scambiarli con altrettanti loro camerati, prigionieri della F.A.R.C.
Il Febbraio scorso nove studenti ecologisti stavano cercando dei nuovi sentieri in uno dei trentacinque parchi della Colombia, per rivendicare il loro diritto a vivere il loro territorio. Si sono imbattuti nella F.A.R.C. e alle otto furono tutti fucilati.
Uno di questi era il mio figlio adottivo, Pablo Montes.
Io tengo un altro figlio, di ventisette anni, nella guerriglia, è un comandante delle F.A.R.C.
Per me significa avere un figlio alla guerra e un altro ucciso dalla guerra. Ciò che mi ha dato la guerra è ansia per il figlio soldato e dolore per quello ucciso.

La situazione per noi della escuela è lavorare in uno stato di guerra per le donne e con le donne.
La guerra non si concilia con le donne, le quali non hanno una logica di guerra. La guerra non blocca la mente, non ferma il nostro cammino. La guerra ci da solo un grande dolore.
E il dolore non tiene forma, colore, sapore… è un’energia che ci pervade tutte ma non trova la sua espressione, un male che ci mangia dentro.
Ci sono due tipi di violenza: quella fisica e quella invisibile. E la seconda non è riconosciuta.
In Colombia il sindacato è un’organizzazione sovverviva, non è come qui in Italia, dove vive una cultura sindacale. Da noi il sindacato non è un interlocutore dello Stato. Non è riconosciuto dai padroni, dal Governo, ne’ dagli altri attori armati.
E solo da poco la donna nel sindacato viene vista come un’attrice che può contribuire alla crescita col suo ideale di pace e di nonviolenza.
In questo contesto 8 o 9 donne tentano di produrre un’alternativa, almeno una, che contribuisca a far crescere la logica della non violenza.
Da qui nasce la scuola per leader delle donne, di cui io sono direttrice, con l’intento di trasformare il nostro dolore invisibile e l’esclusione sociale, in una forza, una forza che permetta di trasformare un’esperienza individuale in esperienza collettiva, per portare un apporto differente che dica che è possibile la costruzione della democrazia.
La scuola vive da cinque anni, e tenta di costruire una speranza, una speranza di relazione e di riferimento.
Ma costruire una speranza dove non esiste un barlume di democrazia è difficile, ma deve essere costruita, e lo facciamo partendo da noi stesse.
E’ una scuola che parte dalla costruzione personale, umana, da un lato come luogo di dignità del lavoro e dall’altro come senso di cittadinanza.
E’ un processo con il quale le donne si vanno integrando alle organizzazioni sindacali e sociali e con questo processo trsformano la loro casa, il loro piccolo contesto, la loro piccola comunità, apportando una forma diversa di realtà sociale.
La scuola è sostenuta, più o meno, da qualche cooperazione, ma il principale sostegno è il nostro lavoro, perché le donne devono iscriversi alla scuola con il loro stesso salario.

Voglio ringraziare questa platea perché mi ritorna la sensazione sul valore della solidarietà che posso respirare qui in Italia, come un vento fresco e stimolante.
Di questa capacità di amare che voi avete costruito con molti sforzi in tanti anni.

discorso tenuto a braccio durante la Festa nazionale di Macondo del 27 maggio 2001.
Marta Buritica Cespedes è presidente della scuola per leader sindacali della C.U.T. Bogotà.