L’acqua alla gola

Quando la mattina faccio la doccia, provo un senso di colpa. Nella borgata palermitana di pescatori in cui vivo non tutti i miei vicini se lo possono permettere quotidianamente: l’acqua arriva nelle case "normali" una volta ogni due giorni. Ma io vivo in un grosso condominio (ho saputo, troppo tardi, costruito dal cognato di un capomafia) che ha il privilegio del rifornimento pressoché continuo grazie ad un sistema avanzato di vasche e di autoclavi. Anche in città — nel cuore di quella metropoli celebrata senza pudori da recenti manifesti murali, affissi dall’amministrazione comunale in occasione di un convegno internazionale dell’ONU, con una formula che lasciava allibiti: «Il mondo ha un sogno: diventare come Palermo» — la condizione media non è diversa: le donne del centro sociale "S. Francesco Saverio", a due passi dal gioiello arabonormanno che è la Cattedrale, sanno che il giorno (talora, per la verità, la notte) in cui arriva l’acqua non possono uscire da casa perché devono concentrare in poche ore il lavoro dei giorni precedenti e successivi. La storia è vecchia. Da bambino, in famiglia, non era possibile fare il bagno tutti lo stesso giorno. Se così fosse stato, avremmo dovuto gettar via l’acqua sporca dalla vasca tra un bagno e l’altro: troppo spreco. Così, almeno per un giorno, quell’acqua usata per lavarci sarebbe servita per assicurarsi di che pulire il water.

Perenne emergenza
Questa situazione di perenne emergenza è tanto più strabiliante se si pensa che, per natura, la Sicilia non sarebbe certo un deserto. Forse ha ragione il presidente Berlusconi quando sostiene che la civiltà occidentale è "superiore" a quella islamica, ma è un fatto che, come c’è scritto in ogni manuale di storia, proprio quella civiltà "inferiore" ha prodotto un benefico influsso: «Vennero frazionati i latifondi, migliorati i sistemi di irrigazione, introdotte nuove colture (come il gelso, la canna da zucchero, alcuni agrumi, il cotone) e venne dato impulso ai commerci, facendo di Palermo un centro nevralgico del Mediterraneo» (E. Cantarella — G. Guidorizzi, La cultura della storia. Dall’impero dei Severi al secolo XIV, Einaudi scuola, Torino 2001, p. 435).
Ed è un altro fatto, altrettanto evidente, che proprio da quando gli arabi–musulmani sono stati cacciati via dai normanni–cattolici (e poi via via sono subentrate altre dominazioni non meno cristiane, sino all’egemonia della Democrazia cristiana) la Sicilia si è ridotta, da delizioso giardino, alla condizione attuale. Alcune cause (diboscamento selvaggio, speculazione edilizia, avvelenamento delle sorgenti, inquinamento dei fiumi, degrado delle reti idriche urbane…) sono abbastanza generiche, nel senso che si ritrovano — con buona pace di sua eccellenza il ministro Bossi — anche in Padania.
Ma altre cause sono specifiche, legate alla cultura locale e, soprattutto, a quell’organizzazione egemonica che si chiama "mafia". Infatti ­ ha scritto di recente una mia amica che sa esplorare gli archivi più polverosi «quell’insieme di pratiche di violenza sistematica chiamate mafia si fonda sul controllo monopolistico delle risorse. La mafia più vecchia è quella dell’acqua, preziosa per i giardini, per i mulini, per la città» (A. Crisantino, Della segreta e operosa associazione.
Una setta all’origine della mafia, Sellerio, Palermo 2000, p. 51). Emblematico il caso della Conca d’oro, la zona di agrumeti che congiungeva Palermo e Monreale: quasi tutte le sorgenti, per antichissimo privilegio, appartenevano — sino alle soglie del XX secolo — alla Curia Arcivescovile. Gli arcivescovi di turno, non potendo gestire di persona un`incombenza così poco religiosa come la distribuzione ai privati delle risorse idriche, si affidano a incaricati ed intermediari che diventano gli effettivi "padroni" del "regime delle acque": così l’anacronistico privilegio ecclesiastico genera il mostro di una potente e radicata fenomenologia mafiosa. Quando, finalmente, lo Stato italiano si riappropria del suo diritto­dovere di amministrare le acque, le famiglie mafiose non intendono mollare l’osso che conferisce loro — inseparabilmente — prestigio e profitto.
Per completare il quadro, va aggiunto che non pochi proprietari terrieri, condomini in città, conventi sparsi un po’ dappertutto… nascondono gelosamente i loro pozzi privati, sottraendo questo bene sociale tanto al controllo delle cosche mafiose quanto del potere pubblico. La gravità della situazione è tale che, qualche mese fa, il governo siciliano ha dovuto conferire al generale in pensione Roberto Jucci (che ­ informa in un articolo su "Repubblica" di sabato 6 ottobre 2001, Attilio Bolzoni — è «ex comandante generale dell’Arma dei carabinieri, ex direttore del Servizio segreto militare, ex capo del Controspionaggio») l’incarico di "Alto commissario per l’emergenza idrica in Sicilia". Per «fare la guerra agli sceicchi dell’acqua», questo signore ha dovuto sguinzagliare gli elicotteri della polizia per cogliere in flagrante i ladri che si attaccano gratis alla condutture pubbliche e così irrigano senza problemi i loro terreni nonché invitare caldamente i funzionari amministrativi ad uscire dagli uffici per «controllare nei centri urbani le utenze abusive quartiere per quartiere».
Ma, intanto, con le ultime elezioni, il quadro è mutato: il governo di centrosinistra, che aveva nominato Jucci (particolare forse non insignificante: che ha accettato a patto di non ricevere una lira di stipendio), è tornato a casa e, comunque, in Sicilia, si è insediato saldamente un governo di centrodestra. Il cronista è costretto, perciò, a registrare che «qualcuno (alla Regione siciliana) gli rema contro apertamente, certi suoi slanci si perdono nella palude amministrativa­burocratica, certi suoi progetti finiscono contro il muro di gomma dei soliti ras di provincia».
Al di là della repressione, sarebbe il momento di attivare soluzioni radicali e strutturali. Ma il passaggio dall’azione giudiziaria alla strategia politica non è certo agevole. Come scrive ancora recentemente Umberto Santino, l’instancabile presidente del centro siciliano di documentazione "G.
Impastato", «ci sono dighe che da vent’anni attendono di essere completate, o non sono state collaudate e possono contenere solo una parte della capienza: l’opera pubblica, a prescindere dai miglioramenti che può arrecare alle condizioni di vita della popolazione di un determinato territorio, viene utilizzata come occasione di speculazione e di accaparramento del denaro pubblico. Perciò i lavori devono durare pressoché all’infinito e il risultato finale non conta».
Quando anni fa intervistai don Cosimo Scordato, un teologo impegnato nel sociale, chiusi con la tipica domanda su come sognasse il quartiere in cui operava. Mi rispose: «Non cose eccezionali: che ci siano tanti alberi e campi da gioco dove le bambine e i bambini abbiano spazio e tempo di giocare, insieme, senza farsi male; che le piazze e le strade siano pulite, i balconi profumati, i ragazzi e le ragazze possano incontrarsi in libertà per passeggiare, danzare, entusiasmarsi e poi amarsi, per davvero (…); che ci sia una fontana dove zampilli acqua fresca e pulita notte e giorno». Forse quella fontana, simbolo di una condizione di sereno benessere diffuso, resterà per molti anni il sogno di un prete di frontiera.