L’altro: un orizzonte profetico

Lo sbocciare nel cuore della storia dell’agàpe.

Un percorso che parte dalla Bibbia per scoprire l’amore e la convivenza.
Ringrazio per il titolo. Io sto sempre ai titoli e questo l’ho apprezzato, bello, evocativo, impegnativo. Cerchiamo di scioglierne la profondità ed enigmaticità.
Il titolo ci riporta alle due fonti del nostro Occidente in crisi, due fonti zampillanti (non le chiamo radici perché hanno qualcosa di vincolante e di statico): una ci viene dal mondo greco e l’altra dalla tradizione biblica della tradizione ebraico-cristiana. L’Occidiente è l’insieme di queste due acque che si sono mescolate, confuse. Se la tradizione greca ci fa dono della razionalità della percezione delle cose nella loro essenza, che non muta l’ordine costituente delle cose, l’oggettività, il mondo biblico ci fa dono della soggettività, dell’uomo come soggettività che non è riconducibile all’ordine dell’oggettività.
E forse la sfida di oggi è quella di tornare a coniugare soggettività e oggettività. La Bibbia pone al centro l’uomo nella sua singolarità, e fa derivare l’ordine del mondo e la bontà del mondo dall’ordine della soggettività.
Nel titolo c’è l’orizzonte profetico. Il profeta non è tanto colui che "indovina", non legge nella tua mano il passato e il futuro, è colui che, per dirla con Barcellona, rompe il silenzio chiuso e vi apre il futuro, la speranza. È colui ch e nel carcere spacca le pareti e vi introduce una possibilità diversa.
Allora, tornando al titolo, è l’altro che è un orizzonte profetico. Mi sembra importante perché quest’apertura, ciò che spacca il nostro presente confuso, occidentalizzato del quale parliamo e sparliamo, è l’altro. Fissiamo già l’idea che per trovare l’orizzonte profetico, cioè ciò che spacca il presente asfissiante non dobbiamo andare chissà dove, ma è l’altro, cioè quello che ti accade di incontrare, non l’altro universale.
Cosa significa che l’altro è l’orizzonte profetico? Che l’altro mi apre uno spazio di novità che non mi può aprire un indovino o un mago, nè un papa o un Padreterno. Io posso pregare il Padreterno, ma non è detto che mi apra lo spazio della novità, della speranza.
Una parola sul sottotitolo. Aggiunge una parola strana che è agàpe e non àgape.
L’àgape è il pasto conviviale che segue spesso la celebrazione eucaristica. L’agàpe è il termine al quale ricorre la Bibbia e il Nuovo Testamento per esprimere tutto quello che nella nostra tradizione occidentale mette sotto il termine amore.La Bibbia per esprimere ciò che la letteratura, il cinema, la poesia chiamano amore, che in greco si dice eros, , da cui erotismo (che per il mondo greco non è solo quello nella sua accezione consumistica e deteriore, l’eros è il movimento dell’animo umano, è la passione che lo accompagna verso tutto ciò che è bello, dal corpo di una ragazza, ad un tramonto, a Dio, questo movimento irresistibile e inarrestabile verso ciò che è bello, che ti attrae e fin che non ti porta a sé ti fa rimanere inquieto e tormentato).
L’eros greco la Bibbia lo mette sotto un altro termine che si chiama agàpe. Il titolo ci dice che dobbiamo riflettere dello sbocciare nel cuore della storia dell’agàpe.
Come terza premessa dirò che mi muoverò tra il teologico biblico e il filosofico tenendo conto del vissuto. Perché parlando d’amore, di amicizia, del dolore non si può farlo che giocando a carte scoperte: parli del tuo amore, del tuo dolore. Quello che dirò è solo un tentativo di individuare qualche piccola luce dentro la complessità dell’esperienza umana, in questo caso l’amore. Che, come vedremo, è un’esperienza di cui non ci capiamo niente, non sappiamo che cos’è.
Questo relativizza le cose che dirò, dovrete rapportarle al vostro vissuto.
Quali sono le cose che vorrei dirvi, in modo schematico, su questo argomento: innanzitutto delle premesse che ci introducono nel tema dell’amore, nella seconda parte dell’agàpe di Dio nella Bibbia, nel terzo momento dell’agàpe dell’uomo, nel quarto dell’agàpe dove fiorisce, nell’ultimo dove si esprime.

Premessa
Vorrei partire da una frase di Agostino. Un giorno gli chiesero: "Tu che sai tutto, che cos’è il tempo?", e Agostino rispose: "Se tu non me lo chiedi lo so, ma se me lo chiedi non lo so più". Uno potrebbe pensare ad una furbata, ma in realtà nella risposta c’è la percezione che oggi la fenomenologia ha messo in luce, cioè che le nostre esperienze più profonde, quelle che ci avvolgono e che ci precedono, sono sempre sfuggenti e difficilmente dicibili. Tutto ciò che possiamo dire del tempo è sempre un tentativo parziale e illusorio.
E ora chiediamoci: che cos’è l’amore? È ancora più complesso del tempo. Un tentativo di abbozzare cosa sta dietro il termine amore può essere questo: è quell’esperienza in forza della quale nasciamo, viviamo e moriamo, e senza la quale sentiamo la nostra vita irrealizzata e infelice.
È l’esperienza, ho detto, in forza della quale nasciamo, cioè l’amore è l’esperienza di legamento-scollegamento. Nasciamo grazie ad un legame che ci precede. Ed in forza a questo viviamo, perché si vive di legami (questo va contro l’io moderno, individuale). Noi siamo dentro questo mare di legami, di legamenti, di collegamenti. Ed è una forza nella quale moriamo, perché c’è sempre una mano che deve chiuderci gli occhi e consegnarci alla Terra Madre.
Ed aggiungo è il tormento del nostro esistere e di tutte le nostre letterature.
Non rimarrebbe nulla della nostra poesia, dei film, dei racconti, delle religioni, senza questo qualcosa in forza del quale nasciamo, viviamo e moriamo. Attraverseremmo mari e monti per raggiungere questo qualcosa in cui noi intuiamo che lì c’è tutto il nostro esistere.
Il mondo greco ha tentato di definire questa esperienza attraverso il termine "eros". La Bibbia definisce questa esperienza con il termine agàpe. Dico subito che aldilà delle due chiavi di interpretazione, l’esperienza è comune. La divergenza sta sul come interpretare quest’esperienza.
Si potrebbe pensare che la chiave di lettura della Bibbia sia una chiave religiosa, ma la Bibbia è innanzitutto uno dei più grandi testi classici dell’umanità. E, se la si vede dal di dentro, prima di essere un testo di teologia è un testo di antropologia, risponde alla domanda "chi è l’uomo?" secondo l’antropologia di Dio. Levinas la definisce come "il racconto dell’Altro in quanto Altro". La Bibbia afferma la superiorità dell’Altro sull’Io.

L’agàpe di Dio
Se vi chiedessero un’altra definizione della Bibbia, oltre a quelle date, potremmo dire che è il racconto dell’agàpe di Dio. È il racconto del relazionarsi di Dio nei confronti dell’Uomo. Qui l’uomo è rappresentato da Israele.
La situazione è quella di Israele oppresso in Egitto. Israele era straniero e oppresso in Egitto. Sottolineo "strani ero" e "oppresso" che sono due categorie che si richiamano ma non si identificano. Il racconto biblico è il racconto di una cosa che accade a questo gruppo di oppressi: l’approssimarsi di Dio nei confronti di questo gruppo. O meglio l’agàpe è il racconto del relazionarsi gratuito di Dio all’uomo. Cosa significa relazionarsi gratuito? Vuol dire una relazione liberamente donata. È il racconto di una relazione che Dio istituisce con questo gruppo, che paradigmaticamente rappresenta l’umanità. Come nasce questa relazione?
Pensiamo alle nostre relazioni. Le nostre relazioni non obbediscono a questo modello, in quanto sia nell’ambito psichico che della letteratura, obbediscono sempre ad un sottilissimo gioco di scambio. I nostri movimenti sono tutti eterodiretti, cioè guidati da qualche cosa al di fuori di me. Se io dico: "Che bella la natura" lo dico perché colgo qualcosa che mi attira. Così nei confronti nella persona di cui ci si innamora, si sente un’attrazione, un completamento della propria persona: "senza di te non posso vivere".
E tutta la letteratura si muove in questa prospettiva, soprattutto come il mondo greco legge l’amore. E secondo la prospettiva del mondo greco in questo movimento non c’è una relazione liberamente donata, c’è una relazione naturalisticamente istituita, oppure necessaristicamente istituita. Quanto più forte è il valore dell’altro tanto più forte è il movimento verso l’altro. Per questa ragione Freud, con una spietatezza tale da sconvolgere l’occidente cristiano, ha ridotto l’amore a pulsione sessuale.
L’agàpe è mettere una bomba: è possibile una relazione che sia liberamente donata? Freud risponde di no. Ma la risposta che noi possiamo dare è su due piani:
1)la Bibbia è un testo che ci racconta di una possibilità di questo tipo;
2)tu vedi un po’ se nella tua vita non si sono stati frammenti di relazione liberamente donata. ALzarsi quando il figlio piange di notte, mica lo hai desiderato. Se dorme tre ore al giorno, ti trovi a porre una relazione liberamente donata.
La nostra vita è piena di relazioni liberamente donate, solo poi che il modello della fabula greca ci impedisce di pensare questo.
Termino leggendovi lo stupore, la meraviglia, la sorpresa che ha fatto al mondo pagano fino al terzo secolo dopo Cristo la mancanza nella Bibbia del termine eros e della presenza del termine agàpe.
La sorpresa che hanno vissuto molti e che ancor oggi molti intellettuali vivono, di fronte al fatto che sia possibile pensare l’amore in un modo diverso da quello greco. Questo stupore si è perso nella tradizione cristiana perché hanno tradotto il termine agàpe con amore. E amore è stato inteso in senso platonico, come la carità è diventato sinonimo di elemosina (ed è quanto di più triste ci sia). Dovremmo tornare al termine bontà o benevolenza. Vi riporto questo articolo di Piero Citati che riprende questa meraviglia.
"Nei Vangeli e nelle lettere di Paolo c’è un’immensa omissione che nel terzo secolo colpì già pensatori come Origene. Manca il sostantivo eros e il verbo eran. Era nella civiltà ellenistica eros ed eran esprimevano il desiderio, l’affetto, la tenerezza, un desiderio sano che ispirava tenebrose passioni toccando le cose animate tormentandole instancabilmente con voluttà e dolorosa delizia. Poi eros saliva in alto e si trasformava nel delirio filosofico, con il quale contemplare le forme dell’Essere e nell’estatico delirio religioso che ci innalza verso la bellezza degli dei.
Con la sua durissima chiarezza intellettuale San Paolo estirpò queste parole dal vocabolario cristiano. Nel Nuovo Testamento, nelle sue lettere, non c’è più traccia di eros. Egli non tollerava ne’ l’eros terreno ne l’eros celeste e, soprattutto, la loro fusione nella cultura platonica e neoplatonica. Mai, a nessun costo, la nostro morbida tenerezza sensuale, i nostri affetti impuri e melodici, possono trasformarsi, anche se purificati, nell’amore di agàpe di cui parla il Nuovo Testamento."
Aggiungo che il Nuovo Testamento non è che nega la tenerezza, anche erotica, il desiderio, ma fiorisce su una radice che è la radice dell’agàpe.

L’agàpe dell’Uomo
È il racconto di una relazione liberamente istituita da non inserirla nell’ordine della necessità, ma è l’apparizione di un qualcosa che è un dono.
Come possiamo pensare questa relazione liberamente donata? La Bibbia la pensa con un termine che applica a Dio stesso: la chiama Misericordia.
Il termine ebraico richiama alla parola "utero". È un Dio "matricale". L’utero nelle scritture ebraiche è il luogo dove appare la vita (allora non si conosceva l’apporto dell’uomo, solo quando si è capito che era necessario l’apporto del maschio per il concepimento o c’è stato il passaggio dalla società matriarcale a quella patriarcale), che la alimenta e poi la dona.
Quando la Bibbia presenta Dio come misericordioso fa riferimento a questo sguardo di germinazione, alimentazione e donazione della vita.
Altra definizione, stando all’etimologia italiana, significa cogliere la miseria dell’altro e portarla nel cuore. Miseria significa vulnerabilità: cogliere la vulnerabilità dell’altro e rispondere a questa vulnerabilità.
Il Dio misericordioso coglie la vulnerabilità dell’uomo e se ne fa carico. Il Dio biblico è il Dio che stabilisce una relazione di tenerezza. Dove la tenerezza è essere colpiti dalla fragilità dell’altro, essere affetto, mettendo a servizio dell’altrui impotenza la propria potenza, cioè quello che io posso fare per l’altro che non può fare. Il bambino è impotente ad alimentarsi, è la potenza della madre che lo affascina e offre il seno. Questa è la relazione che Dio istituisce. Quindi capite che il Dio biblico non è un Dio maschilista, fallocratico, è un Dio Padre che si presenta come Madre, è un Dio Madre che si presenta come Padre, un Dio Padre che ha l’utero.
QUesto Dio che apre liberamente una relazione è un Dio che non vuole essere riamato. Sembra blasfemo, ma non c’è nessuna pagina della Bibbia dove Dio si preoccupa di essere riamato. E Gesù, nell’ultima cena, negli ultimi momenti trascorsi con i suoi, non troviamo nessun momento dove dice: "amatemi, non dimenticatemi" ma è ossessionato nel ribadire: "amatevi come io vi ho amato". E l’amore di Gesù viene dato come paradigma, come esemplarità.
Un’immagine che troviamo in Matteo nel discorso della montagna ci aiuta a semplificare il discorso: "Guardate il vostro Padre che è nei cieli che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti". Abbiamo una relazione asimmetrica, instaurata nella libertà dell’amore. E termina non dicendo: "Guardate com’è bello che Dio vi ama gratis", ma dice "siate voi perfetti com’è perfetto il PAdre vostro che è nei cieli", cioè, anche voi prodigatevi per instaurare gratuitamente tra voi la relazione che Dio ha instaurato con voi. L’agàpe di Dio deve diventare il principio di ispirazione dei nostri comportamenti ogni volta che ci si trova di fronte al prossimo (e per la Bibbia il prossimo è il primo che ti accade di incontrare).
Di fronte al primo che ti accade di incontrare bisogna porre quella relazione assimmetrica gratuita che Dio pone nei nostri confronti. Dio non è preoccupato di essere riamato, ma che gli uomini si amino tra loro. È un amore di compassione e di misericordia. Di tenerezza. Cogliere la vulnerabilità dell’altro che invoca la mia cura, l’altro può vivere solo in quanto affidato alla mia responsabilità. Se l’altro non fosse vulnerabile ognuno di noi potrebbe pensare a sé stesso e vivere per conto proprio.
L’agàpe come tenerezza nei confronti dell’altro colto nella sua vulnerabilità. Accogliere l’altro in quanto altro.
Noi siamo abituati ad accogliere l’altro in quanto bellezza (pensiero greco), in quanto desiderabile, in quanto componente delle nostre attese, dei nostri bisogni, delle nostre utopie. La tradizione occidentale legge tutta l’esperienza matrimoniale attraverso la grande favola platonica della dolce metà che ricompone l’unità. La Bibbia legge la relazione umana piuttosto che come compimenti, come una ferita, l’altro è una vulnerabilità che invoca la cura e ti istituisce responsabile.
Gesù dice "beati i poveri, beati i misericordiosi perché loro sono i costruttori del mondo nuovo". Sono coloro che hanno sofferto, che hanno conosciuto la sofferenza che possono ridisegnare un mondo assente di sofferenza.
Generalmente chi soffre diventa generatore di sofferenza, al punto che molti psicologi dicono che è una legge di natura. Se tu hai patito, tu farai patire, se hai subito violenza tu farai violenza. Statisticamente è così. I bambini che vivono in ambienti violente lo sono a loro volta.
Quello che sorprende del racconto fondatore di Israele, è che mette al centro uno che ha subito violenza, che ha sofferto: Israele, appunto. COsa dice Dio a Israele straniero e oppresso: "Ti chiedo di convertire la tua sofferenza e violenza subita in principio di rigenerazione del mondo: poichè tu sai cosa vuol dire soffrire, non farai più soffrire, poiché sai cosa significa subire violenza, non dovrai più far subire violenza". È il ritornello che troviamo nell’Edoso: "Poiché sei stato straniero in Egitto, quando incontrerai lo straniero farai per lui quello che io ho fatto per te". Questo è il più impensabile stravolgimento che sia stato raccontato in una letteratura mondiale.
Dice che la possibilità di infrangere la catena della sofferenza subita, della violenza subita è di convertirla in principio di un nuovo mondo. Quando Karl Marx diceva che la classe proletaria era chiamata ad essere il soggetto della Rivoluzione, intendeva questo: Marx era ebreo. Perché per Marx erano i proletari che potevano cambiare il mondo, perché sono loro che hanno sulle spalle il peso dell’ingiustizia del mondo. Proprio perché sanno il negativo possono costruire una società nuova, non sostituirsi ai padroni, che avremmo comunque una classe egemone su un’altra, ma costruire un mondo dove sofferenza e violenza non ci siano più.
Ogni storia umana ha il suo racconto di violenza e sofferenza.
La grande sfida è il Dio che si rivela come Dio della Tenerezza,, un Dio che apre, che annuncia questa possibilità: non subire la violenza ma trasformarla in energia rigeneratrice.
Questa è l’agàpe che deve circolare tra di noi. La tenerezza con cui Dio si rivela deve diventare principio di agire da parte di ognuno di noi

Agàpe e Polis
Ma dove realizzare questa tenerezza reciproca?
Barcellona ha detto una cosa molto bella ricordando Freud quando citava che "la Terra promessa nasce dalla fecondazione di Israele oppresso e il profeta Mosè". Il popolo risvegliato da Mosè arriva alla Terra promessa. La Terra promessa è la metafora della polis.
La tradizione cristiana ha sempre letto la Terra promessa come immagine o metafora dell’Aldilà. Credo sia la deviazione più radicale della tradizione cristiana. Il cuore della ellenizzazione che ha allontanato le Scritture ebraiche consiste proprio nell’aver trasformato il Terra promessa che nel racconto biblico è la metafora della Polis, il luogo del convivere in pace e fraternità fra gli umani, aver sommato tutto questo in una tappa per raggiungere il Paradiso. Se non ci liberiamo da questa letteratura falsificante, deviante, forse non potremmo mai capire la bellezza e la originalità del racconto biblico. GLi Ebrei Mosè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Isaia non avevano neppure idea dell’Aldilà.
L’idea dell’Aldilà nasce nella Bibbia nel secondo secolo prima di Cristo.
Abramo credeva nel Padreterno, era sicuro che con la sua morte finisse tutto e nonostante ciò ci ha fatto un grande dono. Noi non riusciamo a pensare il rivelarsi diDio al di fuori di una prospettiva teleologica. Mentre la Bibbia legge il rivelarsi di Dio come il rivelarsi dentro la storia per istruire una storia, una polis di fraternità. La polis è il luogo del termine del cammino esodico. L’agàpe di Dio che circola tra gli uomini, l’amore di Dio che deve farsi amore intersoggettivo tra gli uomini, deve contretizzarsi nello spazio della polis. Il luogo del co-esistere nella Giustizia e nella Felicità.
Intendo polis come meta politica, il luogo degli uomini chiamati a vivere in giustizia e in felicità.
Nel termine polis intervengono tre elementi fondamentali: la soggettività, ognuno di noi è portatore di diritti, la centralità dell’individuo ereditata nella Modernità; ma l’individuo non esiste in quanto tale ma in quanto rete di individui: il soggettivo e l’intersoggettivo. Ma pur vivendo nell’intersoggettività abbiamo bisogno di mediare con le cose, e con quella cosa che è condizione di ogni altra cosa: il denaro.
Il denaro è quanto di più astratto ci sia, come ha insegnato Marx, ma anche quanto di più terribilmente concreto ci sia. In quanto tale non va demonizzato, perché istituisce tutti gli altri beni: non mangio il denaro, ma con il denaro posso avere di che sfamarmi.
Il denaro, con i mezzi di produzione, è ciò che media le intersoggettività. Andare incontro all’Altro, prendersi cura dell’Altro, vuol dire andare incontro a mani piene.
Il problema non è demonizzare il denaro e le cose, ma trasformarli in mediazione della relazione intersoggettiva.
Nella Bibbia la intersoggettività mediata dalle cose e dal denaro la esprime con il termine Giustizia.
Giustizia è un termine rigoroso, asciutto con cui il profetismo e la Bibbia, soprattutto ebraica, esprime il rapporto con l’altro mediato dalle cose. L’altro ha bisogno di pane, di vino ma non solo, ha bisogno di carezze, di perdono.
L’altro è vulnerabilità è appello alla mia soggettività. L’altro in quanto è libertà è possibile fallibilità, addirittura colpevolezza. Reale o possible.
Amare la fragilità dell’Altro è accoglierlo nella sua fallibilità, nella sua colpevolezza, nella sua invocazione di perdono.
Non senza significato al centro del Nuovo Testamento c’è:"perdonate settanta volte sette". Questo non significa aprire la bocca e dire in continuazione. "ti perdono", sarebbe già una forma di autoaffermazione. Significa elimina dal tuo cuore tutta l’inimicizia. L’inimicizia è la prima percezione dell’altro. Credo conSartre che la percezione prima che gli umani hanno gli uni degli altri non è l’indifferenza ma è l’inimicizia. Che, detta brutalmente, è intendere l’altro come uno che mi frega, l’altro come uno che mi fa un torto.
Noi viviamo immersi nelle cose, sia quelle offerte dalla natura, sia quelle nate dal nostro lavoro. Pensate alla rosetta, al pane. Non c’è nessuno che non media il rapporto con la rosetta. Se quella rosetta dovesse parlare, lo assumiamo come metafora del mondo, della polis entro cui noi viviamo, è il segno dell’acqua che è piovuta e che ha irrigato i campi, racconta del forno dove, mentre io dormo, qualcuno la impasta, la fa lievitare e la cuoce. La rosetta direbbe: "sono qui grazie agli dei che fanno piovere e a Mimmo che di notte mi ha impastata". Questa è poesia? No, è il minimo di occhi aperti. La rosetta ha una dimensione oltre quella fisica che dice. "io vengo da qualcuno che ha pensato a te".
Redimere il lavoro significa cogliere il senso delle cose che media la polis.

La fraternità
Una polis fraterna, questo è il grande sogno dell’umanità.
Dei tre principi della Rivoluzione francese uguaglianza, libertà e fraternità, quest’ultima è stata cancellata. La libertà si è figurata attraverso il liberismo e il liberalismo, l’uguaglianza si è tentata di realizzarla col comunismo, la fraternità è rimasta consegnata alle chiese. Ma anche qui è fallita, perché è rimasta consegnata all’ambito spirituale: fratelli in chiesa, non fuori chiesa.
La Bibbia è il grande trattato inedito della fraternità. Ed è la sfida per il nuovo millennio e per fare questo bisogna ripensare la fraternità. Fin’ora la fraternità è sempre stata pensata con la categoria della inclusione e della esclusione. In greco fratello significa co-uterino, quindi è fratello chi appartiene al medesimo grembo materno, poi simbolicamente è stato inteso chi ha la stessa lingua, chi ha la stessa idea politica o chi ha la stessa religione. Pensare la fraternità in questo modo è presentarla in termine di inclusione-esclusione, un cerchio che include qualcuno ed esclude altri.
La fraternità nella Bibbia è pensata in termini della relazione gratuita. Se pensate a che cosa unisce, che cosa lega un fratello o una sorella con dodici anni di differenza è lo stesso DNA. Sono legati sul piano biologico, non è però l’ordine biologico che definisce l’umano. Ecco dove dobbiamo liberarci del mondo greco: del naturalismo, dell’antropologia naturalistica che pensa l’umano con la categoria dell’animale. Lo ha fatto Aristotele.
La Bibbia non pensa l’uomo con la categoria naturalistica, non è questo che definisce l’essere umano, ma lo definisce il fatto che è dentro lo spazio della relazione gratuita, che non ha scelto ne lo ha scelto i suoi genitori. E come si può chiamare lo spazio che non hai scelto se non gratuità? E poiché ci stai dentro tu lo devi rimettere in circolazione.
Perché un fratello deve accettare un altro fratello: possono essere diversi in tutto, fare scelte opposte. Poiché sono stato in essere dai miei genitori, devo accettare mio fratello, anche se insopportabile.
Questa idea della fraternità da accogliere e da ridonare è il principio per ripensare la fraternità e per ripensare la fraternità nella sfida futura: è riconciliare nella fraternità la libertà e l’uguaglianza.
Termino con un battuta di Barcellona sul fatto che non ci sono profeti, che sono pochi e dobbiamo favorirne l’avvento.
Ci si trova di fronte a un paradosso: la Bibbia afferma che, dopo Gesù, ognuno di noi è profeta. Per la Bibbia non è che dobbiamo attendere dei profeti: ogni volto e ogni altro è profeta, è colui che mi costringe ad uscire da me stesso ed aprirmi a quella relazione di assunzione di responsabilità. E questo, là dove accade, ricostituisce la relazione intersoggettiva, si ricostituisce un piccolo pezzo di mondo che fiorisce, ed è come l’annuncio che tutto il mondo si può redimere, ricomporre, ricreare.
Una parabola cinese racconta di uno che muore e va all’infermo e vede tavole imbandite di ogni ben di dio. Ma nessuno si poteva alimentare perché aveva dei bastoncini lunghissimi e non riuscivano ad alimentarsi. La stessa mensa la trova in paradiso, però la gente usa i lunghi bastoncini per alimentare quello che gli sta di fronte. Ognuno alimentava l’altro.
La povertà, le miserie si incontrano e formano la bellezza. Questo è il sogno della Bibbia sulla polis e sulla fraternità a cui siamo chiamati attraverso la intersoggettività da restaurare e da far rifiorire.


Intervento tenuto al seminario "Aiutare o prendersi cura?" organizzato da Macondo nell’agosto 2003.

Il testo non è stato rivisitato dal relatore