Lavorare insieme

Durante tutta la prima metà di questo secolo, mentre la civiltà industriale trasformava l’uomo, come individuo e come collettività, il pensiero sociale cristiano e anche il pensiero sociale marxista non prestava che un’attenzione moralistica al lavoro, artefice di questa civiltà.
Il superamento della figura mitica del "lavoratore" che perde sempre più la "valenza messianica" della trasfigurazione sociale… Credo di essere stato invitato più come testimone che come esperto, o competente del settore della cooperazione sociale. Affido alla vostra benevolenza questa mia riflessione, umile perché nasce dal basso, modesta, perché frutto più dell’esperienza che di una elaborazione puntuale e profonda.
La promozione della giustizia si concretizza in azioni che vanno dalle questioni di etica sociale fino a quelle di etica economica.
Per far questo è necessario cogliere i processi che avvengono nella finanza, nell’economia, nell’organizzazione del lavoro, nella formazione, nei rapporti sul territorio per situare meglio la questione dell’emarginato e dei "nuovi poveri", ed identificare i meccanismi che producono l’emarginazione o semplicemente non promuovono l’inserimento nella comunità.
La grandezza di una società dipende dai suoi contributi culturali, dalle sue espressioni di generosità, dall’affermazione di una democrazia che fa di ciascuno un protagonista.
      Durante tutta la prima metà di questo secolo, mentre la civiltà industriale trasformava l’uomo, come individuo e come collettività, il pensiero sociale cristiano e anche il pensiero sociale marxista non prestava che un’attenzione moralistica al lavoro, artefice di questa civiltà.
Il superamento della figura mitica del "lavoratore" che perde sempre più la "valenza messianica" della trasfigurazione sociale, lascia spazio, questo è vero soprattutto fra i giovani, al gusto della solidarietà con i più deboli e con gli indifesi, spesso al di là della remunerazione economica, del prestigio sociale e della sicurezza materiale. Si passa visibilmente da una categoria forte del lavoro o senso debole del lavoro, espresso nel linguaggio forte dell’ideologia, a un valore o senso debole del lavoro, divenuto i "lavori" disseminati dentro il tessuto della società civile.
Il valore/lavoro sembra entrato in una fase di grosso ridimensionamento e di accelerata decadenza.
      La crescita del reddito, la scolarizzazione, l’emergere di bisogni diversi si riversano sul lavoro, spesso senza mediazioni, e pretendono una drastica riduzione del suo carattere di necessità per lasciare spazio ad altre esigenze ritenute insopprimibili e superiori. Infatti, nel corso della storia, ma anche della storia del pensiero, il lavoro è stato marcato dal carattere della necessità:
      -Si deve lavorare per vivere.
      -Si soddisfano le esigenze fondamentali della vita.
Liberandoci dello stadio della necessità del lavoro, ci si può aprire al regno della libertà.
Ammetto, è una visione signorile, aristocratica del lavoro. Storicamente attribuiamo ad una parte, i più, il compito del lavoro necessario (schiavi), ad altri di dedicarsi ad attività superiori, spirituali, razionali, artistiche, politiche. Ciò continua, eccome, anche nella nostra epoca moderna ed industrializzata.
      Oggi il raggiungimento di un certo benessere economico per alcuni strati della popolazione e dei loro figli, porta ad una riscoperta di quella concezione, seppure in termini nuovi. Si cerca di uscire dal carattere di necessità del lavoro verso il regno della libertà; anche se non sempre ne esistono le condizioni oggettive.
Di qui nasce un’idea forte di lavoro, all’apporto dell’altra (necessità) diventa l’espressione più alta dell’uomo. Infatti si potrebbe dire: il lavoro libero costituisce il "bisogno umano" fondamentale.
Ne consegue pertanto una prospettiva di valorizzazione del lavoro nei suoi diversi aspetti, professionali, sociali, sindacali, ecc…Per quanto ridotto il lavoro rimane e rimarrà una componente essenziale della vita umana, sia personalmente che socialmente ed è pertanto assolutamente necessario mettere in discussione la sua qualità, le sue condizioni, i suoi scopi.
      L’istanza critica non può appagarsi della speranza mitica che un giorno le cose saranno diverse, ma deve tradursi in capacità "hic et nunc"(1) di contribuire alla massima trasformazione possibile del lavoro dal punto di vista delle esperienze umane.
Non solo questo e quel lavoro, questa o quella professione, ma l’insieme del lavoro deve assumere un ruolo di utilità sociale o di servizio. Trarre il senso che non può essere fine a se stesso o solo finalizzato ad una produzione incessante, ma deve essere parte di una visione della società che opera per i valori più alti ed in condizione di giustizia. Se non si può pensare che cambi ogni lavoro, si può pensare ed operare per una società giusta entro cui il lavoro abbia dignità e senso, proprio perché il suo fine sociale è adeguato e riconosciuto…e qui si inserisce una nuova visione etica.
      Educazione solidale, non violenta e capace di celebrare le differenze, che non privilegia la conoscenza razionale, ma recupera l’intuizione.
Lavorare assieme è un processo educativo, è un cammino di liberazione. Da soli non si procede, possiamo essere giusti, ma no costruiamo un mondo giusto. Occorre guardare ai soggetti esclusi (giovani, anziani, emarginati) perché diventino protagonisti di un cammino di autoeducazione collettiva che consenta alle persone di formarsi una coscienza politica, non essere travolti dal continuo flusso di informazioni, saper mettere in relazione i diversi elementi e fattori. Un sapere popolare, comunitario, poiché – come diceva don Milani – "nessuno educa nessuno, nessuno educa se stesso, ma ci si educa insieme".
      Deve trattarsi di educazione e non di insegnamento. Con quest’ultimo il docente imprime un segno ai suoi educandi, in qualche modo riempie le teste-salsicce dei suoi ragazzi, con l’educazione, invece, si ritorna alla maieutica(2), si parte dalla vita, dal contesto esistenziale.
Il punto di partenza è la pratica sociale degli educandi. Un sapere che parte dalla realtà e la teorizza al fine di trasformarla, secondo lo schema prassi – teoria – prassi e non dal metodo teoria – prassi – teoria.
La cultura dell’in-nocentia(3): è attenzione a tutte le forme di vita, disponibilità a cambiare se stessi, riconferma dell’importanza dei sentimenti, riappropriazione del proprio potere decisionale e di azione. Celebrare le differenze, non solo come pluralismo politico, ma come evento culturale e luogo etnico in cui esse si realizzano. Inaugurare, negli eventi personali e collettivi, la prassi dell’assunzione del conflitto per la ricerca della soluzione non violenta.
Si tratta di un progetto politico collettivo che, nato da una pratica continuamente ripensata, mentre lavora ad obiettivi generali costruisce una prospettiva relazionale tra soggetti politici, capace di articolare i conflitti, all’occorrenza, con la riconciliazione.
      Si stanno coltivando i germi di un passaggio: da un mondo che finisce, con la sua politica, con la sua etica, la sua cultura ed economia, ad un mondo nuovo, con un modo diverso di pensare ed agire.
L’educatore è colui – direbbe Gigran – che porta l’educando alle soglie della sua mente, è colui che, avendo la parola, prende a cuore la situazione di coloro che non ce l’hanno, offrendosi come ponte perché i senza parola possano passare dalla percezione della vita come processo biologico alla percezione di essa come processo biografico, storico, collettivo: da percezione involutiva della vita ad evoluzione e liberazione degli uomini e della terra.
Intuizione e razionalità camminano assieme, sono una coppia. Qualunque progetto ha bisogno di un maschile e di un femminile, non solo quello di mettere al mondo un figlio.
      Questa pratica relazionale è inquinata dalla competitività e dagli alti costi emozionali che questa comporta. Questa relazione ci aiuta al superamento dell’orgoglio di sé, a concepire il lavoro non come strumento del proprio successo, ma come condivisione di abilità professionali e di talenti spirituali.
C’è in me la profonda convinzione che la competitività, non la competizione, porta alla distruzione, non alla vita. Oggi l’economia ha raggiunto un limite oltre il quale lo sviluppo degenera in autodistruzione.
L’esigenza di limitare la crescita nasce dalla consapevolezza che esiste una soglia tecnologica al di sopra della quale l’uguaglianza diventa strutturalmente impossibile. Occorre far propria quella che Virginia Wolf chiamava la "castità della mente", ovvero accontentarsi di guadagnare quanto basta a non dover dipendere da nessun altro. Ma nulla di più.
Il filosofo Henry David Thoreau doveva aver ben chiaro tutto questo quando scriveva nel suo diario: "un uomo è ricco in proporzione del numero delle cose di cui giunge a fare a meno".
      Concludendo: ho insistito sul perché lavorare assieme, insistendo che è un processo educativo la nascita e la crescita delle cooperative sociali. E’ sempre un processo educativo lavorare assieme fra Istituzioni, Enti, organismi imprenditoriali e di servizio, anticipa e prelude il processo sociale e politico. Sopra un insieme di idee si può fondare una scuola, con un insieme di valori si può costruire una cultura, e questa fa camminare l’umanità.
Come una lingua non la crea un individuo, così la cultura non è compito di persone isolate. Solo assieme agli altri un individuo imparerà ad impregnarsi di quella saporosità che lo renderà significativo. Quando si sa indicare e leggere un evento ed una situazione, un articolo, magari una trasmissione ed anche un impegno, è formazione sociale. La solidarietà da virtù diventa Progetto.
      Se vieni per aiutarmi, puoi startene a casa. Ma se consideri la mia lotta come parte integrante della tua stessa sopravvivenza, allora possiamo collaborare.
Gli immigrati ci sfidano e sfidano la nostra sapienza: sappiamo essere solidali con gli esclusi? Non è aiutandoli con il nostro superfluo, ma spartire nella convivenza il necessario.
Restituire quello che fu rubato è giustizia.
Condividere quello di cui abbiamo bisogno: tempo, denaro, lavoro, ecc… è Amore.
L’etica da sola non basta, occorre la politica.
      Non si costruisce spontaneamente la solidarietà, oggi è un problema, un obiettivo da raggiungere. Un progetto non imposto dalla ragione universale della nostra civiltà e del nostro costume, ma composta dal colloquio, dal parlare assieme delle diverse culture ed esperienze. Comparare significa studiare e lavorare insieme nella parità delle differenze per costruire una nuova dimensione comunicativa, quella della reciproca ospitalità. Ospitalità che trova una concreta espressione nella traduzione (tradere in latino significa portare) dell’altro presso di noi, come presupposto per una nuova reciprocità.
Questo processo esige di stare dalla parte dei "figli dannati della terra" che sono da guadagnare alla realtà, liberi.
      I nuovi soggetti politici che in questi anni stanno lavorando la speranza, vengono sovente chiamati utopisti, quasi fosse un insulto.
Un utopista è colui che sta con i piedi nel presente e lo sguardo nel futuro. L’utopista, allora, è colui che va perdendo anche quell’ultima paura che attanaglia l’uomo, lo rende violento e lo divide dagli altri uomini: la paura della morte. Perché l’utopista, con il suo sogno, va oltre gli anni della sua vita ed è già un risorto.

GLOSSARIO:
(1) Hic et nunc = qui ed ora
(2) maieutica = metodo di insegnamento socratico, secondo il quale interrogando abilmente l’interlocutore, lo si aiuta a mettere in luce il suo pensiero
(3) in-nocentia= dal lat. in (non) e nocentia (noceo, cioè fare del male) quindi, non fare del male

Intervento presso la Cooperativa Sociale "Lo Scoiattolo" Bologna, 4 Luglio 1998