Le primarie di Prodi e il colpo di genio di Berlusconi

…il vero problema di queste primarie vinte da Prodi consiste nel raffronto con la riforma proporzionale voluta da Berlusconi: leggerlo, cioè come conflitto politico e non come puro avventurismo. Eugenio Scalfari ha scritto domenica che le primarie apparivano quasi comiche dopo la riforma proporzionalista, a meno che la partecipazione non fosse stata eccezionale e il successo di Prodi clamoroso. In questo caso questo dato avrebbe rovesciato il senso della riforma elettorale, mostrando chiaramente la voglia popolare di “superare” gli attuali partiti, anziché vitalizzarli. Una vittoria così esprime voglia di bipolarismo e rifiuto della frantumazione.
C’è del vero in questo giudizio di Scalfari, ma anche una dimostrazione dell’antica avversione di Scalfari verso il pluralismo dei partiti. In fondo è stato sempre un sostenitore di Segni e di una democrazia maggioritaria.
Cercherò di dimostrare che probabilmente come al solito Scalfari fa più ideologia che diagnosi giornalistiche e che il vero problema di queste primarie vinte da Prodi consiste nel raffronto con la riforma proporzionale voluta da Berlusconi: leggerlo, cioè come conflitto politico e non come puro avventurismo.
Chi pensava che Berlusconi fosse un venditore di saponette, interessato a risolvere qualche piccolo problema personale, una macchietta che si muove a disagio nei consessi internazionali con il sorriso dilatato da mezzaluna crescente, con pacche sulle spalle e esorcismi gestuali di dubbio gusto, non può non manifestare stupore e ammirazione per questo “colpo di teatro” che spariglia ogni gioco e ogni previsione. L’uomo che ha incarnato la logica del Presidente-padrone, che ha cercato il consenso plebiscitario, per realizzare la massima concentrazione di potere della storia repubblicana, che ha posto il maggioritario come l’emblema dell’innovazione istituzionale e come il parlamento della seconda Repubblica, in un attimo rovescia le carte sul tavolo e si trasforma in paladino del ritorno al proporzionale. Una mossa geniale. Ma poiché nessuno pensa che, sebbene unto dal Signore, sia stato oggetto di un’imprevista “rivelazione”, bisogna cercare una spiegazione più terrena e plausibile.
Penso, anzitutto, agli aspetti “caratteriali” della vicenda. Berlusconi ha un’autostima che lo ha convinto di essere, oltre che un grande imprenditore e un pioniere della nuova società mediatica, un protagonista della Storia Mondiale (con la S. maiuscola) che dall’oscura provincia di Arcore è asceso al seggio dei grandi della terra. Per uno così essere battuto da Prodi è un affronto insopportabile. Prodi è (per Berlusconi) una specie di Forrest Gump, che macina chilometri in bicicletta, a piedi, in treno, in pullman, mostrando la faccia più inespressiva possibile e lasciando intendere che la semplicità parrocchiale sia frutto di meditazioni silenziose durante i lunghi percorsi, rotte a tratti soltanto da un enigmatico sillabare.
Tipologicamente, Prodi è l’esatto rovescio di Berlusconi, del suo ottimismo perpetuo, del suo irridente sorriso, della sua logorrea pubblicitaria da pifferaio urbano: Prodi è un introverso, tanto sussiegoso quanto impacciato, lento di azione e di pensiero, ma povero di metafore. Un uomo come Berlusconi, tendenzialmente megalomane, che verosimilmente immagina se stesso napoleonicamente su un cavallo bianco e avvolto nella sciarpa di generale, non può accettare di essere fatto fuori da una lanciere disarcionato che usa un rastrello da contadino per colpirlo al cuore.
L’ineffabile Prodi e il gaudente Berlusconi si odiano per necessità e manifesta asimmetria.
Sentendo, dunque, la sconfitta vicina, Berlusconi ha deciso che non poteva perire per mano di un professore “esperto di piastrelle” assunto all’inusitato rango di Leader massimo del centrosinistra.
La proporzionale è la piccola atomica lanciata contro Prodi che si trova a correre per le primarie giustamente volute, ma sostanzialmente prive di significato una volta che con il sistema proporzionale Prodi sarà costretto a cercare un “partito” per candidarsi al parlamento.
Berlusconi, però, non può essere animato da sadismo antiprodiano; è anche un realista e sa fare bene i propri conti economici e politici. Perdere contro una coalizione elettorale che la proporzionale costringe a presentare come somma di singoli partiti, significa poter contrattare un’uscita più dignitosa dalla scena, senza pagare il prezzo di un k.o. elettorale assai pesante e garantendosi almeno qualche salvacondotto per il futuro.
Il sistema proporzionale, infatti, rimette in campo i partiti, incrementa le prospettive di un neo-centrismo moderato e apre lo spazio per trattative molto più articolate di quelle che finora hanno visto la rappresentazione politica come lotta fra il bene e il male. Alla logica binaria del maggioritario uninominale succederà lentamente la logica plurale della convergenza parallela degli equilibri più avanzati. Roba di prima Repubblica ma necessaria a rimettere i piedi nel piatto a quanti con l’Unione e le primarie pensavano di aver risolto il problema dell’identità dei partiti e la chiarezza di scelte programmatiche autenticamente alternative alle politiche del centro destra. I partiti ritornano in campo e sono costretti a dire chi rappresentano e perché vogliono governare. Non è un fatto da poco per una democrazia che non ama i plebisciti.
Il centro sinistra può vincere e, a mio avviso, vincerà, ma dovrà subire una radicale trasformazione strutturale e programmatica. Il sistema proporzionale, infatti, impone di riconsiderare la composizione sociale del paese e la frattura fra ultra ricchi e ceti medi e proletari, e quella più grave fra Nord e Sud.
In questo senso il ritorno alle proporzionali apre inedite prospettive per riproporre in termini nuovi il ruolo del Sud. Il centro destra e il centro sinistra hanno finora mostrato verso il Sud un atteggiamento simile a chi considera i territori extra-metropolitani (Francia) debitori di perpetui tributi alle forze che rappresentano la Madre-Patria nel cuore della City.
Berlusconi-Tremonti hanno fatto una politica economica-sociale, spudoratamente nordista; il centro sinistra non pare indicare nessuna seria svolta. E, invece, il Sud è determinante per decidere chi vincerà le prossime elezioni.
Oggi esistono due Italie: un blocco nordista che comprende parte del centro-nord integrato con i grandi poteri economici, sociali e culturali (finanza, stampa, editoria, ecc.) e con gli intellettuali compiacenti che guardano a Blair come campione di un liberismo bene educato; un blocco centro-meridionale composto da pezzi del Nord-est declinante, del centro marginale e dalla grande parte del meridione affannata a produrre ricchezza con imprese familiari, artigianato e lavoro autonomo precario, .. e spesso lavoro sommerso.
È su queste coordinate geografiche che si gioca il futuro del paese: si può avviare una lenta marcia verso un centro ad egemonia confindustriale (il sogno di Montezemolo), oppure si può dare vita a un nuovo processo di ri-costruzione dell’unità nazionale con un’ispirazione che abbia proprio nel Sud la forza motrice del cambiamento.
Tutto dipenderà dalla capacità di ridisegnare i contenuti delle diverse identità politiche sul territorio. Le primarie che hanno consentito già una notevole mobilitazione di attivisti e militanti vanno lasciate alle spalle per riorganizzare le forze sul terreno reale delle città e delle campagne.
Il tema del Sud richiede, però, un’ulteriore riflessione. Per adesso registriamo che nonostante tutto la partita si è riaperta a tutto campo. Forse chi attraverserà le pianure e le colline gialle di ristoppie, potrà incontrare in futuro anche qualche macchia verde e qualche vigneto rigoglioso.