L’economia padrona del mondo

Disciplina sistemica o ricettario personale?

I criteri economici come unica discriminante nel giudicare le scelte sociali e politiche. Il confine tra ciò che è bene e ciò che è male delimitato esclusivamente da logiche efficientiste. Il tutto in un contesto in cui l’economia viene considerata una disciplina il cui unico scopo è di natura quantitativa: aumentare la produzione, conquistare nuovi mercati, razionalizzare i costi (ed è assolutamente indifferente che la riduzione del costo sia riferita ad una materia prima o all’impiego di persone), massimizzare profitti e rendite.
Mi sembra che sempre più l’intendere il fondamento stesso della scienza economica venga ribaltato rispetto all’originario modo secondo il quale gli economisti classici la intendevano.
L’economia viene utilizzata (e viene intesa) come disciplina il cui obiettivo è rendere razionali, efficienti, le "azioni micro", mentre viene tralasciato il quadro complessivo entro cui dette azioni vengono realizzate.
Ciò comporta che ognuno tende a muoversi per il proprio tornaconto, non considerandosi come parte di una realtà più ampia, con il risultato che spesso le azioni attuate dai diversi soggetti sono tra di loro in conflitto e manca qualcuno che possa (e voglia) orientare detto conflitto in modo tale che l’obiettivo primo sia la ricerca del bene comune di una comunità.

La scienza economica ridotta ad economicismo
Un esempio per esplicitare quanto detto.
La scelta di una multinazionale di avviare un’attività economica in un capo del mondo anziché in un altro, risponderà esclusivamente ad una logica "microeconomica", quasi sempre riconducibile alla facilità di reperire i fattori della produzione a condizioni maggiormente concorrenziali (si pensi alle considerevoli migrazioni di attività produttive ad alta intensità di manodopera verso i Paesi dell’Europa dell’Est e del Sudest asiatico, motivate esclusivamente dai ridotti costi della manodopera).
Tale scelta non si preoccuperà assolutamente di quale impatto essa potrà avere nel luogo ove viene realizzata (impatto sociale, ambientale, di organizzazione del territorio).
Nel momento in cui la collocazione dell’iniziativa non risponderà più ai criteri che l’avevano ispirata, non ci si penserà sopra due volte a trasferirla in altra parte del mondo che presenti criteri di maggiore "razionalità"… E chi dal lavoro traeva le risorse per far vivere la propria famiglia? Semplice: si affidi al mercato, si trovi un’altra occupazione…
L’organizzazione della società secondo logiche "aziendaliste" comporta che chi sceglie agisce con la logica di ottenere il massimo e nel più breve tempo possibile. Il manager deve dare risultati subito agli azionisti di riferimento, altrimenti verrà cacciato.
Viene a mancare la visione della programmazione che se già di per sé è grave in una realtà aziendale, diventa deleteria in un’organizzazione complessa qual è la società.
Questo modo di pensare assegna, quindi, all’economia unicamente il ruolo di dispensatore di risorse secondo principi razionali di sana organizzazione. Viene disconosciuto all’economia un ruolo di disciplina sistemica, ci si limita a considerarla alla stregua di un ricettario. In estrema sintesi, all’economia non viene riconosciuta alcuna valenza etica. Viene ritenuto che all’applicazione di principi di eticità non possano corrispondere criteri di efficienza, di efficacia.
Ritengo che questo modo di intendere la scienza economica sia molto limitativo.
La scienza economica viene ridotta ad "economicismo". E questo certo non era nelle intenzioni di chi ha fondato la scienza economica e tanto meno lo è in quelle di tanti economisti che ancora oggi trattano la materia economica secondo l’accezione originaria della disciplina: economia politica.
Non è poi così rado, anche oggi, trovare economisti di comprovate capacità e fama (cito tra gli altri Amartya Sen, economista indiano che qualche anno fa è stato insignito del Premio Nobel per l’economia, proprio grazie ai suoi studi che tendono a coniugare etica ed economia).
L’economicismo, che si affermerebbe in alternativa alle oramai desuete ideologie, diventa ideologia di sé stesso e si propone quale "modalità risolutoria" della questione economica.
Ma corrisponde poi al vero che la sua applicazione ha risolto i problemi? Le spinte derivanti dall’economia di mercato hanno certo consentito di raggiungere rilevanti risultati sotto il profilo della crescita economica.
Ma se guardiamo a come i benefici di questa crescita sono stati ripartiti all’interno delle singole società, così come a livello mondiale, non si può certo affermare che si siano realizzati particolari obiettivi di giustizia distributiva.
Così come sono innegabili i danni che certa crescita economica ha prodotto all’ambiente.
Oggi l’interesse alla questione economica rischia di polarizzarsi su due estremi, a mio avviso entrambi pericolosi. Da un lato troviamo chi è servo dell’economicismo ed eleva all’ennesima potenza le ragioni di questo, limitandosi a considerare essenza dell’economia gli indici di borsa, le percentuali di crescita del PIL, le quote di mercato, la redditività…
Dall’altro lato vi è invece chi cade nel tranello di scambiare l’economicismo per l’economia, la cui conseguenza è l’assoluta demonizzazione, il rifiuto della materia economica, con il risultato che essa viene adagiata tra le mani degli esperti, degli "addetti ai lavori" ed allontanata dalla riflessione, dall’approfondimento popolare.
Ritengo di assoluta importanza una diffusa alfabetizzazione delle persone in materia di economia politica, nell’accezione più propria del termine: disciplina che studia e progetta l’organizzazione economica in funzione di determinati obiettivi di natura sociale e politica verso i quali si vuole indirizzare una comunità.
Come in tutte le cose, serve dedizione, passione. Necessita innanzitutto che sia abbandonata la visione dell’economia quale forza oscura da lasciare nelle mani di pochi.
Ed è altrettanto necessario non confondere i mezzi con i fini ed una distinzione va fatta anche tra i fini che una decisione economica si pone: non può, ad esempio, essere sempre e comunque indifferente avere come obiettivo l’abbattimento dell’inflazione, quando magari si è in presenza di percentuali di disoccupazione rilevanti.
E le modalità con cui risanare un deficit di un bilancio pubblico non sono neutrali: si può agire contenendo la spesa (ma quale spesa? quella in armamenti o la spesa sociale? gli aiuti alle attività economiche o la spesa in educazione? o entrambi?) o aumentando le entrate (ma andando a tassare di più i redditi più bassi o quelli più alti? o agendo in maniera intransigente per recuperare l’evasione fiscale?).
Come si vede, un obiettivo che sovente si vorrebbe far passare per questione tecnica (il risanamento di bilancio), di tecnico ha ben poco.
"In pillole", avremo modo nei prossimi numeri di Madrugada di affrontare questioni specifiche.


Mario Crosta,
funzionario bancario,
cultore di scienze economiche