L’etica prima dell’aritmetica

Viene analizzata, alla luce del consiglio europeo di Siviglia, la deriva europea verso l’intolleranza nei confronti dei migranti

È dall’undici di Settembre che il terrorismo corre il rischio di diventare un concetto che cambierà l’azione politica, non dico di buon senso, ma semplicemente di senso. Il concetto, globalmente istituzionalizzato e utilizzato come pretesto per tutte le misure di sicurezza, limita diritti, diminuisce la cittadinanza, esponenzia il controllo sui cittadini, col presupposto che quelli che sono problemi di carattere sociale e politico, sono anche problemi di natura di ordine pubblico e di controllo politico. All’eleggere la sicurezza come un valore in sé, si dilapidano principi etici senza i quali la democrazia si svuota di senso. È bene ricordare che le libertà sono un valore in sé e le misure di sicurezza si giustificano solo come mezzo per garantirle. Esempio significativo di questo postulato è il filo spinato con il quale la proposta in discussione nel Consiglio Europeo di Siviglia1, in una evidente accondiscendenza ai gruppi di estrema destra, pretendeva di risolvere il già chiamato flagello dell’immigrazione illegale. Nella serie di riforme legislative portate a termine da Danimarca e Italia, la priorità proposta al Consiglio Europeo è stata la repressione sui paesi di origine dei paesi dell’immigrazione.

Questa psicosi castigatrice dei potenti sui deboli, dei ricchi contro i poveri, che confonde politiche con polizie, tende a nascondere la verità fatta di difficoltà che si presentano nell’assenza di una politica europea di solidarietà, di coesione sociale, di integrazione e inclusione nella cittadinanza.

Bloccare le forme di immigrazione controllate dalle reti di traffico di clandestini è, evidentemente, una preoccupazione urgente, reale, di giustizia piena e che può meritare dei plausi. Solo che questa lotta giusta non si vince solo con misure politiche e repressive, soprattutto quando le misure si dirigono particolarmente agli immigrati anziché alle mafie che fanno dei flussi migratori un pingue affare.
Qualsiasi preoccupazione preventiva non può analizzare l’immigrazione come sinonimo di insicurezza, di perdita di benessere, di inevitabile criminalità, perché quello che esplode ai nostri occhi è la povertà, la mancanza di protezione e di inclusione sociale, l’esclusione. Ma anche la delinquenza, quella piccola, quasi sempre è conseguenza alla mancanza di diritti e garanzie. Qualsiasi preoccupazione preventiva, per essere credibile, esige coerenza con i principi di cittadinanza e, da lì, procedimenti rigorosi e veloci. Cioè chiarezza nei processi legali di accesso all’entrata e acquisizione dei diritti di cittadinanza nei paesi recettori.

Necessita, allora, collaborazione con i paesi di origine, intesi come compartecipanti e non come depositari di mano d’opera a buon mercato e sottomessa. I mali dei flussi migratori non sono conseguenza diretta e esclusiva di maggiore o minore efficacia della vigilanza preventiva nei paesi recettori, ma bensì nell’abisso degli indici di qualità della vita che separa i paesi che dovrebbero accogliere, dai paesi emittenti. Fintanto che dall’altra parte della nostra finestra esistono uomini, donne e bambini asfissiati dalla povertà, non ci saranno muri, né eserciti che impediranno, a tutti i disperati, il cammino per giungere all’affascinante Europa. L’unica forma per evitare gli esodi è bloccare la povertà dei paesi di origine, incentivando il loro sviluppo e benessere sociale. Se non sarà così…

Se non sarà così, i risultati non possono essere altri che la riduzione e la precarizzazione dei diritti dei residenti, benché legalizzati. Le restrizioni che le furie legislative indicano, tendono ad impedire l’acquisizione di diritti di residenza permanente e o il ricongiungimento famigliare. Questa furia persecutrice all’altro, è quantomeno taccagna ed egoista se si pensa che ci sono studi dell’ONU che concludono che l’UE, per la sua stessa stabilità, necessiterà, fino a metà del secolo , di circa 45 milioni di immigrati e quando, in Portogallo, si riconosce la necessità di altra mano d’opera di origine esterna. Il rifiuto, in Portogallo, al permesso di soggiorno a più di 50.000 immigrati non legalizzati e la minaccia di espulsione, l’intimazione che pesa sui legali di espulsione per termine del contratto di lavoro, si può intendere come cedevolezza a preconcetti xenofobi, alla collaborazione con imprenditori senza scrupoli e alla strategia globale di instaurazione di un clima di insicurezza che servirà per pretesto all’applicazione delle proclamate misure antiterroristiche. E, conseguentemente, la diminuzione dei diritti di cittadinanza.

Chi, con il minimo di senso, spera che, misure di questo genere, abbiano effetti salutari sull’immigrazione illegale, nel dare dignità o nella gestione dei flussi migratori? Solo colui che. avendo orrore dello straniero, lo tollera solo in quanto schiavo della paura e della repressione direzionalmente indiscriminata.

Quello che sta dietro questo opportunismo è l’aritmetica dei voti che si sovrappone all’etica. Quello che sta dietro questa politica repressiva è la rassegnazione all’appello primario contro il presunto rischio di invasione barbara, di cui l’Europa civilizzata sarebbe vittima, personificata da Heider e Le Pen, che chiedono ad alta voce di non dare spazio ad altri stranieri. All’origine di questa mancanza di senso politico c’è, di fatto, il cedere all’odioso preconcetto dello "spazio vitale". Quello che c’è dietro questo espediente è l’idea xenofoba in espansione che gli immigrati, "gli stranieri", sono i colpevoli di tutti i nostri mali, la paura che "loro" si installeranno nel nostro cortile, che andranno a letto con le nostre donne, che i loro tanfi inquinano i nostri aromi, che i loro usi perturbano le nostre abitudini.

Sarebbe ingenuo ammettere che questo tipo di sentimenti non sono disseminati tra la popolazione europea. Ma più grave ed errato è persistere ad ignorare che tutta la politica di esclusione fertilizza il vivaio nel quale tali sentimenti germinano. Ambire a combattere l’estrema destra e le sue idee sostituendosi ad essa, è darle animo, concimarle il terreno. L’argomentazione dell’estrema destra si combatte attraverso l’impegno al cambiamento dello stato dell’opinione generalizzata, a favore della cittadinanza, dei diritti umani, della democrazia e dei suoi valori. Non si combatte dando corda al suo discorso populista e stimolando i sentimenti che, portandole via voti, conduce a politiche e comportamenti somiglianti a quelli che la destra estrema preconizza. Si combatte, non alleandosi a essa, ma perseguendo valori universali. Si combatte non criminalizzando l’immigrazione e identificandola con la delinquenza, ma garantendole sicurezza, diritti e doveri analoghi a quelli dei cittadini che usufruiscono del prodotto del lavoro che essi producono. Si combatte, finalmente, proteggendo principi e valori etici che danno senso alla democrazia e senza i quali essa non passerà come un vocabolo banale, futile e insignificante, sebbene utile al marketing elettorale.
giugno 2002

 

1tenutosi il 21-22 giugno 2002, aveva in calendario il futuro dell’UE, il suo allargamento e l’immigrazione clandestina.

tratto da www.zonanon.com nostra la traduzione