Lettera del 23 settembre 2003

la lettera del Presidente a conclusione delle attività estive.

«Mi hai fatto conoscere
ad amici che non conoscevo,
mi hai fatto sedere in case
che non erano la mia.
Mi hai portato vicino il lontano,
e reso l’estraneo un fratello».
[Tagore]

«Senz’acqua non fiorisce la terra
né l’anima senza lacrime».
[C. Rebora]

Amiche e amici carissimi,

non sono ancora le sei, ma comincia ad albeggiare. C’è una brezza deliziosa e tutti gli uccelli nell’orto sono svegli e hanno iniziato a cantare. Il cuculo sembra fuori di sé: è difficile capire per quale motivo continui a cantare così instancabilmente. Non certo per divertirci, né per distrarre un innamorato languente, deve essere un suo scopo personale.
Ma, triste a dirsi, questo scopo non sembra mai raggiunto. Tuttavia non è depresso, il suo canto continua, elevandosi ogni tanto in un tono più vivace. Che può voler dire?
A distanza c’è il cinguettio leggero di qualche altro uccello, senza energia ed entusiasmo; sembra aver perduto ogni speranza e, nonostante tutto, all’interno di un ombroso cantuccio, non può far a meno di emettere il suo piccolo gemito.
Quanto poco sappiamo delle questioni domestiche di queste innocenti creature alate, dal petto morbido, dal soffice collo, dalle ali multicolori! Perché mai troveranno necessario cantare con tanta insistenza?

Ci sono morti che attraversano come lama di un coltello le nostre vite. La morte di Patrizia Piovano, avvenuta ad Ancona il 15 Agosto u.s., mi ha letteralmente squarciato l’anima. Torinese, quarantasette anni, sposata, quattro figli (rispettivamente di cinque, sette, tredici e quattordici anni), un’amicizia ventennale.
Qualcosa d’impossibile per un pensiero che cerchi ragioni. Perché è accaduto? Non c’è risposta perché la sofferenza è un fatto irrazionale. È irrazionale, ma ha un senso, occorre scoprirvi il senso e di lì scaturisce la consolazione.
Dio non si può conoscere, è sempre oltre le nostre creazioni teologiche o quelle più semplici che sorgono sulla nostra esperienza. Gesù aveva detto, infatti, ai suoi discepoli: «Voi credete perché vedete, ma beati saranno coloro che crederanno senza vedere».

Ed è la testimonianza di p. Taddeo Gabrieli ucciso, accoltellato nella sua auto da due uomini a Imperatrix, in Brasile. Era un uomo semplice, ma diretto, che aveva compreso come la salvezza fosse un processo globale di liberazione dell’uomo da ogni oppressione. Il frate con la tuta, il viandante assalito dai briganti, l’uomo che cerca Dio nell’uomo, e l’uomo in Dio.

Se Cristo ha mostrato a tutto il popolo di Gerusalemme lo strazio della sua passione e a pochi, a pochissimi, il miracolo della sua resurrezione, ciò vuol dire che non intendeva consegnare la fede allo stupore del miracolo, ma affidarla alla lettura e alla partecipazione del dolore del mondo.
Sappiamo tutti cosa la gente chiama "miracolo": la fuoriuscita istantanea dal dolore, o la soddisfazione immediata di un proprio desiderio. Non è certamente questa la buona novella del Cristianesimo, ma piuttosto è quella di portare l’umanità fuori dalla logica elementare amico/nemico, che da sempre regola i rapporti fra gli uomini.
Forse ogni religione deve avere la sua ombra e il suo disprezzo di Dio. Credo proprio che i veri dispregiatori di Dio siano quanti confinano la sua credibilità e affidano il senso del suo annuncio alla prova del miracolo, dove ciò che si realizza è solo l’esaudimento del desiderio umano.
Con Patrizia abbiamo cercato la dimensione spirituale della vita, credendo che ogni uomo è una parola di Dio che non si ripete mai.
Non ha fatto altro che amare e accarezzare. La squisita abilità che ha raggiunto nel far questo ha pervaso tutta la sua natura di donna. Donna è infatti il luogo della riconciliazione, dove il mistero della vita si incontra e diventa unità. Voleva comunicare quanto scopriva e viveva: per questo ha rappresentato una magnifica lezione di speranza e un grande inno alla vita.

Col convegno "Aiutare o prendersi cura?", si è conclusa l’attività formativa estiva che ogni anno Macondo promuove con l’obiettivo di sensibilizzare giovani e adulti su temi, contenuti e metodi che portino a vivere l’incontro con l’altro, ma anche per riflettere e dialogare con testimonianze di vita, che incoraggino all’esplorazione del futuro.
Sono stati momenti forti, di grosso impatto emotivo (Ostuni), di laceranti interrogativi (Albania) e di profonda riflessione (Paderno del Grappa).
La partecipazione è stata senz’altro buona nei due campiscuola giovanili, più modesta e un po’ frammentata al convegno di Paderno.
Il camposcuola di Badia Prataglia è stato invece annullato per il numero insufficiente di iscritti.
Che posso dire?
Come educatore mi crea imbarazzo l’assenteismo dei giovani. Da una recente ricerca sociologica è emerso che in Italia appena il 7% dei ragazzi e dei giovani aderisce o fa parte in modo attivo di qualche associazione.
Ben diversa era la profezia di Marshall McLuhan: «Il ragazzo formato nell’era della televisione è più onesto, aperto, impegnato…». Perché i nostri giovani non sono virtuosi e solidali come prevedeva il messia dei mass media? La TV ha tradito la sua missione educatrice, si dirà. Ma perché? Forse per la strana combinazione di capitalismo neoliberale e di robotismo consumista? Forse l’abbandono del locale per un equivoco globale? Per il mito del lavoro (ieri) che ha separato i genitori dai figli in epoca delicata di transizione? Forse per la sostituzione (oggi) della priorità del lavoro con quella del divertimento? L’impressione è di far parte di una società malata e in una situazione di emergenza, soccombe senz’altro chi è più debole, vedi bambini e giovani.
Tutti possiamo lasciare negli altri, nel bene o nel male, una traccia. Ciò accade con le parole, ma soprattutto con la presenza, con la testimonianza. È fondamentale per questo costruire se stessi nell’interiorità e nei valori per essere in grado poi di incidere nella società, nella famiglia, nella vita. Purtroppo spesso ci si mette in cattedra (in tutti i sensi, anche in quello metaforico) senza avere nessuna "sapienza", cioè nessun sapore genuino di umanità e verità.

L’amore per la vita non lo impariamo con l’insegnamento, ma ci è trasmesso dall’amore che abbiamo ricevuto. Molte volte la nostra vita è qualcosa che accade, mentre noi pensiamo ad altro e ce ne perdiamo il piacere e il sapore.
È un dato di fatto che non abbiamo valori da proporre ai giovani: i nostri discorsi etici sono traditi dalla pratica. Bullismo a scuola, vuoto di intelligenza negli adolescenti, giovanilismo, mammismo… come stigmatizzare questi fenomeni, se noi adulti rivendichiamo il diritto di avere schiavi neri, ma anche di regolamentarne il numero e di negare loro cittadinanza e perfino l’alloggio? Se riteniamo giusto che un Paese per interessi petroliferi pratichi l’embargo, dichiari la guerra preventiva, terrorizzi il mondo e tacci altri Paesi di canaglia? Se riteniamo l’onestà e la giustizia roba per l’ultimo dei boy scout?
Come si fa in simile contesto parlare di scuola che deve confrontarsi con le sfide attuali? Essa vegeta in una palude mondiale. Un inizio di soluzione potrebbe essere riconoscere questa situazione di palude.
Grandi maestri come Paolo Freire, Lorenzo Milani, Danilo Dolci, Rubens Alves mi richiamerebbero all’importanza dell’ottimismo nell’educazione; mi dicono che, ahimè, non sono un buon educatore. Ma oggi mi sento Cassandra, profeta di sventura.

Come vedete, cari amici, ho deciso di non venire più a compromessi, ho deciso che devo dire la verità fino in fondo. Solitamente noi preti facciamo i diplomatici, stiamo attenti a farci capire senza magari dire le cose che vorremmo dire. Questa fase, che è durata almeno vent’anni della mia vita e che non rinnego, perché dettata dal rispetto per le persone, è finita. Prima di morire voglio chiedere la grazia di poter dire sempre la verità e per fare questo chiedo la vostra collaborazione. La verità non è una cosa squadrata, messa lì; essa assume senso nel sistema di relazioni che io ho con la vita degli altri.
Cosa possiamo fare, dove dobbiamo intervenire?
Occorre riprendere subito con umiltà la nostra marcia, con le poche risorse che abbiamo, ma con la grande fiducia nell’umanità che ci distingue, per la liberazione degli oppressi. Liberazione che funzionerà a due condizioni: che gli oppressi siano coscientizzati e coinvolti e che si sentano amati e non più manipolati.

Il 4 ottobre a Lonigo, presso Villa S. Fermo, è convocato il Comitato di Coordinamento delle attività di Macondo: adozioni, formazione, Madrugada, editoria, convegni, viaggi, cooperazione internazionale…
Il primo obiettivo da raggiungere sarà quello di ascoltare e ascoltarci con gioia.
Il secondo sarà di vigilare tutti assieme sulla realtà, per non cadere nelle trappole e nella spirale dell’efficientismo o, peggio, dell’auto-conservazione, finalizzando, perciò, ogni nostro sforzo al prendersi cura dell’altro.

Ultimamente alcuni amici e amiche hanno manifestato preoccupazione per la mia salute. C’è chi mi trova stanco e deluso, chi arrabbiato e violento, chi radicale e polemico.
Una cosa è certa: avvicinandosi, la vecchiaia porta con sé il lamento dell’anziano e la fatica all’adattamento, ma vi assicuro che rimane inalterata la mia fede nell’umanità e nella possibilità di costruire il Regno di Dio, qui e ora.
Ciò mi rende molto felice, anche se resta faticoso, a volte direi angosciante, tenere acceso un piccolo fiammifero, senza maledire l’oscurità.

Per me, in questo momento, desidero solo un angolo dove poter rannicchiarmi comodamente, lontano dalla gente. Sinceramente sento ancora forte la voglia di andare in giro a vedere tutto il grande mondo, ma nello stesso tempo desidero un angolino nascosto; come un uccello col suo piccolo nido per dimorarvi e il vasto cielo per volare.
Desidero quest’angolo tranquillo perché serva a portare calma alla mia mente. In realtà essa ha bisogno di essere occupata, ma, nel tentativo di soddisfare questo bisogno, urta così spesso contro la gente da diventare perfino frenetica e da tirare, da dentro, schiaffi a me, che sono la sua gabbia.
Solo che le si conceda, però, un po’ di solitudine riposante, da potersi guardare intorno e sfogarsi a pensare, allora sa esprimere i suoi sentimenti con piena soddisfazione.
Questa libertà che nasce dalla solitudine è l’aspirazione della mia mente, che potrà allora soltanto essere sola con le sue fantasie, proprio come fa il Creatore che medita sulla sua creazione.

Quando siamo nati, piangevamo e tutti intorno a noi sorridevano. Cerchiamo di vivere in modo che, quando moriremo, saremo noi a sorridere.
Vi porto nel cuore e Vi abbraccio teneramente uno ad uno. Con affetto grande,

Giuseppe Stoppiglia
Pove del Grappa, 23 settembre 2003