Lettera del 26 aprile 2003

Il presidente di Macondo scrive alle amiche e agli amici sul limitare della festa macondina e di campi scuola estivi.
Amiche e amici amatissimi,

recitavano le preghiere le mie sorelle, ma poiché duravano un quarto d’ora (un po’ troppo per noi bambini), acceleravano, s’imbrogliavano, abbreviavano fino al momento in cui mia madre diceva loro:
«Ricominciate da capo». Appresi allora che bisogna parlare a Dio con lentezza, serietà e attenzione.
L’atteggiamento che teneva mio padre mi commuove ancora oggi. Ritornava sempre stanco dal lavoro dei campi; tuttavia, senza vergognarsi di manifestare la sua stanchezza, sempre, dopo cena, s’inginocchiava con i gomiti appoggiati sulla spalliera di una sedia, con la fronte tra le mani, senza guardare i suoi figli, senza muoversi, senza tossire, senza impazientirsi.
Pensavo: «Mio padre che è così forte, che comanda la casa, che se la intende con i suoi buoi, che non si lascia intimidire dalla cattiva sorte, dai ricchi e dai maligni, di fronte a Dio si fa bambino! Come cambia quando parla con Lui! Deve essere molto grande Dio, se mio padre s’inginocchia dinanzi a Lui; deve essere molto buono, se Gli parla senza cambiare abiti».
Mia madre invece era sempre in piedi. Molto stanca, con la più piccola in braccio, con la veste scura lunga quasi fino ai talloni, i bei capelli castani disciolti sulle spalle, con tutti noi attorno e stretti ad essa, nel mezzo della stanza. Seguiva le preghiere con le labbra, senza perdere una sillaba, sottovoce, e, cosa strana, non smetteva mai di guardarci una dopo l’altro, soffermandosi sui più piccoli. Li guardava senza dir nulla.
Nemmeno quando il tuono brontolava paurosamente sulla casa o il gatto faceva cadere una casseruola.
Pensavo: «Deve essere molto semplice Dio, se Gli si può parlare tenendo un bimbo sulle braccia e in veste da casa; deve essere una persona molto importante se mia madre non fa caso ne al gatto, ne ai tuoni».
Le mani di mio padre, le labbra di mia madre, mi hanno insegnato a conoscere e ad amare Dio meglio del mio catechismo.

Giulio, il vecchio calzolaio comunista di Ravenna, nella sua bottega tiene fiori freschi davanti al ritratto della moglie morta. I fiori significano risurrezione. Poesia di un gesto, senza parole. Nel Corano la primavera è l’argomento per credere nella risurrezione.
Il cielo senza nubi, gli alberi pieni di foglie, l’erba verdissima sono le immagini che popolano i sogni dei bambini in questa primavera del 2003? O sono invece le immagini dei telegiornali, da cui la loro innocenza e sensibilità sono aggredite dallo scandalo dell’odio e dal terrore delle devastazioni inflitte da uomini ad altri uomini?

No, non mi diverto a litigare. Tutt’altro: desidero con tutto il cuore l’armonia, la comprensione e l’intesa reciproca. Eppure chi davvero non vuole la violenza, deve mettersi in gioco, impegnandosi nella lotta per una bontà non violenta.
Chi rifiuta la guerra, comunque e ovunque, entra inesorabilmente in collisione con tutto l’ordinamento statale che appare incapace di concepire un mondo senza eserciti e industrie belliche.
Chi considera essenziali la libertà di pensiero e il libero dispiegamento dei propri sentimenti, non può non entrare in conflitto con tutte le forme di eteronomia autoritaria e di alienazione istituzionalizzata nella società e anche nella Chiesa.
Chi considera coloro che hanno commesso reati penali non già come reprobi da giudicare, da addestrare, da sistemare e da giustiziare, ma come perduti che hanno smarrito la strada e che devono essere piuttosto rinfrancati, va contro gli ordinamenti della società intera.
Chi crede forte la morbidezza dell’acqua diventa un pericolo per le pietre.
Il “genio del cristianesimo e della Bibbia” si distingue da altre proposte religiose per il senso della storia come progresso nelle relazioni umane, soggette a una modificazione che le rende più umane, più giuste, più pacifìche. E da lì che dovrebbe partire la relazione con Dio come obbedienza, perché il suo progetto sull’umanità possa divenire realtà.
In tale sfondo, che Gesù chiama Regno di Dio, la scelta dei poveri non appare come un fatto dettato dal buon cuore dell’individuo religioso, ma come un punto di partenza necessario in vista di una reale modificazione delle relazioni umane. La verità non è una cosa teorica; ma prende significato nella rete di relazioni che abbiamo con la vita degli altri.
La risurrezione allora non è un dato fisico, obiettivo, attorno a cui corrono i fotografi per riprenderlo, ma è un evento che appartiene alla profondità dell’esistenza. E l’umano a suggerire la presenza di Dio. E la fraternità vissuta a lasciar trasparire l’Agape, Nome di Dio. Se l’umano è carente, se furoreggia addirittura l’inumano, Dio non può rendere visibile la sua bontà.

E guerra è stata. Questa volta la guerra si è trasformata da mezzo, sia pure perverso, di risoluzione dei conflitti, in normale strumento della politica, anzi in imperativo morale. ‘Spero’ sia chiaro anche a voi che stiamo vivendo un momento gravissimo. Il nuovo pensiero sulla guerra preventiva viola ogni criterio etico e giuridico: si presenta come aggressione o come vendetta. Se ad ogni violazione dei diritti umani o davanti ad una dittatura dovessimo opporre sempre una guerra, si aprirebbe una voragine distruttiva. Sarebbe proliferazione di guerre senza fine. Stato di guerra permanente. Terrorismo fatto sistema.

Guardando i fatti, dobbiamo purtroppo costatare, con estrema amarezza, quanto sia modesto il peso che i vertici delle Chiese, dalle più potenti alle più piccole, hanno sui Grandi del mondo. Il metodista Bush, l’anglicano Blair, i cattolici Aznar e Berlusconi, tutti cristiani, hanno ignorato completamente le autorità delle loro rispettive chiese, nettamente contrarie alla guerra.
Eppure nell’atteggiamento e nelle parole del Papa si può avvertire un forte soffio di profezia. A volte sembra un nuovo Isaia. Le sue espressioni sono forti e brucianti: «sconfìtta dell’umanità», «silenzio divino», «grido della partoriente».
Il presidente Bush fa spesso uso di un linguaggio parareligioso o messianico che lo avvicina al fondamentalismo. La sua logica imperiale pare risponda non solo alle esigenze degli affari delle imprese transnazionali e dei centri del potere finanziario, ma appartenga a un progetto carico di un’istanza integralista
che intende imitare, rovesciandolo e distruggendolo, il messaggio cristiano. Di questa istanza si fanno da tempo portatrici società segrete ispirate a deismo massonico, orientale ad affermare una volontà di onnipotenza totalitaria. Anche per questo la guerra moderna è un’orrenda bestemmia.

Qualche raggio di sole e di speranza ha, però, interrotto l’oscurità di questi giorni: uno di questi sono le bandiere della pace, che in qualche caso hanno cambiato l’aspetto delle nostre città. Nel dilemma, tra le posizioni dei pacifisti e dei realisti, queste bandiere hanno trovato le parole di un linguaggio per esprimere finalmente un sentimento di vicinanza. Vicinanza di casa e di umanità, che oltrepassa ogni tipo di barriera, e questo senza invadere ne aggredire l’altro.
Imprevedibilmente, senza l’aiuto di intellettuali, di politici, di mass-media, di partiti, si è trovato un linguaggio per dire qualcosa che sembrava perduto: il valore della convivenza. E stato trovato proprio in occasione di una guerra che pretendeva di essere la risposta dell’Occidente al trauma dell’11 settembre.

Avremo alla Festa nazionale di Macondo (24 e 25 maggio 2003), la testimonianza di alcuni leaders di movimenti popolari e di base, provenienti dall’Africa (Nigeria, Senegal, Angola, Sierra Leone), dall’Asia (Cambogia, Afghanistan), dall’America Latina (Brasile, Venezuela, Colombia), dall’Europa (Albania, Germania, Italia) che, attraverso la loro storia, ci racconteranno che
Dìo si stanca dei grandi regni, mai dei piccoli fiori.

II mio invito è pressante per tutti, in qualsiasi parte d’Italia Vi raggiunga questa lettera, per vivere questo momento di condivisione e di festa, come dono della vita, ma anche per significare la nostra vicinanza alle donne e agli uomini colpiti o minacciati dalla violenza distruttiva.

Troverete, alla fine di questa lettera, i programmi estivi di formazione, sia per i giovani, sia per gli adulti. Spicca, fra questi, il camposcuola in Albania. Con questa iniziativa abbiamo voluto aprire un nuovo cammino con quel popolo, creando un luogo formativo per un ascolto reciproco, una comunione concreta fra giovani albanesi e italiani. Ora abbiamo una fiducia immensa sulla vostra collaborazione e siamo certi di una risposta positiva su tutte le iniziative.

Proseguono, con altre e costanti adesioni, i progetti “i bambini torneranno a giocare” in Brasile ed Argentina (visitati da Gaetano Farinelli nei mesi di gennaio e febbraio) e dei bambini soldato in Angola. Entusiasmante è pure il numero delle persone che intraprendono i viaggi di formazione e di scambio nei paesi latino-americani e africani.

Un grazie cordiale a tutti gli amici che hanno rinnovato l’adesione all’associazione o l’abbonamento a Madrugada, trovando il tempo di leggerci e li invitiamo a continuare. Agli altri faccio un invito poco “spirituale”, ma ve lo rivolgo con franchezza e lealtà di amicizia, perché solo il vostro apporto economico permette a “piccoli” come noi di continuare a far sentire la propria voce e a ospitare quella di amici italiani e stranieri.

Contando sulla vostra sensibilità e sull’amicizia costante che mi donate, vi rinnovo la gratitudine mia, di Gaetano e di tutti i collaboratori di Macondo in Italia e all’estero, con quanto scriveva il teologo, pastore luterano, Dietrich Bonhoeffer, prima di salire sul patibolo eretto nel carcere nazista di Flossenburg:
«L’essenza dell’ottimismo non è soltanto guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, il futuro lo rivendica per sé».

Amiche e amici amatissimi, non dobbiamo lasciare il futuro agli avversari della giustizia e della dignità umana.

Con affetto e tenerezza,
Giuseppe Stoppiglia

Pove del Grappa, 26 aprile 2003