Lettera del 26 aprile 2004

La lettera del presidente alla vigilia della festa macondina e delle attività estive.

«Chi non sa aspettarsi l’impossibile,
non lo vedrà mai».
[Eraclito]

«Parlerò anche se l’inferno stesso si spalancasse
per ordinarmi di tacere».
[Shakespeare, Amleto]

Amiche e amici carissimi,
il monte dietro il quale di solito sorgeva la luna aveva una cresta d’alberi che lo incoronavano. Alberi uguali, che non vidi mai da vicino in tutta la mia infanzia e perciò restarono misteriosi come creature vive e lontane. Alti, dritti, simmetrici, all’alba e al tramonto diventavano una sega scura, crudele sulla tenerezza palpitante del cielo.
Quegli alberi sono legati, nella memoria, a lacrime disperate della mia fanciullezza. Ancora oggi non ho il coraggio di sorridere di quelle lacrime, di quel motivo irripetibile e assurdo.
Piangevo perché la sega nera degli alberi lacerava ogni sera il candore della luna nascente. Qualche volta la luna era rossa, svenata in ombre che mi davano i brividi. Ai miei occhi di ragazzo risultava insanguinata, graffiata, offesa da quegli alberi inflessibili che nessun vento piegava mai.
La mamma era preoccupata, più di una volta disse parole d’ansia per la mia imminente adolescenza: intuiva che il mio mondo intimo si sigillava sempre più.
Solo molto tardi ho cominciato a capire il peso di simbolo che quelle cose avevano per i sogni di quel ragazzo, scalzo e taciturno, che ero. Non credo di averci guadagnato a passare dalla semplicità delle cose alle complicazioni dei simboli, dall’inconsapevolezza alla consapevolezza.
Le duecento case del mio paese, attorno alla chiesa bianca, erano tutto il mio mondo. Non ero mai stato a Venezia, e solo una volta all’anno, per la fiera, mi portavano a Bassano del Grappa. Il monte coronato dalla sega d’alberi era il limite di quel mondo domestico e già tutto esplorato. La luna, che sorgeva non so da dove, rappresentava davvero il mistero dei misteri. Mi sentivo felice, innocente e perduto nell’assenza assoluta d’interrogativi. Amavo la luna e basta.
Ai primi disincanti della giovinezza il monte è caduto e il mondo si è tutto livellato: è diventato piatto e liscio, con meno poesia e molta più noia. Paesi, continenti, mari non hanno più il dono del pudore e dell’intimità. Il mondo del bambino che piangeva perché la luna era graffiata è un mondo da ricostruire pezzo per pezzo, quando me ne sorge il desiderio.
Ci si misura col passato quando si è ancora capaci di soffrire per tutto e per nulla, per un astro e due alberi all’orizzonte, come quel fanciullo che ognuno fu e vorrebbe, nonostante tutto, tornare ad essere.

Forse mi restano quelle lacrime di allora a fare da patrimonio e da garanzia all’anima cresciuta nel rumore e nella fretta. Vorrei essere capace di piangere, come da bambino, per tutto. Avere il senso della pena che attanaglia il mondo, dalle pietre alle anime, per poter sperare d’avere anche il segreto della gioia.
Non sono stato più capace di godere delle cose semplici come allora, quando soffrivo per esse. Resto convinto che l’appuntamento di ognuno di noi con la felicità è sbagliato nella misura in cui è fuggito l’appuntamento con le lacrime.
Per dire questo i poeti usano altre parole, ma al ragazzo selvaggio e sensibile d’allora – che in me non è mai morto del tutto – servono anche queste cose, tutte vere per me solo, del tutto vere soltanto in fondo al cuore.

«Quando gli elefanti combattono, è sempre l’erba a rimanere schiacciata». L’immagine che ci propone questo proverbio africano è certamente molto incisiva ed è una parabola sulla capacità del potere e della ricchezza di prevalere sempre a scapito dei deboli e dei poveri. Le guerre lasciano immani sofferenze nella gente semplice, mentre i capi, in un modo o nell’altro, se la cavano. I colossali fallimenti mandano in rovina i piccoli risparmiatori, mentre i capitalisti riescono sempre a custodire ricchezze nei vari “santuari” di nazioni compiacenti. Sì, gli elefanti cozzano tra loro, ma a farne le spese è sempre lo strame della terra, ossia le vittime vere sono sempre quelle. È facile, allora, sentir affiorare nell’anima la tentazione di saltare in sella all’elefante, cioè di trasformarci in persone di successo, lasciando cadere le remore della morale e adottando la legge della prevaricazione. Anche il salmista, nella Bibbia, è tentato di «invidiare i prepotenti» che «dell’orgoglio si fanno collana, il cui vestito è la violenza, pronti a levare la loro bocca fino al cielo e la loro lingua a percorrere la terra, seduti sempre in alto, così che non li raggiunga mai la piena delle acque». Leggendo il salmo 73 si può scoprire l’esito finale di quella tentazione.
Ci sono valori per i quali non si può mai ragionare in termini economici o di vantaggio, se si vuole rimanere persone vere, con una dignità intatta e la pace della coscienza.

«Siamo educati alla cultura dell’applauso, non sappiamo neppure dove sta di casa la cultura dell’ascolto. Distribuiamo farmaci per contenere la depressione, ma mezz’ora di tempo per ascoltare il silenzio del depresso non la troviamo mai… Tale è la nostra cultura. E allora il silenzio diventa tumultuoso, e la depressione prende a parlare, non con le nostre parole banalmente euforiche o inutilmente consolatorie, ma con quelle rotture simili alla lacerazione delle ferite quando il corpo le conosce come ferite mortali» – con queste parole Umberto Galimberti commentava su “Repubblica” la morte di Marco Pantani.
Gli studiosi affermano che la depressione è la malattia della mente del nostro secolo. Con le sue numerose e non sempre palesi modalità, questa sofferenza mentale ci avvolge nella quotidianità e talora ci tocca personalmente. Quali le cause e come ci si difende?

Questa società, fra tante cose meravigliose, ce ne offre anche di negative. La più grave, della quale la maggior parte di noi non è consapevole, è che ci toglie o addirittura uccide “il desiderio”, cioè la spinta fondamentale alla vita che ognuno di noi porta dentro di sé. E tale energia, sistematicamente mortificata, ci ricade addosso come depressione. Un altro aspetto inquietante nasce poi dal fatto che, non avendone consapevolezza chiara e piena, inseguiamo dei miraggi, come fossimo nel deserto. Eppure il “male di vivere”, comune a tutti, continua a mandarci numerosi e insistenti segnali. Tra questi, quello più allarmante viene dai giovani che cercano di uscire, in modo drammatico, da questa esperienza inappagante attraverso il suicidio, terza causa di morte tra i giovani in Italia.

È possibile, allora, in un’epoca come questa, segnata da specializzazioni spiccatissime, dal culto del particulare e da individualismi esasperati, coltivare una visione non frammentata della realtà? Rispondo subito di sì, anche se l’operazione è decisamente complessa.
È l’unica alternativa all’apocalisse accelerata che altrimenti si avvicina. Alternativa che comporta un cambiamento di vita, una metanoia, per dirla con categorie evangeliche. Imparare a vivere, semplicemente. A godere dell’esperienza del vivere.

Sento sempre più pressante il desiderio di sottrarmi a questo continuo invecchiamento della mente e del corpo, per gustare la gioia di una vita libera e vigorosa; avere idee e aspirazioni ampie, non vincolate dall’eterno contrasto tra consuetudine e senso, desiderio e senso, desiderio e azione.
Vorrei correre all’impazzata avanti, come un cavallo impazzito, per la sola gioia della corsa. Invece continuo a sedermi nel mio angolo, a ragionare. Volgendo la mente ora da una parte, ora dall’altra. Non potendo essere selvaggio, mi devo sforzare di essere almeno civile.
Sono entrato già da alcuni anni nel territorio della terza età, e ripeto spesso l’invocazione del Salmo 89: «Insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore».
La vecchiaia come nome non è granché – lo ammetto – ma come stagione della vita, al momento mi piace più d’ogni altra, perché mi aiuta al distacco, che è libertà, e mi fa gustare un sentimento che somiglia molto alla serenità.
Chiedo a Dio d’insegnarmi a stare attento al tempo che passa, mentre di mio sono proiettato, come sempre, in avanti: l’agenda piena di conferenze da tenere, l’editore che chiede libri, il rapporto di lavoro con Macondo, destinato a durare ancora a lungo.
Credo che la vecchiaia sia un’arte difficile, perché richiede l’accettazione del limite e progressivi arretramenti. Ciò non è spontaneo: spontanea è piuttosto la conquista degli anni che salgono, non la separazione imposta da quelli che scendono, ma il distacco libera l’anima per nuove avventure. Non ho mai avvertito la tentazione di combattere contro il tempo che passava, mi è venuto spontaneo accettarlo, fermarmi a guardare oltre l’inganno dell’apparenza. Per questo mi sento ancora pieno di attese come a vent’anni, felice di avvertire che ora la mia vita tende decisamente verso il mistero, che è fondamento del tutto. Lo aspetto e mi preparo a riconoscerlo.

La festa nazionale di Macondo (29 e 30 maggio 2004) è centrata quest’anno sul tema della vita. Vita da vivere, vita da donare:

“Fatemi vivere o fatemi morire, ma non seppellitemi vivo”

Arriveranno amici e testimoni da vari Paesi del mondo: Italia, Francia, Nigeria, Brasile, Bolivia, Israele, Palestina, Argentina, Mozambico, Angola (troverete i nomi e il programma nel volantino allegato). Vi aspetto in tanti, possibilmente tutti, per trovare assieme a loro la speranza. I tempi delle palingenesi rivoluzionarie assolute e totalizzanti sono finiti, ma ci sono luoghi di rivoluzione nei posti più impensati del mondo. La speranza nasce da una prassi di vita che si misura coi limiti, le passioni, le paure, l’esasperazione del procedere alla ricerca di sé, nell’altro da sé.

Il lavoro dell’associazione, con i suoi obiettivi educativi, continua in maniera incessante nei progetti che accompagnano alla vita i bambini di strada (Brasile, Argentina, Messico), abbandonati o violentati dalle guerre (Angola e Sierra Leone), e da quest’anno con una collaborazione che abbiamo aperto con un progetto formativo per le donne povere in Senegal e uno per l’aiuto e l’assistenza degli anziani soli a Recife in Brasile. E questo possiamo farlo grazie alla vostra generosità e al vostro contributo.

Approfitto per ringraziare tutti gli amici (e sono tanti) che hanno già rinnovato per il 2004 l’adesione a Macondo o l’abbonamento a Madrugada. Invito gli altri, che ancora non l’avessero fatto, a restarci vicino, a infonderci coraggio con la loro presenza e il loro aiuto.

A margine della lettera troverete i programmi estivi di formazione: pensateci e partecipate, se conoscete dei giovani informateli dell’occasione che hanno di vivere una esperienza straordinaria, in un luogo dato alla relazione.

Amiche e amici carissimi, chiudendo questa lettera col cuore straziato per l’ipocrisia e la volgarità di cui siamo oggetto da parte dei politici e degli “opinionisti” per farci credere (imbrogliandoci) che ci sono delle guerre giuste, vorrei formulare l’augurio di amare la vita e di amarla sempre, servendomi delle parole di Etty Hillesum, morta a 29 anni nel campo di concentramento ad Auschwitz: «Si deve diventare un’altra volta così semplici e senza parole come il grano che cresce, o la pioggia che cade. Si deve semplicemente essere».

Spero di incontrarvi tutti alla festa di Macondo domenica 30 maggio, nel parco di Spin, a Romano d’Ezzelino, ma, se potete, arrivate già nel pomeriggio di sabato 29 maggio: ci sarà una sorpresa.

Vi abbraccio tutti, lungamente, con tenerezza e affetto,

Giuseppe Stoppiglia

Pove del Grappa, 26 aprile 2004