Lettera del Natale 2004

La lettera del presidente di Macondo per il Natale 2004

«La rosa è senza perché:
fiorisce poiché fiorisce,
a se stessa non bada,
che tu la guardi non chiede».
[A. Silesius, Il pellegrino cherubino]

Amiche e amici carissimi,
la vita è curiosa, sorprendente, ricca di sfumature: a ogni curva del suo cammino si apre una vista del tutto diversa.
Sono appena uscito da un lungo periodo di convalescenza (due mesi), a seguito di un complesso (parola del prof. A. Corsini) intervento chirurgico per l’asportazione al fegato di un angioma, piuttosto impertinente e capriccioso. Ora sono guarito e sto bene.
Sulla malattia, sui medici, sull’ospedale, la maggior parte di noi ha nella propria testa idee convenzionali. Se non abbiamo il coraggio di abbandonarle, se non abbiamo la forza di osare il grande salto, rischiamo di perdere l’abbondanza di novità che la vita ci dona anche nei momenti del dolore più acuto e profondo.

Nell’esperienza di questa malattia mi ha accompagnato, con benevolenza, il prof. G. Realdi, il quale, oltre a prendersi cura di me in quanto medico, mi ha aiutato a capire che sempre, e quindi anche nella malattia, le cose maturano lentamente dentro di noi, come le piante. Al medico e al malato basta la grazia di averle iniziate: la natura non fa salti, l’impazienza annebbia l’anima e rovina tutto. Il malato è attivo e passivo, mi ripeteva spesso: è attraversato da sofferenze che lui stesso non controlla, ma per essere attivo deve abbandonarsi alla forza che è dentro di lui. Un’immagine suggestiva per illustrare la dinamica tra grazia e libertà.
Mi viene da citare quanto scriveva Marcel Proust: «La felicità è benefica al corpo, ma è il dolore quello che sviluppa le facoltà dello spirito». Forse, vista la mia debolezza, ricorro più volentieri all’invocazione della grazia divina: «Insegnami, Signore, l’arte della pazienza quando sto bene e aiutami a saperla esercitare quando sto male». Non mi piace, infatti, né soffrire, né essere indebolito, probabilmente la zampata che mi sono sentita addosso con l’intervento chirurgico mi ha reso inquieto, ma nello stesso tempo mi ha riconciliato con la fine della mia esistenza, con la morte. Nessuno ama la vita come chi vede in essa una meraviglia di Dio.

Pazienza non significa cancellazione della reattività umana: proprio quel Giobbe, che è considerato l’emblema della sopportazione nel giorno della prova, leva ripetutamente e in modo veemente in protesta a Dio. Ciò che è importante è combattere senza disperare, è attendere senza scoraggiarsi.
Oscar Wilde scriveva che «la vita prosegue coronando i viventi di felicità e di dolore. La vita corona tutti, ma non pone domande, non dà risposte, è sempre in marcia verso nuove nascite, nuove vite. Sono gli esseri umani che s’interrogano». Paradossalmente, ma non troppo, insinuava che «le risposte sono capaci di darle tutti, ma per fare le vere domande ci vuole un genio».

L’essere umano è costitutivamente aperto al futuro. Questo non vale solo per il bambino, ma anche per il vecchio, e persino per il morente. Noi non siamo nati per la morte, ma abbiamo un’apertura al senso, che è sinonimo di futuro. E il futuro non è il prolungamento del presente, nostra costruzione, ma alterità con cui siamo in relazione.
Un grande fattore di crisi è che il senso, un tempo elaborato dalle persone attraverso esperienze culturali come la religione, la filosofia, l’arte, gli incontri, oggi viene prodotto, dissolto e ricostruito dal sistema mondiale dei media.
L’umano inizia là dove ci separiamo dal male, per questo è necessario cambiare sguardo e assumere l’ottica dell’amore maturo, secondo il quale il valore dell’altro è infinitamente vero ed è più forte della presenza della morte. Questo lo si capisce nell’esperienza dell’amore, quando l’altro diventa unico e la sua presenza costante in senso etico.

La consapevolezza del valore dell’essere umano è cresciuta attraverso un processo di contaminazione fra le culture e le religioni, diventando un fatto pubblico, politico-giuridico, su scala mondiale, potremmo chiamarlo il codice della dignità, chiave essenziale per ricomprendere la condizione umana attuale.
Il codice della dignità può diventare così un riferimento critico nel dialogo tra culture, in quanto ognuna di esse può rimettere in questione quegli aspetti di misconoscimento della dignità umana che non ha ancora superato.

Senza nessuna concessione al terrorismo “islamista”, vedo, però, la violenza maggiore e primaria nell’Occidente; conquistatore di fatto più di ogni altra parte dell’umanità, dominatore di popoli, uccisore di culture, con una violenza coperta da giustificazione religiosa, da Costantino fino a Bush, non meno crudele e feroce dei massacri e uccisioni che oggi ci turbano nel profondo. L’Occidente ha prodotto valori autentici, ma li ha anche traditi infliggendo immensi dolori. Se non diciamo questo, siamo bugiardi: accusiamo gli altri per non accusare noi stessi, allontanandoci dall’unica, difficile via di soluzione.
Se si continuerà ad attribuire alle religioni la violenza di chi fa violenza giustificandola e sacralizzandola con la religione, allora la tragedia culturale e spirituale crescerà a livelli di tragedia epocale.
Mentre kamikaze e taglia-gola compiono cose orrende, eserciti invasori e guerriglia si contendono le città, accadono cose meravigliose di rispetto e di amicizia tra i credenti musulmani e cristiani.

In un libro – Riflessioni sul Corano – ho scovato questo bellissimo pensiero spirituale, illuminante più di ogni rivendicazione.

Gesù incontrò un uomo e gli chiese:
«Che cosa stai facendo?».
«Mi dedico a Dio» rispose l’uomo.

Gesù gli chiese: «Chi si prende cura di te?».
«Mio fratello» rispose l’uomo.
Gesù disse: «Il tuo fratello è più devoto a Dio di te».

Allunghiamo ora lo sguardo su Macondo: cosa stiamo facendo? dove stiamo andando? quali obiettivi ci siamo dati?
Abbiamo ormai raggiunto la convinzione che qualsiasi cambiamento sociale e politico deve essere preceduto da un cambiamento culturale. Il cambiamento culturale o è collettivo, oppure non è un cambiamento culturale. Come la lingua non la crea un individuo, così la cultura non è compito di persone isolate. Soltanto assieme agli altri un individuo si impregnerà di sapore che lo renderà significativo.

Macondo è nato come luogo, come piazza dove le diversità si possono conoscere e incontrare. Per far questo è indispensabile un processo formativo alla consapevolezza, educando contemporanea-mente al rischio del viaggio e all’avventura dello scambio.

La formazione per i giovani nel 2004 è continuata soprattutto con i campiscuola estivi. Gli obiettivi erano diversificati, richiedendo nuove capacità pedagogiche e ulteriori strumenti didattici, non sempre alla nostra portata, ma i risultati sono stati positivi. Per il futuro si è deciso una maggiore selezione degli obiettivi. Allo stato attuale sono già fissate due iniziative: la prima, un campo durante l’estate in Bosnia, assieme a giovani delle Acli e del sindacato, per scoprire e vivere la diversità come risorsa; la seconda un camposcuola per giovani alla prima esperienza formativa con Macondo.

La formazione per gli adulti è stata la novità del 2004. Si è strutturata in tre seminari, collocati preferibilmente tra il sabato e la domenica, riscuotendo grande successo e una qualificata ed entusiasta partecipazione. L’iniziativa sarà certamente ripetuta, magari con qualche correzione.

I bambini di strada. È un settore che ci vede molto impegnati e su diversi fronti (Brasile, Argentina, Angola, Sierra Leone). Siamo sorpresi per l’aumento costante del numero delle adozioni a distanza e per il coinvolgimento generoso di alcuni gruppi giovanili e di singoli volontari (di tutte le età) che spingono a diventare protagonisti sul campo. Ciò ci rende orgogliosi e anche ottimisti, scoprendo con gioia la presenza di forti sentimenti di gratuità verso i deboli in questa nostra Italia berlusconiana.

L’iniziativa della marcia per “meninos de rua”, che si svolge da ormai quattro anni nello splendido scenario delle colline di Valle S. Floriano, ha raggiunto un livello di partecipazione (4.000 presenze) e di notorietà straordinari.

Madrugada si fa apprezzare sempre più per la qualità degli approfondimenti e dei contenuti, raggiungendo tra abbonamenti e distribuzione manuale le 2.500 copie. Il merito indubbiamente è di tutta la redazione, ma l’anima e la mente principale è Gaetano Farinelli. Con l’editrice “Città Aperta” continuiamo una collaborazione costante sia per la pubblicazione di alcuni libri, dai contenuti significativi, sia per la distribuzione e la divulgazione.

Mauro Furlan ha deciso, per ora, di piantare la sua tenda in Brasile. È la nostra colonna portante, il nostro punto riferimento sia per il dialogo, sia per lo scambio culturale. Collabora con Amar, l’Associazione dei Meninos di rua di Rio de Janeiro, ma è diventato l’interlocutore principale per tutti i viaggi e le iniziative che Macondo intraprende in America Latina. Molte delle sue riflessioni le potete leggere sul diario, che periodicamente appare sul sito www.macondo.it.

Mi scuso per il fastidioso elenco delle iniziative più importanti intraprese da Macondo. Ritengo però giusto e corretto informarvi dettagliatamente, almeno una volta all’anno, di quanto promuoviamo; lo considero un gesto rispettoso per il vostro coinvolgimento personale, affettivo, morale, spirituale ed economico.
Come ben sapete la quota associativa e gli abbonamenti costituiscono l’unica risorsa per continuare questa avventura di Macondo.
Con Madrugada ci proponiamo di offrire stimoli e linee di ricerca con un’attenzione laica al vangelo e al nostro tempo, così ricco, complesso e forse un po’ confuso.

L’invito a tutti i soci è di rinnovare l’adesione per il 2005, di estendere la conoscenza di Macondo e magari di offrire l’abbonamento di Madrugada ad amici e conoscenti. Da parte mia, di Gaetano e di tutti i collaboratori, un grazie a ciascuno di voi per la fedeltà e la collaborazione.
Come avete constatato, anche quest’anno abbiamo voluto ripetere l’iniziativa di farvi omaggio dell’agenda della pace. È un piccolo segno di riconoscenza e di affetto, ma nello stesso tempo un gesto di condivisione con altre associazioni culturali e di volontariato italiane, impegnate nel dialogo religioso e culturale.

Il nipote di Rabbi Baruk giocava una volta con un altro ragazzo a rimpiattino. Egli si nascose e stette a lungo ad attendere, credendo lo cercasse e non riuscisse a trovarlo. Dopo aver aspettato a lungo, decise di uscire ma non vide nessuno. Capì, allora, che il suo amico non l’aveva mai cercato. Corse allora dal nonno piangendo e gridando contro il compagno. Rabbì Baruk, con le lacrime agli occhi, commentò: «Lo stesso dice anche Dio».

È molto fine questa parabola, che ho trovato nei Racconti dei Chassidim, testi raccolti da Martin Buber. Dio piange come quel bambino perché nessuno lo cerca. Il suo volto è, certamente, nascosto, ma non è irraggiungibile; solo che noi siamo troppo presi da altri interessi e distrazioni e non ci preoccupiamo di metterci alla ricerca del mistero di Dio.
C’è dunque una sofferenza divina ed è quella di non essere amato. In una pagina particolarmente suggestiva, Simone Weil dipinge «Dio e l’umanità come due amanti che hanno sbagliato il luogo dell’appuntamento. Tutti e due arrivano in anticipo sull’ora fissata ma in due luoghi diversi. E aspettano, aspettano, aspettano. Uno è in piedi, inchiodato sul posto per l’eternità dei tempi. L’altra è distratta e impaziente. Guai a lei se si stanca e se ne va!».

Purtroppo, è proprio questo l’esito della nostra ricerca di Dio: dura lo spazio di un mattino e poi abbiamo altro a cui pensare. Per fortuna c’è anche una decisione di Dio che confessa attraverso S. Paolo: «Io mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano» (Rom. 10,20).

Per l’augurio natalizio vorrei fare mie le parole di Etty Hillesum: «La mia vita è un ininterrotto ascoltare, dentro di me e gli altri, Dio».
Siano aperte nel cielo le stelle della speranza e si schiuda l’aurora della vita.

Vi abbraccio tutti e ciascuno con tenerezza e affetto,

Giuseppe Stoppiglia

Pove del Grappa, 03 dicembre 2004