Lettera del Natale 2005

La lettera del presidente ai soci e simpatizzanti
Pove del Grappa, 7 dicembre 2005

«Quando una religione ha la pretesa
di imporre la sua dottrina all’umanità intera,
si degrada a tirannia e diventa una forma di imperialismo».
[R. Tagore]

«Gesù Cristo non ha scritto che noi fossimo il miele della terra,
ma il sale. Ora il sale su una pelle a vivo è una cosa che brucia,
ma le impedisce di marcire.
La parola di Dio è un ferro rovente; chi l’insegna non può non scottarsi le mani».
[Georges Bernanos]

Amiche e amici carissimi,

si racconta che un giorno il mare in tempesta abbia portato via l’albero sul quale abitavano alcuni scoiattoli, molto piccoli, mentre la madre si era allontanata per procurare loro il cibo. Al ritorno dall’approvvigionamento, l’aspettava lo spettacolo del mare infuriato e della sua rapina. Da quel momento in poi, tra l’animaletto eroico e l’Oceano sterminato, si decise una lotta senza tregua. Ogni giorno la madre-scoiattolo intingeva la coda nell’acqua allo scopo di poterla lentamente prosciugare, fino alla comparsa di un angelo, commosso dalla folle e temeraria fermezza dell’impresa: «Non punire più l’Oceano, riavrai i tuoi piccoli» (Dal libro "Giobbe e lo scoiattolo" di Lucia Lagorio).
Certamente la parabola è una libera ripresa in chiave psicanalitica delle domande del grande sofferente e sapiente biblico. Il racconto è un finissimo impasto di dolcezza e di forza, di disperazione e di speranza, di assurdo e di certezza, di impegno umano e di grazia. L’amore nella sua forma più pura e autentica è capace di eroismo, non bada alla logica, alla "sensatezza". Con la sua apparente povertà e fragilità sfida gli oceani e i monti. C’è qualcosa di più. L’amore smuove Dio e lo spinge ad intervenire, rivelandosi in questo, simile alla fede come l’aveva tratteggiata Gesù: «Se avete fede pari a un granello di senape, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà e niente vi sarà impossibile» (Mt. 17,20).
 
Mi trovo in questo momento seduto al sole a contemplare "la mia piazza S. Pietro", cioè la splendida conca degli ulivi all’imboccatura della Valsugana. In questa valle di sole, di cime bianche, di boschi dipinti di fervido autunno, di storie gloriose di umanità e di saggezza, nei giorni scorsi, si è consumato un delitto assurdo, aberrante: il massacro, a Enego, di due inermi e anziani coniugi.
Cosa stia succedendo alla società italiana e al mite e laborioso Veneto, non lo so. "Certamente – come afferma l’amico Pietro Barcellona – è venuto meno lo statuto antropologico tradizionale e la sacralità del legame sociale, sul quale si fonda la coesistenza umana. L’individualismo della nostra civiltà mi appare come una regressione pre-infantile, e ci fa scivolare verso una deriva solipsistica, malattia sociale che è una specie di forma di autismo. Non sentiamo più il pianto del vicino, lo strazio di una persona che subisce un incidente, il grido di chi subisce violenza o ingiustizia. Basta viaggiare in treno, sostare in qualche sala d’attesa per toccare con mano l’aspetto autistico della nostra società: ognuno è intento a parlare col proprio cellulare, mai o raramente con le persone che ha di fronte". Quando la socialità non chiede socievolezza, la vicinanza non chiede relazione, l’essere insieme non chiede un patto, una promessa, allora il futuro e il passato sono dissolti e la presenza d’altri è neutralizzata.
Siamo diventati estranei uno all’altro, soli. La solitudine, che è recupero e raccoglimento in sé prezioso, diventa angoscia, se non si pone di fronte ad essa la presenza di altri, diventa insostenibile senso di abbandono, se non ci si sente affidati.

In questi ultimi mesi, sempre in Italia, sta succedendo qualcosa che non riesco ancora ad interpretare con serenità. Mi sto interrogando sulla laicità dei cristiani e sul possibile clericalismo dei laici. Certi mangiapreti, improvvisamente, sono diventati fautori della religione e solerti difensori dei diritti del clero a dire la propria parola. Il mio sospetto è legittimo, visto che alcuni cristiani di indubbia fede sono stati allontanati, con irritazione, da certi pastori perché difendevano il diritto dei battezzati ad una sana "laicità" nelle loro scelte politiche.
Abbiamo assistito ad una vera intolleranza verso chi non si sentiva di appoggiare un progetto che, a fronte di una politica internazionale dissennata e violenta, prometteva all’interno della vita familiare ordine e regole più severe. Quasi che tutto il problema morale stesse nella salvaguardia dei nascituri, dimenticando i diritti e la dignità dei nati.

Qualcosa non quadra. Si ha il diritto di pensarlo e di dirlo? Si ha il diritto di provare un qualche disagio in questa indebita riduzione del messaggio di Cristo a mera religione "civile", di questa religione a puro contenitore di etica, e di questa etica ad appoggio assicurato alle scelte dei padroni del mondo? Io credo di sì.
La fede è la dimensione del coinvolgimento profetico che riguarda tutto il nostro essere e tutta la nostra vita nel rapporto con Dio e con gli altri, è la chiamata a vivere alla sequela, umile e convinta, di Gesù di Nazareth.
Può succedere che una religione massiccia e severa possa anche uccidere la fede. Assumere la Bibbia come paradigma di quello che deve necessariamente avvenire, come fa la lettura fondamentalista dei "teocon" (atei bigotti), raggiunge il risultato di evitarci la fatica della libertà.
Rispetto ad alcuni fatti, poco trasparenti, accaduti in questi mesi in Italia (vedi l’esenzione dall’Ici per gli immobili ad uso commerciale di proprietà della Chiesa), mi tornano alla mente le parole della "Lumen Gentium": «La Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove esigenze esigessero altre disposizioni» (n. 76).
Parole piene di Vangelo, frutto di amore per il mondo, lo stesso per il quale il Nazareno ha dato la vita.

Ogni minuto di ogni giorno, 22 bambini al di sotto dei cinque anni muoiono per mancanza di cibo, di acqua potabile, di medicine di base; ogni minuto di ogni giorno, 3,5 milioni di dollari se ne vanno in spese militari; ogni giorno, un miliardo di persone cerca di sopravvivere con meno di un dollaro; nel 2025 i due terzi della popolazione mondiale non avranno accesso all’acqua, se continuiamo a consumarla con il ritmo attuale. Non mi soffermo ulteriormente sui dati, facilmente reperibili da fonti attendibili.
Ora credo si possa dire che non è possibile annunciare alcun Vangelo se non assumendo in pieno e in via prioritaria l’impegno per la giustizia nel mondo. Non è più possibile parlare d’amore se non dichiarando contestualmente che esso è giustizia da compiere, non episodicamente, ma come asse centrale connesso con la rivelazione del vecchio e nuovo testamento.
Occorre partire dalla consapevolezza "della nostra tragica situazione", assumendola come un chiaro segno dei tempi. Forse le cose difficili neppure esistono, se accettiamo l’ammonimento di Seneca: « Non è perché le cose sono difficili che noi non osiamo, è perché non osiamo che esse sono difficili».

L’assemblea generale di Macondo del 13 novembre u.s. a Tonezza (VI), nel corso della quale sono state rinnovate le cariche associative (vedi la pagina chi siamo), ha elaborato e discusso, nello spirito di spontaneità e di libertà che caratterizza i nostri incontri, le indicazioni di marcia per il cammino futuro:
– scoprire la libertà che proviene dalla gratuità del donarsi. La drammaticità della situazione che stiamo vivendo ci spinge a superare lo stadio delle analisi e attivare buone pratiche (azioni concrete) che costituiscono i cantieri della speranza;
– il ruolo fondamentale all’invenzione di una nuova paideia, sarà la scommessa che abbiamo fatto di un impegno prioritario per i bambini. Concretizzandolo nei progetti che ci vedono lavorare a fianco dei bambini di strada in Brasile, Argentina, Angola e Sierra Leone e nel lavoro di sensibilizzazione in Italia;
– promuovere e sviluppare la capacità di stare assieme, accogliendo lo straniero e il diverso, legandoci alla parte dell’umanità più sofferente;
– vivere la fede e la religione come luogo di fraternità, come appello a convivere, a capire l’importanza della comunità;
– formazione permanente per elevare il grado di consapevolezza, di crescita alla vita interiore e alla sensibilità di tutti. Promuovendo viaggi ed incontri mirati in Italia e all’estero. Organizzando con continuità e costanza corsi, convegni e seminari per gli adulti e rinnovando per i giovani l’iniziativa dei campiscuola.

Voglio ringraziarvi tutti per la generosità e per la vostra fedeltà all’avventura di Macondo. Personalmente vivo la gioia della vostra amicizia e la grande ricchezza morale, spirituale e affettiva che mi donate. Commovente è l’abnegazione e contagioso l’entusiasmo di quanti (sono moltissimi) si impegnano ad organizzare la Festa nazionale di Macondo e la Marcia dei "meninos de rua". Sono due momenti di grande intensità emotiva e spirituale per le migliaia di persone che vi partecipano. Un incoraggiamento particolare va alle famiglie, alle singole persone, alle scuole che hanno scelto l’adozione a distanza per i bambini di strada. Spero che tanti altri si aggiungano nella scelta, è un gesto di profonda gratuità.

Nel chiedervi di rinnovare la vostra fiducia a Macondo, con la quota di adesione o con l’abbonamento a Madrugada per l’anno 2006 (rimasti invariati rispettivamente ad Euro 26,00 e ad Euro 10,00), vorrei invitarvi ad approfondire la consapevolezza. Abbiamo appreso tutti che l’indifferenza per il male è essa stessa male. Abbiamo appreso che se il male colpisce un popolo e gli altri non reagiscono, il male esacerba le proprie dinamiche. Vorrei che potessimo fermarlo.

Natale è imminente, è la festa più sentita ma forse la meno cristiana di tutte le feste religiose praticate in società. Chi crede in Gesù, il Cristo, mai come a Natale si sente a disagio. Credere non è un bel ricordo, una dolce abitudine, non è un pio esercizio per sentirsi sicuri, non è essere persone civili. È sapere e sperimentare per persuasione certa, nata dal dono di un intimo ascolto, che Gesù è vivo e che, in lui, colui che chiamiamo Dio è presente accanto a noi, nel più intimo della nostra persona: una presenza invisibile, impalpabile, non calcolabile, non dimostrabile, ma sperimentata tanto quanto la nostra propria esistenza.
Per accostarci con impalpabile semplicità e umiltà alla festa di Natale vi lascio questa bella riflessione dello scrittore russo Dostoevskij: «Sono un figlio del secolo, un figlio della mancanza di fede e del dubbio quotidiani e lo sono fino al midollo. Quanti crudeli tormenti mi è costato e mi costa tuttora quel desiderio della fede che nell’anima mi è tanto più forte quanto sono presenti in me motivazioni contrarie! Tuttavia Dio talvolta mi manda momenti nei quali mi sento assolutamente in pace. In tali momenti, io ho dato forma in me ad un simbolo di fede nel quale tutto è per me chiaro e santo. Questo simbolo è molto semplice, eccolo: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più ragionevole, di più coraggioso e di più perfetto di Cristo e con fervido amore ripetermi che non solo non c’è, ma non può esserci. Di più: se qualcuno dimostrasse che Cristo è fuori della verità, mi dimostrasse che veramente la verità non è in Cristo, beh, io preferirei lo stesso restare con Cristo piuttosto che con la verità».
Dostoevskij, il celebre romanziere russo, scriveva questa sua paradossale professione di fede in Cristo, nell’anno 1854 all’amica Natalia Fonvizina in una lunga lettera. La citazione è così ampia che non ha bisogno di commento.

Il mondo è inaridito e insensibile, "materializzato", concentrato sui prodotti e polarizzato sugli oggetti della propaganda. Così quando l’uomo rientra in se stesso, si accorge che quello che più gli manca oggi è proprio l’essere compreso, amare ed essere amato. Ecco il motivo per cui credo ci sia bisogno di tenerezza.
È il mio augurio di Natale. Abbracciandovi uno ad uno, con tenerezza e grande affetto,

Giuseppe Stoppiglia