Lettera del Presidente, maggio 2002

La lettera del Presidente ai soci e simpatizzanti

"Il Messia non arriva il giorno della sua venuta,
ma soltanto il giorno dopo".
[F. Kafka]

"Il silenzio di Dio è il suo ascolto,
chi prega lo raggiunge".
[Erri De Luca]

Amiche e amici carissimi,

È SEMPRE BELLO COMUNICARE CON VOI; in questa primavera rigogliosa i prati della mia valle scoppiano di luce, di verde e di fiori. Scavando fra le amare tenerezze dei miei ricordi, scopro che debbo a loro le ore più scontrosamente felici dell’infanzia. Rivedo i piedi nudi delle mie sorelle ballare sull’erba tenera nei pomeriggi domenicali, e sprigionare aromi aspri di fieno reciso nelle notti d’agosto, mentre l’odore di anguria rallegrava il muricciolo gremito di noi ragazzi, spettatori vocianti.
Solo più tardi, ormai adulto e taciturno, ho capito dove stava il fascino maggiore e più sottile di quelle estati agresti. Alle feste da ballo, cui le mie sorelle giungevano odorose di naftalina e rosse per l’emozione, c’era sempre un giovanotto, del paese o di fuori, che suonava la fisarmonica.
A quel tempo il mio paese era lontano dalla città cinque chilometri: equivalevano ad un oceano che divide due continenti. La strada saliva poco, ma bastava quel poco perché ci trovassimo tutti, incoscienti e smarriti, fuori del tempo. La fisarmonica ha cullato soprattutto i sogni delle mie sorelle. L’amo soprattutto per questo, come ho amato i loro balli innocenti. È stata la voce che ha schiuso il loro bocciolo di bimbe selvatiche nel fiore della loro giovinezza dolente. Scomparsa la fisarmonica, esse si sono trovate donne di colpo, con bambini in braccio e mariti invecchiati precocemente dalla fatica. Anche attorno ai loro occhi ritrosi, ragnatele di rughe sono apparse come un tradimento e in quelle rughe è rimasta impigliata l’eco dell’ultimo canto spensierato, del ballo con cui hanno detto addio alla giovinezza.

IO ERO SEMPRE SCALZO E TACITURNO, ma le mie sorelle erano tutte e sei belle, guardate con incanto dai giovanotti di fuori. Si mettevano vestiti e nastri che ora, se non li riguardassi da dietro il velo di una lacrima, mi farebbero ridere. Allora erano quanto di meglio la povertà delle nostre case potesse offrire. Da allora le mie sorelle non hanno ballato più. Non hanno avuto che quella felicità , breve e totale. Le poche volte che ho tentato di rammentar loro la gioia domenicale di quegli anni, ho sempre visto spianarsi subito la ragnatela di rughe attorno ai loro occhi e nascere il sorriso di un tempo.

IN UNA SEQUENZA DEL FILM "VIAGGIO A KANDAHAR" vi è un dialogo molto bello fra la protagonista e un americano di colore, che era diventato medico dopo aver combattuto come soldato a fianco di due etnie tra loro avversarie. "Perché sei venuto qui in Afghanistan?". "Per incontrare Dio… poi un giorno ho visto due bambini feriti, uno accanto all’altro, appartenenti a due gruppi etnici fra loro nemici, ed allora ho cominciato a fare il medico".
In questo momento storico, oscuro ed angosciante, il tema della festa nazionale 2002 di Macondo non poteva che essere La giustizia è una dea che abbandona sempre il campo dei vincitori . Un modo per manifestare il nostro vegliare, con le parole ed il pensiero di testimoni che arriveranno da alcune parti del mondo.
È difficile, oggi, cucire parole sensate, capaci di svelare, almeno un po’, la tragedia globalizzata che sta vivendo il genere umano. Immagini e parole sono preda della propaganda, si sente immediatamente che l’informazione è truccata, che la verità delle cose è altrove. Alcuni fotogrammi sono ossessivamente riprodotti, diventano essi soli l’ombelico della verità presentata. Quello che non conviene, è occultato. La menzogna e la manipolazione della verità, la demonizzazione dell’avversario e l’intossicazione della popolazione con desideri di vendetta e di odio, rendono difficile e impossibile qualsiasi negoziato.
Le parole, per poter pretendere un po’ di verità, dovrebbero uscire dal silenzio, nascere da un’interruzione, essere eco di grida che, invece, si perdono nel deserto. Sulla cattedra devono salire le vittime, non i piazzisti che le vendono come mercanzia per trarre profitto dall’ultima loro goccia di sangue. Le vittime, dunque. Nella nudità del loro essere tali.

VI SONO BOMBARDAMENTI CHE AVVENGONO IN AFGHANISTAN E IN PALESTINA; ci sono bombardamenti mediatici e politici che succedono qui e nelle varie parti del mondo. L’obiettivo è raggiungere l’unanimità: tutti devono parlare la stessa lingua. Chi dissente è indiziato. Chi pone interrogativi è disfattista.
La grande ipocrisia legittima i metodi bellici applicati alla vita quotidiana. La legge del più forte viene avvalorata come metodo di ordine. Chi possiede la forza ha dalla sua anche la ragione e quindi la giustizia, o almeno la giustificazione. I mezzi per farsi valere equivalgono al diritto di usarli. Una ragione senza forza non serve a niente, anzi è colpevole. Chi ha la forza detta il diritto.

"UN PO’ TROPPO TARDI ABBIAMO IMPARATO – diceva Bonhöffer – che non il pensiero ma l’assunzione della responsabilità è l’origine dell’azione". E oggi, proprio perché siamo nel tempo della decisione, e tutti i diversivi e le proroghe sono finiti, ci troviamo nella condizione che egli ci aveva annunciato, dandone per primo la prova, resistendo senza resa nel carcere nazista: "Per voi pensiero e azione entreranno in relazione nuova. Penserete esclusivamente ciò di cui risponderete agendo".
Ricominciare, per noi, in questo momento di buio pressoché totale, in Italia e in tante parti del mondo, in questo momento di "democratura" dilagante, significa restare nella lotta. E lottare significa creare luoghi di incontro e di formazione, percorsi collettivi che orientino al senso di responsabilità. È l’obiettivo chiaro ed esplicito dei nostri campiscuola estivi per i giovani. Quest’anno abbiamo deciso di organizzarne addirittura tre: siamo presuntuosi? Spero proprio di no, anche perché s’incontrano sempre più spesso giovani smarriti o, peggio, in preda ad un sottile sentimento di disperazione. La disperazione, contrariamente a quanto si crede, non è un sentimento "rumoroso", ma sommerso ed impietoso. Scivola via, trovando per strada quei compagni di viaggio che sono la noia, qualche volta la nausea, ma soprattutto l’indifferenza . A me il suono della loro voce sale, come uno stelo malato, all’orecchio e al cervello, implorando tante cose.

AVEVA RAGIONE EZECHIELE, QUANDO APRÌ UNA BRECCIA nelle mura di Gerusalemme e la varcò, a significare che invano il popolo si sarebbe rinserrato in quelle mura ed invano avrebbe cercato difese, arroccandosi nei suoi spazi sacri. Occorreva, invece, uscire dalla città, uscire dal tempio e affrontare l’impatto con la realtà ignota e avversa.
Il nostro reato, mio e di Gaetano, è stato di esserci collocati fuori dal campo , fuori da ogni organizzazione, fuori da ogni parrocchia, anche se tenacemente alla ricerca di un senso da dare alla nostra fede nel Dio che "ha rovesciato i potenti dai loro troni e ha innalzato gli umili".
Abbiamo pagato a caro prezzo questa collocazione extra-muraria. In compenso, in questi ventisette anni, abbiamo gustato la presenza e l’amicizia di tantissime persone, che hanno condiviso con noi non solo un pezzo di pane ma tanti luoghi di incontro, dove abbiamo aperto le nostre menti e i nostri cuori.
Chi decide di giocare la propria vita fuori dal campo perde la sicurezza, ma non la speranza. Anzi, solo dove viene meno la sicurezza col suo orgoglio, la sua arroganza, la presunzione della propria giustizia, cade l’impedimento alla speranza.

SIMONE WEIL SCRIVEVA: "IL RUOLO DEL PRETE è comprensibile solo se c’è in lui qualcosa d’incomprensibile". Credo che avesse ragione. Non penso come la normalità della gente e non riesco a viaggiare nel branco, ma con tutta l’anima desidero operare per l’uomo e per Dio, traendo alimento non dal dogma ma dalla fede.
"Sentinella, quanto resta della notte?" (Is. 21,11), è la supplica che rivolgo spesso a Dio, anche per non cadere nell’illusione di rimedi facili e delle scorciatoie per uscire dalla notte. La risposta arriva puntuale: "Viene il mattino, poi ancora la notte; se volete, domandate, domandate, convertitevi, venite".
Dio è sempre ancora da scoprire, fino alla fine del mondo. Cristo rimane nascosto e, quindi, davvero straniero. Gesù è negli stranieri. Più vediamo qualcuno che non è cristiano, più diciamo: lì si nasconde il Gesù che dobbiamo cercare

MACONDO SI È MESSO IN MARCIA PER TENTARE DI ROVESCIARE alcune negatività presenti nella società e nel sistema; imparando a pensare politicamente, cercando con tutto il proprio essere i grandi punti di riferimento e ricostruendo una cultura politica basata su un’etica all’altezza della sfida della mondializzazione. Con l’obiettivo dichiarato di contribuire a far sì che vengano sempre più promossi spazi e tempi di incontro capaci di valorizzare, la ricchezza delle differenze presenti nelle nostre città, e che nessuno possa più dichiarare amaramente, così come fece a suo tempo Cartesio: "In questa città ciascuno è talmente attento ai suoi profitti, che io potrei abitare qui tutta la vita senza che nessuno mi veda".
La campagna I bambini torneranno a giocare si è allargata, oltre alle associazione "São Martinho" e "A caminho da cidadania" di Rio de Janeiro, "El libertador" di Cordoba ed Avellaneda in Argentina, al "Progetto per recupero dei bambini soldato" di Benguela, in Angola. Un movimento di sensibilizzazione e di generosità che, mentre ci commuove e ci incoraggia, richiede nuove energie ed altre persone disponibili.
È ripresa la richiesta dei viaggi formativi e di scambio, soprattutto di gruppi giovanili e di persone in ricerca di senso. A breve occorre darci una struttura funzionante, almeno in Brasile, un po’ precaria dopo la scomparsa di Maria.
L’attività editoriale, grazie alla collaborazione con la nuova casa editrice "Città aperta" ha avuto uno sviluppo straordinario. In maggio usciranno tre nuovi libri: Francesco di Mario Bertin, Lo straniero nella bibbia. Saggio sull’ospitalità di Carmine Di Sante e Mujeres di Bruna Peyrot.
A tutti coloro che ci hanno dato il loro appoggio ed incoraggiamento attraverso il rinnovo o la nuova adesione a Macondo per il 2002, va il nostro ringraziamento più profondo. Per noi è uno stimolo, ma soprattutto la consapevolezza di avere tanti amici che ci camminano al fianco e, soprattutto, la certezza di non essere soli in questa utopia che "un nuovo mondo è possibile ". A coloro dai quali non abbiamo ancora ricevuto alcun segnale ci permettiamo di allegare un bollettino di conto corrente postale, sperando di averli a fianco nella marcia che ci vede camminare assieme. Ognuno faccia secondo i propri desideri e possibilità.

VI ASPETTIAMO TUTTI ALLA FESTA NAZIONALE DI MACONDO , il 26 maggio 2002 a Spin di Romano d’Ezzelino (VI), alle porte di Bassano del Grappa, e a Marostica (Vi) il 23 giugno 2002 per la II marcia per i meninos de rua.
Dobbiamo trovarci in tanti, prima di tutto per far festa, ma anche per gridare forte la nostra speranza verso chi ci vorrebbe silenziosi, scoraggiati e sottomessi.
Vi abbraccio tutti, con tenerezza e affetto.

Il presidente
– Giuseppe Stoppiglia –